martedì 21 dicembre 2010

Parentopoli e "l'apartheid" dei diritti

Caro Civicolab,

oggi il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha detto una cosa di buon senso che purtroppo, solo per un attimo, ha abbassato il volume dell’inutile e rumoroso dibattito acceso dalla manifestazione del 14 dicembre e dagli episodi di violenza nelle piazze: “La protesta pacifica è una spia di malessere che le democrazie non possono ignorare”.

Un’osservazione banale, forse, proprio perché si tratta di un dato di realtà. Che “vale doppio” per chi vive nella capitale: qui, il malessere, almeno tra i giovani (e meno giovani) precari, in cerca di occupazione, vittime di questa crisi economica che sembra accanirsi proprio sui più deboli, è un macigno pesantissimo.

Che pesa più che mai, da quando le inchieste della Procura di Roma e della Corte dei Conti hanno tolto il velo che ammantava la parentopoli capitolina: è venuta così alla luce una gigantesca macchina illegale che ha permesso di effettuare centinaia di assunzioni a chiamata diretta, in aziende che gestiscono servizi pubblici (le romane Atac e Ama che, tra l’altro, “vantano” bilanci disastrosi): parenti più o meno lontani, amici, amici di amici, conoscenti.

Tutti assunti “sulla parola”! Il merito? Ridotto a un legame di sangue. O comunque a criteri del tutto esterni rispetto a quelli che dovrebbero informare la corretta selezione del personale. E non per una qualsiasi impresa a conduzione familiare della Bassa padana, ma per un’azienda municipalizzata.

E chi controlla la qualità del servizio affidato al cugino di secondo grado, o all’amica di amici? Chi verifica il lavoro svolto di chi è stato cooptato e non scelto per meriti propri? E con quale trasparenza?

Un atto di arroganza come l’ha definito bene, nel proprio pezzo su Civicolab, Roberto Ceccarelli, “che offende i disoccupati ed i precari che continuano a lavorare per pochi soldi, senza continuità e senza una prospettiva per il futuro; che offende coloro che proseguono a fare i sempre più rari concorsi pubblici, fidandosi ancora del settore pubblico e ben sapendo che le speranze di vincerlo sono davvero poche”. Ma non si tratta solo di questo.

Quello che è avvenuto a Roma, e che si ripete ogni volta che un’azienda pubblica viene amministrata secondo logiche familistiche, come una “cosa propria”, abusando di un potere al posto di esercitare una responsabilità e offrire un servizio, è un vero e proprio furto.

Furto dell’idea – prima ancora che del posto in sé – del lavoro come “bene comune”.

“Comune” proprio come l’acqua che beviamo, l’aria che respiriamo, la terra che tutti quanti calpestiamo.

Il giuslavorista Pietro Ichino, sul proprio sito web, utilizza una definizione forte per indicare il divario, sempre crescente – e in spregio del diritto sancito dalla Costituzione ad avere un lavoro dignitoso – tra “protetti e non protetti”. Ichino parla di apartheid e mi scuserai, caro Civicolab, se ti confermo di sentirmi esattamente così, vittima di una cattiva politica e di scelte normative peggiori, che hanno fatto della “segregazione” dei diritti (sicurezze e stabilità per pochi, eletti e privilegiati; instabilità e concessioni a singhiozzo per molti) una pratica ordinaria e non, invece, un’eccezione fuorilegge, come dovrebbe essere.

Dal canto mio, continuerò a inviare curricula, da cui, diligentemente, dovrò cancellare master, pubblicazioni, esperienze importanti: per non sentirmi ripetere, tutte le volte, sempre lo stesso ritornello. “È certa di voler fare questo lavoro? Con un curriculum pesante come al suo…”. Ed io, tutte le volte, che vorrei rispondere: “Di pesante c’è solo la paura del futuro”.

venerdì 17 dicembre 2010

La quarta serie di “Green Porno”


“La natura è infinitamente scandalosa”, si legge sulla quarta di copertina del libro di Isabella Rossellini – completo di dvd – “Green Porno”, pubblicato nel 2009 dall’editore americano Harper Collins.

E deve essere così se è vero che “nella profondità dell’oceano, accadono strane cose, atti d’amore che sono insoliti allo sguardo umano: minuscole alici che si accoppiano in orge affollate, gamberetti che ‘si spogliano’ per ‘farlo meglio’, stelle marine che possono scegliere come fare all’amore, balene che, per amarsi, lottano”. Tutto questo, se riuscissimo a immaginarlo, avrebbe certamente a che fare con quella particolare poesia che, sola, appartiene al mondo della natura e, in particolare, al regno animale. È vita, insomma.

martedì 23 novembre 2010

“100 giorni sull’Isola dei cassintegrati”, storie collettive di resistenza precaria

La presentazione del libro "100 giorni sull’isola dei cassintegrati" – organizzata dalla casa editrice Il Maestrale e dal collettivo Api Operaie – inizia con un’attesa di 45 minuti, rotta dalle parole imbarazzate della moderatrice: “Susanna Camusso non può più venire, non fa in tempo”. La ragione, si scusa la nuova segretaria della Cgil in un messaggio, sono i preparativi in vista della grande manifestazione del prossimo 27 novembre. Organizzata “per i giovani e per il lavoro”. Salta anche, all’ultimo momento, il previsto intervento via skype dell’economista Loretta Napoleoni. Restano solo i lavoratori, dunque, a rappresentare se stessi e le proprie istanze, dietro quel tavolo che li separa dal resto della sala, la bella aula magna della Chiesa valdese romana: soli come sempre, almeno in questi mesi di trattative, di lotte per conservare il posto, di vertenze. Ci sono Pietro Marongiu, operaio Vinyls, Alessandra Carnicella, lavoratrice ex Eutelia, Claudia Bernardi, dottoranda precaria de La Sapienza. Ci sono anche Rossella Muroni, direttrice generale Legambiente, insieme, s’intende, all’autrice sassarese Silvia Sanna: ciascuno a raccontare una storia collettiva di cassintegrazione. E di disagio psicologico e materiale: che sceglie nuove forme per comunicarsi. Come gli operai della Vinyls (ex Enichem, di Porto Torres), che si sono autoreclusi da 268 giorni nell’ex supercarcere dell’Asinara. Lo stesso penitenziario dove è stato detenuto il boss mafioso Totò Riina e dove i giudici Falcone e Borsellino prepararono gli atti del maxi processo a Cosa Nostra. Una sorta di isolamento volontario che nasce (lo scorso 24 febbraio) per fare il verso - contrappunto critico e amaro - al famoso reality televisivo, “L’isola dei famosi”: lavoratori come tutti noi che scelgono di dormire per 268 notti in celle gelate, per sollecitare una risposta dalla politica, per far drizzare le antenne a chi, oramai, conosce solo i linguaggi della così detta pornografia mediatica del dolore, come denuncia Silvia Sanna, “cella numero quattro”. Che ha scritto “un libro collettivo, un diario intimo” dove “l’aspetto umano prevale sulla vertenza in corso”, in cui questa ex maestra (“ex a causa della riforma gemini”) prova a rispondere alla domanda: “Chi è Pietro Marongiu?”, l’”operaiaccio”, come definisce se stesso l’operaio Vinyls quando gli passano il microfono. “Sarebbe dovuto essere un libro dal taglio giornalistico”, spiega Sanna che ha vissuto, per tutto questo tempo, facendo la spola tra la sua casa, a Sassari, e la cella numero 4 all’Asinara, “ma sono troppo coinvolta: vivo sulla mia pelle quello che vivono tutti gli operai Vinyls”. E con loro, sottolinea, “tutti i lavoratori in crisi”. Autorecludersi per scelta, quindi, è per paradosso la “decisione più naturale che potessimo prendere: perché senza lavoro non c’è libertà”.

E che nelle case di questi operai, da troppo tempo, ci sia “un’assenza apparecchiata per cena”, un’attesa che vorrebbe avere la forza della speranza (nelle istituzioni, nell’azienda, in questo Paese), lo confermano le parole, sorridenti e piane, di Marongiu. Che della vertenza invece parla: la scelta di non fare azioni dimostrative “contro”, gli “impianti fermi”, “la paura di essere acquistati da un fondo estero”, dietro cui non si sa bene chi ci sia, “l’Eni che rema contro” (per funzionare, la Vinyls ha bisogno di etilene, prodotto a Porto Torres dalla Polimeri Europa dell’Eni: a quanto pare, il cane a sei zampe, per dedicarsi solo al ricco business della vendita di energia e carburanti, avrebbe come scopo – inconfessato – di sbarazzarsi della chimica, cercando in vari modi di portare la Vinyls alla crisi irreversibile). Eppure, racconta Pietro e confermerà Rossella Muroni, l’associazione ambientalista Legambiente, all’Asinara, ha portato gli ingegneri dell’Università di Cagliari: questi esperti hanno confermato che la Vinyls è un esempio di come l’industria chimica possa essere anche rispettosa dell’ambiente. In quello che Muroni definisce un “nuovo sviluppo industriale sostenibile”. E una promessa di futuro: se gliene sarà data la possibilità.

Ma la forza di questa esperienza particolarissima e coraggiosa, purtroppo ancora in corso all’Asinara, sta nell’aver tracciato perimetri nuovi a uno spazio che, oggi, è tutto da inventare. E che si sta assottigliando progressivamente per l’assenza di interlocutori, politici e sociali: uno spazio in cui i lavoratori, spesso senza rappresentanza, devono riuscire a tutelare da soli i loro diritti. A un lavoro, a una casa, a un reddito. Ma anche il diritto, sacrosanto e inviolabile, alla dignità di esseri umani. E la presentazione di un libro, come quello corale, scritto da Silvia Sanna, diventa il luogo per affrontare altre crisi, per dare diritto di asilo a istanze diverse. Come quelle delle lavoratrici Golden lady o di Eutelia. Anche loro alle prese con nuovi “linguaggi” di protesta. Così le donne che producevano, fino a ieri, i collant più famosi d’Italia, hanno organizzato un flash mob davvero insolito contro la decisione dell’azienda di trasferirsi in Serbia, pur non soffrendo alcuna crisi. Il video proiettato in sala, ha lasciato tutti i presenti, visibilmente scossi: le lavoratrici marciavano in divisa rossa, al passo, mentre una voce al megafono, le chiamava una per una, scandendo un terribile: “licenziata!”.

Dopo, è stata la volta di Alessandra, ex Eutelia, l’azienda di Information Technology che ha messo in mobilità migliaia di dipendenti, perché, nonostante commesse e clienti, non ha i soldi per pagare gli stipendi. Alessandra dice di “sentirsi fortunata” rispetto agli “amici sardi”: almeno loro avevano “acqua calda e riscaldamenti accesi” durante l’occupazione degli uffici nella capitale! E ha raccontato la storia del presidio della sede romana di Eutelia sulla via Tiburtina, di come fossero stati sorpresi, all’alba, da sedicenti poliziotti. Che in realtà erano vigilantes privati, “accompagnati” dal direttore in persona.

Poi, Claudia, della rete dei dottorandi precari, prova a tirare le somme, proponendo una traccia conclusiva: come fare per “unire tutte le vertenze”? come riuscire a rendere “unica” la lotta di tutti i lavoratori che vogliono vedere tutelato il proprio diritto a un lavoro, per cui hanno sostenuto – loro e le loro famiglie – tanti sacrifici, e su questi, costruito competenza e professionalità? Non basta, secondo Claudia, una giornata di sciopero generale, “occorre cercare e trovare una connessione”, sostiene. I dottorandi, queste figure invisibili che sostano dentro un limbo (dove restano per un tempo indefinito che rischia di rivelarsi infinito), hanno scelto un’azione dimostrativa, all’apertura dell’anno accademico: si sono calati con una fune, per denunciare che la ricerca è “appesa a un filo”.

A sentir parlare di lavoro queste persone che il lavoro o lo hanno perso o rischiano di perderlo molto presto, sembra proprio che dalla crisi (vera o presunta) loro abbiano già appreso la lezione fondamentale: la lotta dei lavoratori deve cercare nuove forme e linguaggi originali per trovare canali di comunicazione con il mondo. Non è solo forma. Non si tratta semplicemente di codici diversi: è sostanza. Che si fa voce, per rompere il silenzio di chi si scopre, all’improvviso, “senza diritti”.

mercoledì 17 novembre 2010

Opus gay


Quando ho iniziato a scrivere questo libro sul rapporto tra chiesa cattolica e omosessualità, mi sono sentita in difficoltà. Come giornalista, infatti, avevo già affrontato in passato la questione dei diritti civili e provato a indagare le ragioni della loro costante violazione. Questa volta, però, avrei dovuto interrogarmi e scegliere le parole giuste per raccontare due realtà che, in modo diverso, hanno sempre fatto parte della mia vita. Ma non c’erano parole giuste per descriverle. Solo espressioni limitate che, purtroppo, rischiavano di tradirle.
Da una parte la chiesa: ho studiato in una scuola cattolica per otto anni e sono stata, letteralmente, accompagnata nella mia formazione da un prete. Tutti i sabati, con i miei amici, leggevamo la parola e cercavamo di comprendere come farla entrare nelle nostre vite.
Dall’altra parte, le persone omosessuali. È davvero strano parlare di loro come se fossero una categoria a sé: ogni volta mi sembra di ridurli a un’etichetta. E di violarne la dignità di persone a tutto tondo.
Nella realtà funziona esattamente al contrario: incontri qualcuno, inizi a volergli bene e lui ti confida, tra le altre cose, anche le sue preferenze sessuali. Tu ne prendi atto, e vai avanti. Nella vita di tutti i giorni, semplicemente, fai esperienza dell’altro, senza incasellarlo o definirlo come si è costretti a fare nei libri. O nelle discussioni dottrinali.
Così è successo anche a me. E quando ho incontrato un mio caro, vecchio amico gay, mi sono lasciata guidare da lui nel suo mondo, mettendoci anche un po’ del mio.
Questa prima relazione ha messo alla prova quello in cui credevo, che professavo con molta sicurezza e altrettanta serenità. Non c’è stato alcun conflitto. Ma una sintesi di vita: i miei principi si sono addolciti e la verità delle singole persone si è fatta avanti. Con la conseguenza, inevitabile, che entrambi – valori e vissuto – si sono, in parte, relativizzati: una vera liberazione. Una conquista. Che credo abbia ispirato anche queste pagine: ogni capitolo è stato, in fondo, provocato proprio da un incontro. A volte, è una testimonianza, altre un’intervista, altre ancora uno spunto giornalistico, ma qui non ci sono tesi da dimostrare. Solo alcuni fatti che ho provato a raccontare, e la proposta di altrettanti percorsi di lettura.
Se dovessi, alla fine, suggerire ai lettori due chiavi con cui “aprire” il libro, queste sarebbero certamente la responsabilità e la libertà.
Credo, come Lévinas, che la responsabilità nasca (e possa nascere) solo dalla relazione con l’altro e non da un principio. «l’estraneo che non ho né concepito, né partorito, l’ho già in braccio»1, scriveva il filosofo francese. È l’etica della differenza. Che, se solo diventasse un bene comune – proprio come l’acqua che beviamo, l’aria che respiriamo e la terra che calpestiamo – avrebbe una portata rivoluzionaria sulle vite di tutti. E capovolgerebbe il nostro punto di vista di persone integrate, riconosciute, privilegiate, tutelate. Eterosessuali, anche.
La libertà è l’altra faccia della responsabilità. Non è affatto vero che la mia libertà inizia dove finisce quella altrui. Credo, al contrario, che cominci esattamente nel punto in cui parte la libertà dell’altro. Ed è capace di realizzarsi solo nel rapporto con lui.
Ecco, fino a quando esisteranno persone, gay, lesbiche, transessuali, che non saranno libere di vivere dignitosamente, di tutelare i propri diritti, di vedere riconosciute le proprie scelte, fino a quel momento, nessuno sarà realmente libero. E ne siamo responsabili tutti.

lunedì 12 luglio 2010

In cerca di preti, nelle chat popolate di solitudini

Un mese intero passato in chat. In orari e con nomi diversi. Con un’unica indicazione nel profilo: “In cerca di un don”.
La prima cosa che si impara nei siti di incontri online è che non c’è tempo da perdere. Dunque, è meglio chiarire subito cosa si cerca: “170x67 castano non peloso maschile giovanile”. Oppure: “165x80, moro riccio, molto peloso, maschile e carino”. E, in questo caso, che sia anche prete.
Se è vero, poi, che tutte le chat si assomigliano, per quelle gay c’è solo l’imbarazzo della scelta: registrarsi è semplicissimo. Nessun controllo, ad esempio, sull’età dell’utente che, in teoria, potrebbe accedere ogni volta con un nick diverso.
Ci sono Mirc, la chat di gay.it, 77chat.com, ma anche siti come bearwww.com, gayromeo.com, gaydar.it: alcune richiedono anche la foto ma generalmente basta inserire pochi dati essenziali e l’indicazione di cosa cerchi e come lo vuoi.
Sesso, amore, amicizia, scambi di coppia: l’obiettivo è quasi sempre incontrarsi, nella realtà oppure via web cam.
I preti sono una categoria molto richiesta. Come i militari. “Il fascino della divisa”, si potrebbe dire. A loro è dedicata una delle tantissime chat room in cui è possibile entrare su 77chat.com. Qui, in homepage, campeggia uno sbrigativo divieto di pedofilia e pratiche sessuali con minorenni.
La nostra stanza a tema si chiama “Preti e amici”. I nick dei preti sono abbastanza scontati: Don cerca maturi, d_off, don umbro, don, don giu, don marco, don40, padre Pio e tanti altri. Gli “amici” indicano nel profilo le proprie preferenze.
“Dove sei? Quanti anni hai? Come sei fatto?”. È un copione già scritto: basta attendere pochi minuti e si aprono, una dopo l’altra, le prime finestre di dialogo. Le domande sono sempre quelle e conviene rispondere alla svelta per passare al secondo “blocco” - “sei sposato? single? gay? bisex?” - superato il quale avviene il (fortunato) passaggio a un luogo più sicuro: msn e/o telefono, preludio dell’incontro. Noi ci siamo fermati prima, semplicemente, scomparendo e riapparendo in chat con un nick diverso: un altro giro, un’altra corsa.
Un mondo, quello delle chat “per adulti”, più normale e ordinario di quanto si pensi. In realtà, un pezzo del nostro stesso mondo, incredibilmente popolato da solitudini, desideri repressi, sensi di colpa. Vite divise. Che, come osserva il teologo morale Giannino Piana (l’intervista è a pag. XXX), sono “drammaticamente segnate da una sorta di lacerazione”, alla perenne “ricerca di un modello troppo alto per essere raggiunto”.

La chat

Don: ciao, da dove?
X: da Roma e tu?
D: anch’io, quanti anni?
X: 39... sei un prete?
D: io 49, sì sono un prete. Anche tu?
X: io no, li cerco...
D: eccomi! Sei sposato?
X: no, sono gay
D: gay?
X: Perché, tu no?
D: non mi piace definirmi
X: avrai delle preferenze...
D: mi piacciono i maschietti
D: se ti far star bene pensare che sono gay, facciamo come dici tu... sei maschile o effeminato?
X: maschilissimo. Hai una relazione in questo momento?
D: sì ma lui vive a tanti chilometri di distanza... Dimmi, come sei fisicamente?
X: Sono alto 1,77, abbastanza magro, castano: un bel tipo secondo quelli a cui piaccio...
D: ehehehe è tutto soggettivo! Io, 170x67, castano, non peloso, maschile giovanile.
X: perché cerchi altri incontri se hai già una persona?
D: ti ho detto che cerco altri incontri?
X: chiedi a tutti come sono fatti prima di diventarci amico?
D: beh, non li escludo ma in genere non approdo mai a niente di che...
D: in che zona sei tu?
X: Roma nord. Dove vivi? in istituto o da solo?
D: zona centro, vivo solo... tu non hai storie in corso?
X: sì, una un po’ traballante: convivo con una persona.
D: Comunque, io non ho e non cerco esperienze di sesso anale: non mi interessa...
D: sei scappato?
X: scusa, perché me lo dici così?
D: meglio essere chiari...
X: non le cerchi o ne hai paura?
D: è una mia idea fissa e nessuno me la toglie...
X: un’idea fissa che ti infastidisce a quanto pare!
D: no.... uno può pensarla così?
X: certo, per me ognuno può fare come gli pare! E cosa ti concedi se posso?
D: beh tutto il resto in genere... sempre in bilico tra il cercare e lo sforzarmi a “fare il bravo”
X: e “il resto” invece ti dà piacere?
D: sì, certo.
X: non ti provoca sensi di colpa?
D: molti...
X: perché sei diventato prete, se posso?
D: è il risultato di certe situazioni vissute sulla mia pelle (penso): di contrasti prima e di solitudine poi...
X: ma sei contento di esserlo?
D: tutto sommato sì
X: il tutto sommato ha a che fare con la sessualità?
D: sì ma anche perché sto svolgendo una mansione particolare, con molta solitudine: ecco questo è un po’ il problema
X: quando finisce questa mansione?
D: non decido io... è una situazione un po’ complessa. Dai, cambiamo discorso! Che numero di piede hai?
X: ... questa domanda non me l’aspettavo: 42 comunque...
D: ognuno ha le sue stranezze... mi piace il piede maschile e mi piace il maschio in calzini... ehehehhe
X: intendi che ti piace il maschio nudo e vestito solo con i calzini?
D: no, anche vestito... purché in ciabatte e calzini, stranezze della vita!
X: in effetti è da approfondire...
D: beh, tu hai le tue: la storia dei maschi e dei preti da quanto ti frulla in testa?
X: da sempre e in questa chat mi sembra sia una fantasia molto comune!
D: dai, chiedimi quello che ti va... ti ‘concedo’ tre domande
X: vorrei sapere se hai mai perso la testa, il controllo, per qualcuno...
D: sì, ma senza esagerare...
X: ti spreteresti mai?
D: non credo
X: dunque così vivi bene?
D: beh nessuno mi ha obbligato, è una scelta libera che uno fa sapendo a cosa va incontro...
X: che fai ora?
D: già vuoi sparire?
X: ma no, ti dico che non sparisco...
D: ok... lavoro anch’io: prego, leggo, dico messa
X: mmhh se mi dici dove celebri vengo in incognito... vorrei ascoltare le tue omelie...
D: ... comunque, per la cronaca, ora sono un po’ eccitato...
X: come mai? cosa stai immaginando...
D: niente di che, solo il fatto di seguirti nel discorso...
X: allora continuo... che tipo di relazioni hai con gli uomini (maschi) in carne ed ossa?
D: se intendi il sesso, solo esperienze orali: perdo molti punti ai tuoi occhi?
X: ma no! Solo, mi viene in mente una domanda: prova a spiegarmi la differenza. Dal punto di vista della Chiesa sei comunque in errore...
D: lo so ma proprio non ci riesco. Dimmi come sei vestito...
X: jeans e polo blu. Tu?
D: io in jeans nero e maglietta, sono in ciabatte...
X: ah vero, le ciabatte...
D: eheheh...
X: Che hai da fare più tardi?
D: ho un incontro di preghiera...
X: hai un gruppo con cui ti vedi spesso oppure le persone cambiano?
D: una volta al mese se posso vado ma sono più di 400/500 persone.
X: ah però!
D: come ti chiami?
X: Matteo e tu?
D: Paolo... che farai domani?
X: riposo. Tu?
D: messa alle otto, poi angelus e quindi....riposo. Senti: non ti piacerebbe conoscermi?
X: sì che mi piacerebbe
D: vorrei incontrarti, anche solo una volta...
X: vediamo che succede, facciamo con calma...
D: vorrei solo un punto più sicuro dove trovarti... metti msn!
X: ok, dai, ci provo.
X: Ma come ti chiamano: don o padre?
D: in entrambi i modi... sai, qualcuno mi chiama anche monsignore.
X: accidenti!
D: ci sei stasera? Dalle 17.30 in poi sono qui. E se mi chiedi di fare due passi, ci sono pure! Lo vuoi il mio cellulare?
X: non lo voglio
D: ok
X: sei arrabbiato?
D: ....
X: forza! Non avere fretta monsignore.... fammi un sorriso!
D: sapessi...
X: dimmi...
D: se potessi ti darei un bel bacio sulla bocca... anzi, me lo daresti tu un bacio? mi fai un po’ di coccole?
X certo che te lo darei: come lo vuoi?
D: dolce, lento, passionale...
X: te lo sto dando...
D: mmhh...
X: ti piace?
D: moltissimo, sono eccitato.
X: mi fa piacere che ti piaccia
D: se fossi qui ti farei di tutto...
X: tranne il rapporto completo...
D: tranne quello: non avverrà mai. Ma se fossi con me ora, ti spoglierei, ti leccherei tutto...
X: Forse è meglio che ci salutiamo ora...
D: Non sparire
D: ti ho spaventato? Sono sempre molto provocante in chat ma ti assicuro che in realtà sono impacciato e pure... inconcludente.
X: non ti devi giustificare...sei quello che sei
D: non sparire
X: non sparisco.



INTERVISTA A GIANNINO PIANA:


• Come commenta, da teologo morale, il dialogo che abbiamo proposto?

GP: Purtroppo, credo che quello che viene fuori abbia fondamento e temo anche che si tratti di un comportamento abbastanza diffuso. Non so dal punto di vista statistico quante persone tocchi, ma certamente esiste una percentuale piuttosto estesa di preti che hanno tendenze omosessuali e che, attraverso le chat online, tentano di stabilire rapporti dai risvolti sessuali molto evidenti: vorrebbero vivere, così, una dimensione che reprimono nella vita reale, sintomo, questo, anche di una certa solitudine.

• C’è un elemento che emerge con chiarezza: l’esistenza di vite divise tra due mondi che corrono parallelamente...

GP: Questo doppio volto emerge con chiarezza dal colloquio: si fa continuamente presente e si rivela - nelle sue debolezze, nelle sue pulsioni - solo in contesti lontani dalla vita consacrata. Fa pensare all’esistenza di tutto un mondo sotterraneo che resta tale e che non viene soddisfatto. Questo perché non è stato neanche opportunamente coltivato attraverso un processo che l’avrebbe condotto, magari, a una sublimazione, ma molto più seria. L’assenza di questo percorso fa sì che esplodano forme contraddittorie di pulsione che rivelano, tra l’altro, tratti della personalità rimasti alla fase adolescenziale.


• È possibile secondo lei convivere per un’intera esistenza con e dentro questa contraddizione?

GP: È certamente difficile ma è anche possibile, purtroppo. C’è ed è forte la difficoltà oggettiva a comporre i due momenti: quello più autentico - che però esplode in forme abnormi e persino infantili - e per un altro verso, la necessità di rimanere in un contesto che permette di sopravvivere e che offre garanzie, sia dal punto di vista economico sia da quello della sicurezza. Garanzie anche di tipo psicologico: c’è uno status acquisito, c’è un ruolo che si esercita, c’è un’immagine di sé che, anche se in alcuni contesti, permette di socializzare.

• Ma una persona consacrata è in grado di gestire una condizione del genere svolgendo in modo adeguato il proprio ministero?

GP: Io credo di no: dove non c’è trasparenza, dove non c’è una scelta fatta liberamente – che sia orientata in una direzione o nell’altra – inevitabilmente nell’esercizio del ministero non è garantita quella autenticità necessaria e richiesta, quella trasparenza che deriva dal nocciolo più profondo di una persona. Ma questo comporta una scelta: quella di stare pubblicamente con un’altra persona, oppure, l’avvio di quel processo di sublimazione, anche della propria solitudine, di cui parlavo prima (e che però richiede una particolare tensione morale e psicologia ma anche una certa maturità).
Ho l’impressione, inoltre, che ci sia spesso, in molti preti, una certa difficoltà di rapportarsi agli altri in modo autentico e che emerge immediatamente e, forse, nasce anche da queste situazioni: con la conseguenza che risultano, alternativamente, quasi ostili ai rapporti, chiusi in se stessi oppure, al contrario, completamente dediti a forme (superficiali) di cameratismo, a rapporti troppo carichi e che rivelano sempre una situazione non chiarita al livello di coscienza personale e coinvolge il modo stesso in cui vivono il loro ministero.

• Basterebbe, secondo lei, cambiare le regole? Mi riferisco a quelle che fondano la morale sessuale della Chiesa cattolica.


GP: Credo che questo cambiamento sarebbe importante e inciderebbe su molte vite: la morale cattolica ha mantenuto, soprattutto a livello normativo, una visione fortemente negativa della sessualità, con la conseguenza di mettere in moto un meccanismo perverso di colpa e di auto-giustificazione.
Certamente, conta anche l’inserimento in un contesto piuttosto che in un altro: anche oggi ci sono seminari più severi e repressivi nei confronti della sessualità (e della donna in particolare) ed altri che puntano, seguendo lo spirito del Concilio Vaticano II, a una maggiore responsabilizzazione del soggetto, a valorizzare la libertà di azione e l’attenzione a scelte diverse. Questo, com’è naturale, provoca minori sensi di colpa e anche una visione più serena della sessualità e dell’erotismo.
Dunque, direi che la revisione delle regole che, di fatto, sono sempre più inascoltate, sia importante e valga per tutti, non solo per chi fa la scelta del sacerdozio. Ma mentre la gente comune, credente e praticante, ha ormai instaurato un rapporto che definirei “selettivo” con l’istituzione (tiene quel che le serve e sul piano morale prende le distanze), chi compie una scelta di vita consacrata, fa anche percorsi più necessitati e costringenti di quanto lo siano quelli normali.
D’altra parte, c’è anche un aspetto del tutto soggettivo: è chiaro che le persone più fragili sono anche le più esposte ai sensi di colpa, che poi sono sempre il frutto di pressioni esercitate dall’esterno. Ma anche di modelli ideali eccessivamente staccati dalla realtà. È questa distanza, è l’incapacità di essere fedeli a quel livello di idealità che viene proposto, è il vivere una serie di situazioni che portano lontano da quello che vorresti essere e che non sei, è tutto questo insieme, alla fine, che provoca conseguenze distruttive sulle persone.



*Giannino Piana è docente di etica ed economia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Torino.

sabato 26 giugno 2010

Emergency: riapriremo l’ospedale a Lashkar-gah

L’integralismo di Emergency è soprattutto quello che ricorda al mondo, senza tanti giri di parole, distinguo e mediazioni, che “la guerra ha sempre (sempre) odore di sangue, merda e vomito”. È la stessa ragione per cui i suoi detrattori, tanti e quasi sempre politicamente orientati, parlano dell’organizzazione guidata da Gino Strada, con un pizzico di antipatia (a dirla tutta), quella riservata, in genere, a chi non ama cincischiare nel mucchio, a chi chiama le cose con il loro nome anche se questo è scomodo, suona male e ha l’odore acre di una perenne resistenza.

Così, siamo tutti abituati a sentire che “quelli di Emergency – per carità – fanno tante cose buone in giro per il mondo” ma “sono un vero partito”, una “banda di estremisti”, magari pacifici, ma sempre di estremisti si tratta. Poi, volti l’angolo e ti imbatti in tutta un’altra storia: quella del suo popolo, che non ha dubbi, nessuna incertezza sulle battaglie di Gino Strada, che sente insieme a lui e che lo porta – in pochi minuti – a mobilitarsi e a dire “Io sto con Emergency”.

Quel popolo, almeno la sua parte romana, era presente l’altra sera al teatro Golden, nel nome di 'No weapons' che, in definitiva, è il collante principale che lo tiene insieme, ma anche per ricostruire l’arresto (in assenza delle più elementari regole di legalità) dei tre operatori italiani: il chirurgo Marco Garatti, l’infermiere Matteo dell’Aira e il giovane tecnico Matteo Pagani, portati via - insieme ad altri componenti dello staff internazionale - da militari afgani e membri della coalizione internazionale, in seguito a un attacco al centro chirurgico di Lashkar-gah, in Afghanistan del Sud. Una trappola vera e propria, ma si saprà molti giorni dopo, tesa da quelle stesse autorità afgane che Emergency (e formalmente l’Italia) stanno aiutando da anni.

I due Matteo, sorridenti e sereni, rispondono alle domande del giornalista Rai, Riccardo Iacona (Marco Garatti è assente giustificato) di fronte a un teatro stracolmo: il racconto delle carceri conferma la “descrizione da incubo” che in genere circola delle prigioni afgane, un luogo in cui, la giustizia, la legalità e la tutela dei diritti, sono solo un’ipotesi lontana.
Celle piccole (due metri per due), sporche e vecchissime, luci a neon accese 24 ore su 24 e un interprete che non conosceva l’inglese e che, dunque, non poteva fare il proprio lavoro: ciascun operatore era tenuto in isolamento, sottoposto a ogni genere di pressione psicologica per fargli confessare una versione dei fatti del tutto incongrua (perché mai Emergency avrebbe voluto la morte del governatore di Helmand che il giorno prima era andata a trovare? perché custodire le armi che sarebbero dovute servire all’attentato, proprio in ospedale?) e che hanno conosciuto solo dopo 36 ore di detenzione: dal tampone salivare alla fotografia dell’iride, da fogli scritti in pashtun che dovevano firmare senza sapere il contenuto ai tentativi di metterli gli uni contro gli altri.

Alla fine, la liberazione e la verità: una trappola che Iacona tenta di ricostruire e che, nella trama intricatissima di questa vicenda, ha in sé un barlume di razionalità: da quando è iniziato il conflitto afgano, nove anni fa, Emergency denuncia che si tratta della maggiore operazione militare degli ultimi anni, che vede coinvolte le forze internazionali sotto il cappello della Nato, l’Isaf (International Security Assistance Force) e quelle americane, e che è costata l’annientamento della popolazione, “oramai stanca e traumatizzata dalle continue perdite”.

“Sono un infermiere”, spiega Matteo dell’Aira, “e il mio compito è quello di curare i feriti, siano essi talebani o combattenti (che non riesci, tra l’altro, neppure a distinguere), donne o bambini”: sono persone e non c’è distinzione tra loro”. Questo, continua Matteo, “a riprova della neutralità di Emergency a cui sono fiero di appartenere: ho una bambina e sono terrorizzato”, racconta, “alla sola idea che possa cadere dall’altalena”. “Ecco perché”, dice, “ogni volta che arriva in ospedale un bambino ustionato o vittima di una mina, penso ai suoi genitori, a quello che possono provare, alla paura quotidiana con cui sono costretti a vivere”.

Nei giorni dell’ultima offensiva Nato, quella di febbraio, Matteo ha curato un diario sulla rivista di Emergency: una sorta di nuova (e triste) antologia di Spoon River (che in parte ci racconta a voce), abitata dai tanti piccoli afgani feriti che giorno dopo giorno, lui e i suoi colleghi cercavano di curare. Sono annotati i loro arrivi, dolorosi ma pieni di speranza, ma anche la felicità di poterli vedere ripartire guariti, almeno alcuni di loro.

C’è Said che, col suo orsacchiotto di peluche sotto il braccio e un polmone perforato, all’ospedale ci arriva in elicottero. Akter è portato invece dal padre, molte ore dopo che un proiettile gli ha perforato la testa, da parte a parte. C’è Gulalay, 12 anni, che è stata colpita alla schiena mentre curava i pochi animali della famiglia: ora non riesce più a sorridere. E poi, Roqia, Fazel, Khudainazar e i due fratellini Sharifullah e Rahmat Bibi, tramortiti dalla paura e dalle ferite provocate dalle schegge di un ordigno che sembrava una palla: non si staccano mai l’uno dall’altro, quasi volessero consolarsi a vicenda.

Un diario per immagini che nella sala del teatro possiamo tutti visualizzare sui monitor: ecco l’ospedale, 70 posti letto, quattro corsie, due sale operatorie, un ambulatorio chirurgico, ma anche una sala giochi e una mensa. Il centro, che è un presidio chirurgico per le vittime di guerra e le mine antiuomo, accanto alla traumatologia, opera dal 2004: da gennaio a marzo 2010, ci sono stati 664 ricoveri (di cui, il 60 per cento per cause di guerra) e oltre un terzo dei pazienti è costituito da bambini che hanno meno di 14 anni. Il tutto ha un costo di gestione annuale pari a circa un milione e quattrocento mila euro.

L’ospedale di Lashkar-gah, dedicato a Tiziano Terzani, è chiuso dal giorno in cui è stato “violato”, in “quell’attacco armato a un luogo di pace”: l'unica struttura della zona, hanno sottolineato i medici cooperanti, “in grado di offrire cure altamente specializzate e gratuite alla popolazione civile” è oggi fuori uso. Ed ecco la notizia: Emergency è a lavoro per riaprire il centro entro luglio, e infatti Gino Strada sta per avviare una serie di colloqui, a vari livelli, con le autorità afgane: “naturalmente”, precisano i cooperanti, “la riapertura dell’ospedale dovrà avvenire alle condizioni di Emergency, che dovranno essere accettate da tutti e in nessun caso scenderemo a patti con le autorità”.

“La guerra”, chiosa Iacona, “seleziona e male la classe dirigente. E allora il problema che si pone è quello, più complesso, di ripensare politicamente la Nato e, dal momento che “lì dentro ci sono anche i nostri soldati, abbiamo il dovere di sollevare questo dibattito”.
Intanto si combatte. Il presidente Usa, proprio in queste ore, ha sostituito con il generale David Petraeus, uno degli uomini simbolo della guerra contro i talebani, il generale Stanley McCrystal, colpevole di avere criticato in un’intervista, la gestione del conflitto in Afghanistan della Casa Bianca. Obama avrebbe detto: “La guerra è più grande delle persone”.

E gli analisti ripetono: se la missione si ritirasse ora, sarebbe una vera catastrofe. Intanto, i cooperanti di Emergency fanno notare che “prima di essere infermieri, medici, volontari, siamo esseri umani, e se vediamo un bambino ferito, allora dobbiamo curarlo ma non possiamo non prendere una posizione: se non lo facessimo, saremmo loro complici”. La chiamano radicalità. Quella che spinge Gino Strada a citare Einstein che, nel lontano 1932, a una conferenza sul disarmo, disse: “La guerra non si può umanizzare, si può solo abolire”. Quella che fa dire a Matteo, l’infermiere: “Di una cosa mi sono accorto: la cosa più semplice ma anche la più importante, in ospedale, è quella di sedersi e parlare: è tanto utopico”?
Emergency crede di no.

(26 giugno 2010)

domenica 20 giugno 2010

ai giovani del Popolo della Libertà sul Pride di Palermo

Risposta ai giovani del Popolo della Libertà in merito al Pride di Palermo del 19 giugno.

scritto mercoledì 16 giugno 2010 alle ore 16.15



Care e cari della "Giovane Italia" di Palermo, dissentire, manifestare idee e posizioni differenti è, sicuramente, lecito, legittimo ed un diritto da difendere in un Paese democratico, soprattutto se non vi è l'intento di reprimere e soffocare quelle che sono le idee ed il pensiero altrui.
Mi si permetta, tuttavia, di esprimere alcune considerazioni in merito alla vostra iniziativa ed al vostro comunicato contro il Pride Regionale di Palermo del prossimo 19 giugno.
Ciò che lascia molto perplessi, soprattutto considerando che tali tesi vengono espresse da un gruppo di giovani, non è tanto il vostro essere contrari ad una manifestazione, alla sua piattaforma politica e rivendicativa, al chi la organizza ed al come viene organizzata ma, piuttosto, le motivazioni di tale dissenso.
Voi scrivete di esibizionismo sessuale come elemento che contraddistingue questo tipo di manifestazione ma, probabilmente, a meno di non essere stati presenti ad altri Pride celebrati in precedenza nel resto d'Italia, descrivete qualcosa che non conoscete, se non per sentito dire e per le immagini che i media di casa nostra sono soliti mostrare quando ci raccontano un Pride. Sicuramente non parlate di una esperienza vissuta a Palermo, visto che quello del 19 giugno sarà il primo Pride che si terrà nella nostra città, quindi, se l'essenza di tale manifestazione sarà "un puro esibizionismo sessuale che infrangerà ogni elementare regola di buon senso", dovreste scriverlo il giorno 20 giugno, dopo avere visto con i vostri occhi cosa è stata quella manifestazione.
In realtà, se vi capiterà di passare per le vie del centro quel pomeriggio, ed io mi auguro che qualcuno di voi, anche solo per curiosità, lo faccia, resterete molto delusi nel vedere la quantità di persone "normali" ed abbigliate con "normalissimi" abiti civili da non riuscire a distinguere, almeno nell'aspetto, la differenza che passa tra "voi" e "loro".
Su una persona allegramente e vistosamente travestita con boa e piume di struzzo e vaporosa parrucca bionda ne vedrete altre cento più noiosamente e banalmente vestite (o travestite) con jeans e t-shirt. Questo avviene ed è così in tutti i Pride d'Italia e del mondo, basterebbe semplicemente andarci per rendersene conto.
Quanto al documento politico (io sono stato uno di coloro che ha contribuito a scriverlo, ed ammetto che si sarebbe potuto fare di molto meglio), non si inneggia ad alcunché ma più semplicemente e correttamente si chiedono diritti di cittadinanza, parità di trattamento come è giusto che sia per ogni cittadino, opportunità di vivere la propria esistenza con dignità, senza discriminazioni per il proprio orientamento sessuale o per la propria identità di genere, tutte richieste che passano per quelle leggi che dovrebbero applicare i principi espressi dalla nostra Costituzione ai suoi articoli 2 e 3 e che, immagino, anche a voi staranno a cuore.
Quanto ad una legge contro l'omofobia, termine quest'ultimo ambiguo ed abusato secondo il vostro punto di vista, per limitare la libertà di espressione sul tema dell'omosessualità, beh, francamente dovreste confrontarvi con chi è stato offeso, umiliato, aggredito, picchiato, talvolta anche ammazzato (con chi è stato ammazzato ormai è troppo tardi per un confronto) perché omosessuale o transessuale. Io sono uno di quelli, tra i più fortunati sicuramente, visto che vi sto scrivendo, e se per voi libertà di espressione significa anche legittimare atti di violenza nei confronti di liberi ed onesti cittadini, allora senza alcuna remore vi dico sì, che certa libertà di espressione deve essere assolutamente prevenuta, impedita e punita con una apposita legge. Che voi del Popolo delle Libertà, soprattutto voi giovani, non comprendete quanto pericolose siano certe affermazioni quando si parla di crimini d'odio come quelli omofobici e strumentalizzate la semplice richiesta di una legge che scoraggi tali crimini, non solo non vi fa onore ma anche vi fa essere sempre più distanti da quella cultura liberale (dovrebbe essere la vostra cultura) che nel resto d'Europa ha promosso ed approvato leggi contro l'omofobia e, contemporaneamente, ha esteso alle persone omosessuali diritti e garanzie come matrimoni, unioni civili, adozioni etc., etc. Infatti, le discriminazioni, che spero anche a voi facciano schifo, si abbattono e si superano solo se dinanzi alla legge non esistono cittadini con meno diritti ed opportunità di altri. E questa non è una mia personale convinzione ma è quello che la nostra Costituzione ci insegna.
Nessuna "rivoluzione omosessualista" è in atto, nessuna minaccia a chi ha idee, esperienze di vita e valori differenti. In nessun Paese europeo (tanti, quasi tutti), dove ci sono Pride e dove esistono leggi che tutelano le coppie dello stesso sesso, si sono verificati sovvertimenti sociali che hanno intaccato o distrutto la famiglia tradizionale di cui voi credete di essere i soli difensori e sostenitori. Se questa famiglia di cui tanto parlate, spesso a sproposito ed in maniera strumentale ed ideologica, per sopravvivere ha bisogno dell'infelicità altrui; se ha bisogno di negare diritti elementari ad altri; se ha bisogno di essere l'unica forma di famiglia ammissibile e da riconoscere, beh, onestamente non mi pare un bellissimo esempio di famiglia la vostra e che rappresenti l'idea di una società civile, democratica e pluralista. Sicuramente non è stata la mia famiglia, anche essa tradizionale, formata da un uomo ed una donna, che, fortunatamente, mi ha insegnato altri valori ed un altro modo di intendere il rispetto verso il prossimo.
Nel salutarvi, vi invito a fare un salto il 19 giugno al corteo del Pride, forse incontrerete conoscenti o amici, tante persone e tanti cittadini esattamente come voi ma che, semplicemente, hanno meno diritti di voi ed è per questo che manifestano.
Vincenzo.

mercoledì 9 giugno 2010

Lettera a Gesù sull’omofobia nella chiesa cattolica

Alla vigilia della Giornata internazionale contro l’omofobia, una chiesa (cattolica) canadese ha invitato Laurent McCutchéon, Presidente della Fondation Émergence e di Gai Écoute, a pronunciare l’omelia della domenica ai suoi fedeli.

giovedì 3 giugno 2010

Liberi di scegliere sulla propria morte. “Sia fatta la mia volontà”, una docufiction su funerali civili e testamento biologico


Cosa c’è di più democratico del corpo che muore? Ben poco: perché se “nel presente muore solo qualcuno, nel passato sono morti proprio tutti”, osserva icastico Ascanio Celestini in Sia fatta la mia volontà, la docufiction prodotta dall’associazione culturale Schegge di cotone e nata da un’idea di Emanuele Di Giacomo e Ottavia Leoni. Un’ora e venti minuti (rigorosamente no budget), diretti e interpretati da Paola Bordi, Elisa Capo e dalla stessa Leoni, per affrontare la questione “ingombrante” e dolorosa di cosa fare del corpo di chi muore. Un viaggio ironico e riflessivo intorno al tema della morte e ai suoi aspetti più pratici che parte dall’organizzazione di funerali laici – una vera corsa ad ostacoli – fino a toccare il tema più ampio del diritto alla libertà di scelta. Che riguarda, come spiegano gli autori, non soltanto la decisione di quale “rito scegliere” per l’estremo saluto, o a “quale destino” affidare il proprio corpo una volta finita la cerimonia, ma che investe anche “le delicate questioni del fine vita”.

La trama: una nonna chiede aiuto alle tre nipoti per pianificare il proprio funerale. La donna non vuole un rito normale (dove “normale”, in Italia, sta per religioso naturalmente) ma un funerale civile. Per soddisfare il desiderio della nonna, le tre donne iniziano prima a raccogliere informazioni in giro per l’Italia: dove si celebra un funerale civile? cosa si fa quando in una città non esiste una “sala del commiato”? c’è una ritualità consolidata per i funerali civili? esistono dei “cerimonieri laici”?

A queste domande, con la fiction che cede il posto al documentario vero e proprio, provano a rispondere esperti, personaggi noti e gente della strada. E le imbarazzanti telefonate a pompe funebri e cimiteri di mezza Italia rivelano non solo l’assoluta ignoranza circa la possibilità di celebrare funerali laici, ma proprio una difficoltà, innanzi tutto culturale, anche solo a concepire un’alternativa al rito religioso. Come a Catania, dove alla domanda se fosse possibile organizzare funerali civili, l’agenzia funebre risponde con un esilarante: “Se c’è una chiesa laica, bene, altrimenti non si può far nulla!”. Oppure a Bari, da dove le tre giovani si sono sentite ribattere: “Certo che è possibile: dipende dalla bara, se la volete di zinco oppure di legno”.

Insomma, nel 2010, organizzare un funerale civile in Italia è una missione (quasi) impossibile, soprattutto al Centro-Sud: nella maggior parte della città non esiste un luogo dignitoso, spesso, si tratta di sale mortuarie minuscole, altre volte, di luoghi di ripiego. E molte persone, quindi, non vedono altra alternativa a quella di recarsi in chiesa.
Certo, lo spazio è necessario ma spesso non è sufficiente. “Bisogna costruire una cultura funeraria che ancora non c’è”, spiega Carlo Giraudo nel documentario, cerimoniere al Tempio di Torino (il crematorio di fine Ottocento che ospita una bellissima sala del commiato), “questo significa” prosegue, “riuscire a tradurre un’esigenza di libertà in atti, riti, parole, silenzio, musica”. Insomma, in una liturgia laica.

Marina Sozzi è direttore scientifico della Fondazione Fabretti di Torino, centro di ricerca e documentazione sulla morte e il morire, nato nel 1999. È anche docente di Tanatologia Storica, alla Facoltà di lettere di Torino e si descrive così: “Mi definiscono una tanatologa - una che studia la morte - e si aspettano che io sia cupa e arcigna. Invece sono ottimista e sorridente. La morte e la vita sono strettamente intrecciate, che ci piaccia o no. Quindi io studio la vita”. La fondazione, spiega, “oltre a fare attività di ricerca, propone progetti di formazione professionale dedicati agli operatori sanitari che lavorano a contatto con il morire, impartisce corsi per gestire lo stress” e da due anni, “offre anche un servizio di supporto al lutto”: tramite la formazione di gruppi di auto-mutuo-aiuto sul lutto e l’apertura di uno sportello di ascolto rivolto a tutti i cittadini che vivono un’esperienza di perdita. Moltissimi dei quali, dice Sozzi, dopo aver celebrato le esequie religiose, scelgono di compiere anche il rito civile al Tempio: “Molti sono credenti e scelgono il doppio rito: perché non si sentono completamente accompagnati dal solo funerale religioso, come accadeva in passato”.

Pochi sanno che a disciplinare lo svolgimento dei funerali è un decreto presidenziale che risale al 1990 e che, tra le altre cose, delega ai comuni la stesura di un regolamento per la disciplina della materia sul proprio territorio. Molti municipi però, oltre a non istituire la sala per le onoranze, non contemplano neppure la possibilità di ricordare il defunto nel caso la funzione non preveda il rito religioso. Risale al 2003, secondo governo Berlusconi, un disegno di legge che intendeva disciplinare le attività in materia funeraria. Non fu mai trasformato in legge e da allora è calato il silenzio. La stessa richiesta, avanzata dall’associazione Uaar nel lontano 2001, di modificare la disciplina, inserendo l’obbligo di normare lo svolgimento dei funerali civili è sempre stata ignorata.

Nel documentario, attraverso i funerali laici, il racconto approda al tema più generale del diritto alla libertà di scelta.
“Essere liberi di scegliere sulla propria morte”, raccontano gli autori, “si traduce anche nel poter decidere su quali trattamenti sanitari rifiutare o accettare; poter esprimere chiaramente la propria volontà, oggi, per quando non si sarà più in grado di esprimerla direttamente; poter stabilire quando i trattamenti sanitari diventano così gravosi da non permettere più una condizione di vita dignitosa”.
A parlare è Ignazio Marino, a capo della Commissione parlamentare d'inchiesta sul Servizio Sanitario Nazionale: “Il Senato ha approvato una legge contro la liberà di scelta, che impone ai pazienti terapie che non vogliono”. Una legge che anche “i medici hanno giudicato negativamente e che porrà molti problemi di applicazione”, sottolinea.

“Abbiamo bisogno”, dice a un certo punto del filmato Ascanio Celestini, “che anche il morire come il vivere rientri nei parametri di civiltà”. E dopo di lui, chiede la stessa cosa Paolo Ravasin, presidente dell’associazione Luca Coscioni di Treviso, malato di Sclerosi laterale amiotrofica: che la sua “vita sia la migliore possibile oggi ma che “quando la malattia prenderà il sopravvento”, lo lascino andare. “Perché”, conclude Ravasin, “se mi tolgono anche quel poco di libertà che mi è rimasta, quella di poter decidere, non mi resta più nulla”.
“Sul testamento biologico”, commenta Annalisa Chirico, segretaria degli studenti dell’associazione Coscioni, “noi Radicali abbiamo condotto una battaglia solitaria (“dov’era il Pd dei dibattiti e dei convegni mentre noi facevamo tutto questo?”) sull’istituzione del registro dei testamenti biologici, per dare ai cittadini la possibilità di autenticare la propria volontà, senza bisogno di ricorrere al notaio”. L’associazione ha anche messo a punto il così detto “soccorso civile”, un servizio di consulenza e assistenza legale sui testamenti biologici.

Ecco, al centro di questo viaggio c’è, in fondo, il grande tema della laicità dello Stato. E come dice la “nonna” protagonista della storia, che nella vita si chiama Cesara Pagani e fa la volontaria al Tribunale per i diritti del malato di Roma, “è vero che la vita è sacra ma è tale solo quando è realmente partecipata”. Lei, intanto, si è “scaricata” da Internet i moduli per il proprio testamento biologico. Perché, come dice Ascanio Celestini: “Io non sono contrario all’esistenza di Dio, anzi! Se esiste, quando arrivo all’al di là, sarà davvero una bella sorpresa!”.

lunedì 31 maggio 2010

La lobby omosessuale (che non c'è)


"In Italia non esiste una lobby omosessuale", disse il prete gay che confessava a San Pietro. E quelle parole tornano in mente e si rafforzano, ieri sera, quando la fiaccolata sparuta contro l'omofobia si scioglie come neve al sole, proprio di fronte a quel bar che aveva negato pochi fazzoletti all'ennesimo ragazzo pestato a sangue, colpevole di essere gay, nella Roma capitale dell'anno 2010. Il bar è il tipico posto per turisti americani, con l'insegna psichedelica e i gelati che sembrano di plastica: a servirli ragazzi rigorosamente stranieri che l'italiano lo masticano appena. Proprio lì, dove poche notti prima nessuno si era preoccupato di soccorrere il 22enne aggredito (per paura, negligenza, superficialità, incultura, poco importa a questo punto), quando il corteo si para di fronte all'ingresso e urla a chi era dentro "vergogna, vergogna", il presidente dell'Arcigay (sempre più una sorta di sindacato senza tessere), Fabrizio Marrazzo e un suo giovane scudiero, con uno stile perfettamente democristiano (che ormai fa pendant col Pd di certe - mancate - battaglie), cercano di bloccare quella che, in un soffio colmo di risentita indignazione, definiscono una 'sceneggiata'. Per quale ragione? Non 'era quello il bar e comunque è la polizia che deve fare le sue indagini'. Naturalmente il bar era proprio quello ma stupisce questo politichese che neppure la politica parla più, questa finta cautela, questa voglia irrefrenabile di apparire, di comunicarsi come 'quellichesisonodissociati', quelli pacati, 'piano-piano, poco-poco'. Peccato, ancora una volta, abbiamo tutti perso un'occasione. Era solo un gesto dimostrativo, per carità, un simbolo nel simbolo di quella fiaccolata, già non numerosissima, che era partita proprio dalla gay street, vicino al Colosseo, e che lì aveva lasciato decine di ragazzi, gay e lesbiche, che ogni sera si danno convegno fuori dal locale arcobaleno 'Coming out'. Un piccolo popolo (di giovani e meno giovani) che ha preferito restare lì, anche ieri sera, a chiacchierare, bere ed annoiarsi; a fare lo 'struscio', invece di protestare, di indignarsi per l'ennesimo pestaggio avvenuto in pochi mesi. Liberi di farlo naturalmente, ma non può non significare qualcosa quell'assenza. Non può non rappresentare una debolezza, un vuoto, un'assenza che annuncia una perdita sul fronte dei diritti: perché i diritti non li deve tutelare soltanto lo Stato, l'istituzione. I diritti dobbiamo pretenderli noi, anche dimostrando, anche incazzandoci, anche urlando al mondo che ci siamo. No, caro Marrazzo, che film si è visto? Quella non si chiamava 'sceneggiata'. Quella è partecipazione.

mercoledì 26 maggio 2010

Quando un prete combatte i pedofili


Don Fortunato Di Noto quando parla di pedofilia non mantiene la calma, anzi, si infervora e, quando se ne rende conto, chiede scusa. In realtà, lui che è parroco ad Avola, in provincia di Siracusa, ed insegna Storia ecclesiastica all’Università, con la pedofilia ci combatte da sempre: è stato tra i primi in Italia, ventuno anni fa, a darle battaglia, grazie alla sua “passione per il web e le nuove tecnologie” che gli hanno spalancato le porte della pedopornografia.
Da allora, ha fondato la sua associazione, Meter (parola di origine greca che significa ‘accoglienza, grembo’) che si propone di “promuovere nelle realtà ecclesiali e non, la cultura, i diritti e la tutela dell’infanzia”. E che ogni anno, in convenzione con la polizia postale, realizza un report proprio su pedofilia e pedopornografia.

La vicenda dell’arresto di don Domenico Pezzini - che non è un prete qualsiasi ma da sempre impegnato accanto alle persone omosessuali e storico fondatore del gruppo ‘Il Guado’ di Milano - per aver avuto rapporti sessuali con un bambino, all’epoca dei fatti, tredicenne, è troppo recente per non parlarne: a questo proposito, don Fortunato chiarisce subito che di pedofilia si dovrebbe parlare “solo se si conosce a fondo e in termini scientifici la questione”. In caso contrario, si rischia di fare confusione.
“Intanto, per la psichiatria, questa vicenda non rientra nella pedofilia perché l’abusato di un pedofilo deve essere in età pre-puberale e dunque non superare i 12 anni”.
Si tratta di una differenza di un solo anno, si è sempre bambini! “Certamente sì, dico solo che per essere precisi, il manuale di psichiatria stabilisce che quando il minore abusato è al di sopra dei dodici anni, chi abusa non è un pedofilo ma semmai è affetto da una perversione sessuale, in questo caso omosessuale”. E aggiunge, per non correre il rischio di essere frainteso: “In questo caso non cambia la sostanza delle cose: un fatto gravissimo se dovesse essere confermato”.
Chiedere a don Di Noto cosa pensi delle tante vicende di pedofilia venute fuori all’interno del clero, non lo coglie impreparato: “Si metta nei miei panni, io che combatto da sempre contro questo crimine, mi sento doppiamente ferito quando il pedofilo è un sacerdote come me, faccio ancora più fatica”, detto questo, “occorre fare chiarezza”, iniziando col dire che la pedofilia “è del tutto slegata dalla condizione di chi abusa”. Questo vuol dire che un ambiente monosessuale, come può essere un convento, dove vigono regole precise (“liberamente scelte, come celibato e castità”) non può essere all’origine dell’insorgenza di patologie di tipo sessuale.
Il 70 per cento dei pedofili, infatti, è eterosessuale e sposato mentre il 10 per cento è costituito da donne, “ma di questo aspetto non si parla mai”, dice don Fortunato. Insomma, la pedofilia ha molte facce che negli anni, gradualmente, sono state svelate. Anche grazie al contributo di don Fortunato e della sua associazione.

“Dodici anni fa, quando è nata Meter, chi parlava di pedofilia era considerato un folle”, dice don Fortunato, “non vi erano leggi ed era totalmente assente qualsiasi consapevolezza giuridica del problema”.
“Ora se ne fa un gran parlare, sono tutti ‘esperti’, ma spesso non è così”, prosegue don Di Noto, di ritorno dalla capitale dove, ciclicamente, tiene incontri di formazione con gli allievi del Seminario pontificio romano.
E questo prete siciliano che da poco ha scritto anche un libro, Corpi da gioco per i tipi di Elledici, dice apertamente che “alcuni vescovi sono stati incapaci di gestire il problema della pedofilia all’interno del clero”, non per una omertà addebitabile alla Chiesa cattolica (piuttosto che a quella valdese o protestante), ma “a causa di una reale difficoltà, più complessiva, di avere coscienza del fenomeno, maturata solo negli ultimi anni”. Una difficoltà, sostiene don Di Noto, che rifletteva quella della intera società e che era dunque, insieme, culturale e giuridica (“pensiamo ad esempio alla legge contro la violenza sulle donne, in vigore solo dal 1996!”).
Detto questo, per don Di Noto, “la Chiesa è autentica solo se incarna il vangelo, e se un sacerdote si arroga un diritto autarchico, tacendo e coprendo col silenzio un crimine, allora sbaglia e tutta la comunità ecclesiale ne va di mezzo”.
“La vita consacrata”, conclude, “è impegnativa: dico sempre che il seminario è una fucina di discernimento, un momento di prova in cui, se ci si accorgesse di vivere male la propria sessualità, di non essere sereni, allora si ha il dovere di scegliere altro; perché il pedofilo è del tutto consapevole della propria tendenza e la pedofilia è una psicopatologia lucida, secondo la definizione che ne dà la psichiatria”.

Il dato preoccupante, per il quale il parroco di Avola è oggi sotto scorta, riguarda invece l’esistenza di “vere e proprie lobby pedofile”: si tratta della così detta pedofilia culturale che, ammantata di liceità, si fa scudo del diritto alla libertà di espressione. Moltissimi i siti web che la propagandano. Esiste anche un partito politico dei pedofili (in Olanda) e una rete di cristiani pedofili (con l’argomento, aberrante, che “anche Gesù amava i bambini”), per non parlare dei tanti network internazionali che la polizia postale stana continuamente, anche con l’aiuto di Meter.
Insomma, dice don Fortunato, “non c’è pace per i più piccoli”. Anche per questo occorre avere il coraggio di parlarne.

domenica 23 maggio 2010

di prime comunioni e famiglie


Tutte quelle famiglie commosse e con il vestito della festa! chi potrebbe raccoglierle insieme, se non madre chiesa?
il parroco che interroga sui fondamentali del catechismo, ammonisce quei figli con il giglio in mano sul nuovo inizio: "da oggi cambia tutto", dice. la famiglia ritorna mille volte nelle sue parole ed è il vero cuore della predica: chi non è famiglia (o chi non la vive affatto, oppure chi la vive in modo diverso, come me) è fuori e guarda alla finestra quegli altri, i 'benedetti dal Signore' secondo il prete. le parole dell'omelia tacciono sull'imperfezione delle coppie 'non benedette dal matrimonio', di chi ha sentimenti omoaffettivi, delle persone sole con figli. l'amore è solo quello 'in linea con la creazione', quello del matrimonio in cui è possibile generare altra vita. e che è più facile da rappresentare dall'esterno: ha un'armonia, un equilibrio formale di ruoli che manca alle 'altre', le famiglie non benedette, quelle instabili, quelle asimmetriche e complicate (ma anche no!), che loro, i preti che vivono da celibi in comunità, definiscono 'traballanti', con un'affettività monca.
a un certo punto, il sacerdote - immagino, per fare un po' di folclore - ripete un detto salentino: 'nna petra ausa tuttu nnu parite', una cosa del genere. 'una sola pietra contribuisce a rendere solido un intero muro'. mi dico che è vero. ma questa stessa saggezza vale anche per le famiglie 'diverse'. ed è strano e triste che la chiesa non se ne renda conto.

giovedì 20 maggio 2010

Partono i “Mondiali al contrario”. Il Sudafrica in Italia ci insegna la rivolta


Chissà cosa penseranno i sudafricani di Abahlali baseMjondolo (‘quelli che vivono nella baracche’, in lingua zulu) delle parole di This time for Africa, l’inno ufficiale della Coppa del Mondo 2010, che si svolgerà in Sudafrica dall’11 giugno all’11 luglio: “Il momento è arrivato, cadono le mura, inizia l’unica battaglia. Non fa male il colpo, non c’è paura, scuotiti la polvere, alzati, e torna sul ring. E la pressione che senti, spera in te, è il tuo popolo!”. Un mix di folk, jazz e blues che canta un inno alla lotta per la liberazione e l’integrazione, tratto da una canzone camerunense, Zamina, riscritta e interpretata dalla cantante colombiana Shakira con l’accompagnamento dei Freshlyground, una band molto conosciuta di Città del Capo.

“Dovrei essere felice perché i mondiali si giocheranno a casa mia e invece non posso esserlo perché la Coppa esclude la maggioranza di noi”, racconta Philani che, insieme a Busisiwe e Thembani, sta attraversando l’Italia per la campagna dei ‘Mondiali al contrario’, promossa dal settimanale Carta insieme a due missionari comboniani di Castel Volturno, Filippo Mondini e Antonio Bonato. Un percorso inverso a quello ufficiale che ha preso il via due giorni fa nella capitale e si concluderà il prossimo 30 maggio.

Da Castel Volturno a Reggio Calabria, da L’Aquila a Chieti, da Pisa a Verona, da Santorso alla vicina Vicenza, da Milano a Varese, e poi a Torino e in Val di Susa, per tornare a Roma: al tour hanno aderito soggetti molto diversi tra loro, come centri sociali, amministrazioni comunali, parrocchie, pro loco e comitati civici. Un programma itinerante, fittissimo di appuntamenti (per conoscerne le tappe: clandestino.carta.org), lungo il quale i tre del movimento Abahlali incontreranno associazioni e singoli cittadini per raccontare che cosa significhi la Coppa del mondo per i sudafricani più poveri, per parlare della loro lotta per terra, case, dignità e democrazia nel Sudafrica post-apartheid, e “ascoltare – a loro volta – il racconto di chi si ostina a immaginare un altro mondo”.

Filippo Mondini è un missionario comboniano laico. Prima di tornare in Italia, a Castel Volturno per la precisione, Filippo ha vissuto per cinque anni in una delle tante baraccopoli, distante una sessantina di chilometri da Durban, nella repubblica sudafricana. Poco prima della partenza per questo ‘viaggio al contrario’, prova a spiegarci l’idea di lotta (“per l’autogoverno e l’autonomia e non per la conquista del potere”) che porta avanti il più grande movimento di impoveriti del paese, Abahlali, che si articola in oltre quaranta insediamenti di molte città – come la stessa Durban, Pinetown, Città del Capo, Pietermaritzburg e Port Shepstone – e dove i baraccati vivono senza acqua e senza elettricità, in condizioni disumane.

Ecco: i mondiali, visti dagli slum sudafricani, non sono affatto un fenomeno sportivo. Migliaia di famiglie sono state sfrattate perché accusate di occupare spazi destinati alla costruzione di nuovi stadi o alla ristrutturazione di quelli vecchi. Un popolo di poveri ambulanti, ragazzi di strada, baraccati sono stati spostati con la forza nei ‘transit camp’, veri campi di reclusione dalle condizioni di vita pessime. Un esercito di invisibili, tenuti alla larga dagli stessi stadi per non ‘sporcare’ i racconti ufficiali di un paese su cui stanno per accendersi le luci dei riflettori di tutto il mondo. È lo stesso Sudafrica che ha vinto l’apartheid, quello di cui parla Filippo, la ‘nazione arcobaleno’ come è stata definita per la sua eterogeneità etnica: ora, è “solo lo Stato più ineguale del mondo”, a causa delle scelte economiche del partito-stato”.

Ma “i senza voce, in realtà, una voce ce l’hanno”, spiega Mondini, “e l’esperienza africana ce lo dimostra: sono un soggetto pensante a differenza di quanto avviene in Italia” ed è la ragione per cui è nato Abahlali. Per smettere di delegare la rappresentanza di alcuni diritti fondamentali, come quello alla salute, al lavoro, ai servizi essenziali. Per scendere in campo e riprendersi la politica, non quella dei potenti, ma quella che viene chiamata «ipolitiki ephilayo», la politica della vita. Come spiega un membro del movimento si tratta di “una politica fatta in casa, in modo che ognuno, ogni vecchia signora, ogni giovane, ogni padre di famiglia, riesca a capire. Certo chi non abita nelle baracche può venire e collaborare con noi… ma come servo e non come padrone”. In una frase: l’autogoverno dei poveri.

“Il rischio che corriamo in Italia”, conclude Filippo, “è che la così detta società civile non crei una politica realmente emancipatoria, di cambiamento, ma si limiti a ripiegare su semplici aggiustamenti”. In buona sostanza è quello che Abahlali ha osato dire al ceto politico che lo governa: “Talk with us and not about us!”. Qui, in Italia, dove a settimane alterne “gli operai, per protesta, vanno sui tetti e lottano per il proprio posto di lavoro”, a queste rivendicazioni (“giustissime”), secondo il missionario comboniano, manca un requisito fondamentale per fare di “una rivolta, un evento”: l’universalità.

E la rivolta di Castel Volturno? E quella degli ‘schiavi’ di Rosarno? In entrambi i casi, sono stati “gli immigrati a lottare contro un sistema di sfruttamento che li vessava”. Ma noi “soffochiamo la rivolta, non riusciamo ad ascoltarla”. Perché ci fa paura e non la riconosciamo. Noi, cittadini di una democrazia che funziona perfettamente. Dicono.

mercoledì 21 aprile 2010

Omosessualità, i ricatti della fede dietro la grata del confessionale


Padre, sono lesbica, amo le donne come me e sono credente. Soffro per il giudizio della Chiesa e sento forte il peso della colpa. «Fatti forza e domina le tue tendenze», risponde il prete di San Giovanni Bosco, nel Tuscolano, la stessa chiesa che non celebrò i funerali di Piergiorgio Welby. «Noi siamo esseri deboli, capaci di un amore limitato e istintuale, per questo dobbiamo seguire il comandamento della Chiesa, che è quello dell’amore integrale della Bibbia». Una confessione standard, ripetuta in dieci chiese romane, seguendo un percorso che dalla periferia della capitale porta dritti nel cuore del cattolicesimo, a San Pietro. Per capire come rispondono i ministri della Chiesa all’omosessuale che crede. E che teme l’esclusione dalla comunità ecclesiale.

Poco oltre c’è la chiesa di Santa Maria Ausiliatrice: il padre confessore è visibilmente imbarazzato, infatti, non trova le parole. Alla fine, riesce a dire: «Siamo proprio sicuri? Esiste una diagnosi clinica che accerti l’omosessualità? Perché forse è un fatto passeggero, qualcosa di curabile». E spara la soluzione: togliersi «questo chiodo fisso» e «darsi al volontariato, avere uno scopo». In fondo, per le persone nella tua condizione, da parte «della chiesa, c’è la massima comprensione», rassicura, «purché non si pratichi».

Chi sono gli omosessuali credenti, oggi, per questa Chiesa? Solo peccatori (im)penitenti o anime da guidare come tutte le altre? Come la pensano i suoi ministri? Un insospettabile viceparroco trentenne è raccolto in preghiera nella Chiesa di Ognissanti, alle porte di Piazza Re di Roma: scarpe da tennis e tuta, sembra un turista o uno dei tanti fedeli di passaggio. Incoraggia ad andare avanti «nella vita come nella fede», a «non sentirsi giudicati»: prova a spiegare la posizione della Chiesa, «di condanna verso tutti i comportamenti disordinati ed estremi, che siano compiuti da persone eterosessuali oppure da omosessuali». E invoca il perdono per la lesbica penitente che ha di fronte. «L’omosessualità non è un peccato in sé» ha stabilito nel 1986 la Congregazione per la dottrina della fede, quando a guidarla c’era l’allora cardinale Ratzinger, ma «resta un comportamento cattivo dal punto di vista morale» e un’inclinazione «oggettivamente disordinata».

Nella Basilica di San Giovanni in Laterano, un sacerdote ottantenne un po’ sordo dispensa consigli pratici e incoraggia ad accettarsi «nel nome del Signore»: e se «domani ti innamori di una donna, restate vicine e chiedete perdono insieme». Infine, un suggerimento che suona come un augurio: «Trovate un sacerdote che non vi condanni e vi guidi nella fede».

Alla lesbica credente, colpevole solo di avere una tendenza maligna, è impartita l’assoluzione per un non peccato. «Il perdono non si nega mai» e la Chiesa degli uomini sembra più misericordiosa, imperfetta e confusionaria del quadro senza sbavature suggerito da vescovi e cardinali. Dietro l’angolo esiste sempre la strada dell’amore spirituale, sapendo in anticipo che il percorso è pieno di contraddizioni. Ma il sacramento della penitenza esiste per questo.

Ecco due chiese molto celebri, praticamente due musei dove si prega di passaggio. Il Santuario di Santa Maria degli Angeli, in piazza della Repubblica, e la Chiesa del Gesù. Qui nemmeno la lingua italiana ti aiuta: in entrambe a rimettere i peccati, due pretini dello Sri Lanka. Con uno sforzo incredibile, evitano per tutto il tempo anche solo di citare il termine “omosessualità”. Piuttosto sbrigativi, sono pronti tuttavia a rassicurare: «Dio comprende e ama tutti, senza distinzione».

I gesti e le parole della penitenza sono tutti uguali: riti che si ripetono all’infinito e un po’ si stemperano nel buio delle navate. Ma stavolta non è così. Fuori programma nella basilica di Santa Maria sopra Minerva, quando il sacerdote, evidentemente colpito dalla delicatezza della questione, esce dal confessionale e fa strada verso le stanze della sacrestia: «Seguimi, così sarai più a tuo agio». E poi: «Io pecco ogni giorno, mi sento attratto dalle donne», sembra quasi lui a confessarsi, mentre ammette: «Non riesco a farne a meno e per questo chiedo perdono tutte le volte». E l’amore omosessuale? «L’unico amore possibile è quello che viene da Dio, in linea con la creazione».

La confessione più lieve e sorridente è quella del santuario di nostra Signora del Sacro cuore, in piazza Navona. Il prete, un toscano di 80 anni, esclama: «Cosa vuole che le dica? Certamente, nulla di definitivo: senta altre campane oltre alla mia!». Poi, racconta la parabola di Abramo e del figlio Isacco e invita a riflettere sulla dimensione del mistero legato alla fede. «Accettare le contraddizioni», senza avere timore «di viverle e di peccare e di chiedere perdono», questo il suo viatico. Preti dietro e fuori la grata, corpi inaccessibili e separati: voci remissive, severe, imbarazzate, accoglienti, colte o dialettali. Il segno della croce è il fischio di partenza, poi, tutto si umanizza e le distanze diventano più gestibili: c’è il peccato confessato, la Parola che viene in soccorso e, puntuale, l’attesa riabilitazione “nel nome del Signore”. Nel cuore del Vaticano, dentro la basilica San Pietro, c’è solo un prete che si affaccia dal confessionale e che si può guardare negli occhi. È sudamericano ma parla benissimo l’italiano. Pochi secondi di silenzio e poi, arriva la provocazione: «Ti auguro di trovare una bella ragazza, cosa vuoi che ti dica?». Poi il registro diventa politico: «È un problema che hanno tutte le minoranze quando chiedono il riconoscimento di alcuni diritti civili”. E fa la sua analisi: in Italia “non esiste una lobby gay, mentre c’è ed è fortissima, la lobby della Chiesa cattolica. In quale altro posto - chiede i politici fanno la fila per parlare con un cardinale?». Alla fine, il sospetto diventa certezza: «Cosa dovremmo fare noi omosessuali? darci fuoco tutti per urlare alla Chiesa e al mondo che esistiamo?», chiede con impeto. E la pratica sessuale? «Che problema c’è?» risponde, «basta solo rompere il meccanismo di colpa e innescarne uno positivo, sentirsi in armonia con se stessi!». Infine, dolcemente: «Non c’è nulla di sbagliato nell’amore, quando è tra adulti consenzienti«. Prima di impartire l’assoluzione, prende carta e penna e segna tre titoli di libri da leggere: tutti scritti da autori stranieri, per comprendere meglio – spiega – il punto di equilibrio tra fede e identità sessuale.

Il viaggio penitente alla ricerca di uno spiraglio, una piccola crepa di speranza in cui introdursi per sparigliare le carte, finisce qui. Nel segreto del confessionale, la Chiesa diffusa – quella fuori dalle gerarchie – si gioca una chance per rimanere piantata nella realtà. Pochi minuti, poche battute per rispondere al peccatore che la interpella, costretta a scegliere, in nome della stessa Verità, se essere madre amorevole o severa matrigna.

lunedì 15 febbraio 2010

Fini: “Ecco la mia nuova destra”. Ma tra il dire e il Farefuturo…

di Ilaria Donatio

Gianfranco Fini è compiaciuto nel ricordare le parole con cui Nancy Pelosi lo ha salutato mentre era in visita, alcuni giorni fa, a Washington: “Uno dei più strenui difensori dei diritti in Italia”, lo avrebbe definito la speaker di origini italiane. E l’accento bolognese del presidente della Camera che insaporisce le parole di soddisfazione si offre alla sala pienissima e raccolta in silenzio, a Palazzo San Macuto, per assistere alla presentazione del nuovo numero di Charta minuta – la rivista della fondazione Farefuturo. In copertina, un albero della vita che – alla base del tronco, proprio al posto delle radici – indica la sfida nascente, a destra: “La nostra nuova politica”. Ma lo sforzo, spiega Fini, è “semplicemente quello di 'alimentare' quella vecchia”, di “metterle addosso un po’ di sale”, di cercare “altre sintesi”: perché “pensavamo che questa potesse essere una legislatura costituente e così non è stato”.

Ma anche di lanciare qualche provocazione, a quanto pare: “La vogliamo smettere di avere questo senso di inferiorità rispetto alla così detta egemonia culturale di sinistra?”, chiede Fini agli astanti. E detta le condizioni: “La dobbiamo finire col pensiero unico del centrodestra”. Come? Superando il “timore di confrontarsi con la questione dei diritti”, un “mare certamente insidioso” ma “essere conservatori non vuol dire essere pigri”.

Ed ecco l’alfabeto che la “nuova destra” dovrebbe apprendere: diritti, integrazione, laicità positiva, patto di cittadinanza, sussidiarietà, legalità, green economy. Oltre le “vecchie categorie” della politica, lontanissime da quello che “la gente sente e vuole”, la nuova “politica post-ideologica” non ammette più “eresie o ortodossie” ma “sa ascoltare” e, perché no, anche “educare”. Una politica che guardi avanti ma non con “lo specchietto retrovisore”, che vada oltre gli “schemi del secolo scorso”, che smetta di “confondere laicità con laicismo” e che scommetta sulle “riforme di partecipazione del cittadino”. Una politica che si scrolli di dosso anacronistiche nostalgie “di quanto erano belli i partiti” e punti a forme intermedie, come ad esempio le organizzazioni di cittadinanza attiva. Perché “ci sono due modi per vincere le elezioni: quello di giocare sugli errori altrui oppure quello di puntare sulle proprie convinzioni”. “A noi”, dice Fini, “non resta che mettere una pietra, anzi un mattone, perché le pietre si lanciano” (e possono far male), mentre noi vogliamo costruire”.

Gli interventi raccolti nel fascicolo di Charta minuta, effettivamente, disegnano la mappa della nuova politica, spiegata dallo stesso Fini nel suo editoriale di apertura. Diritti delle coppie di fatto (etero ed omo), il nodo di politica e religione, testamento biologico, integrazione e diritti dei migranti, sostenibilità ambientale. La sensazione è che si tratti un vero e proprio manifesto che non corrisponderà a “una nuova corrente” (altrimenti, “ricoverateci”, ha scherzato Fini, “visto che An aveva il 12 per cento dei consensi e l’abbiamo sciolta”) ma che certamente rappresenta la piattaforma ideale di un nuovo soggetto politico, che “punta a dettare la linea e a indicare strategie”, che ha una “visione” altra rispetto al proprio contesto di riferimento. Un “nuovo corso finiano”, lo definisce nel proprio intervento Alessandro Campi (direttore scientifico di Fare Futuro e, di fatto, spin doctor di Gianfranco Fini) che tenta di “battere strade diverse” da quelle intraprese dal Popolo delle Libertà, ma anche dallo stesso dibattito tra opposti schieramenti, liquidato dal presidente Fini come il “solito ping pong”. “Noi diciamo solo cose che altrove, in Europa, sarebbero ritenute normali, e qui sono liquidate come provocazioni”, ha aggiunto.

Ora la scommessa è questa: come farà “la nuova destra”, o almeno quella che oggi si presenta come tale, a passare da (queste) premesse politico-culturali, dal dibattito sulle idee alle politiche di governo, alle leggi sull’immigrazione, a quelle, ancora attese, sui diritti delle coppie gay e lesbiche, alla legge sul bio-testamento: quali compromessi sarà costretta a chiedere a se stessa, e come farà scendere a patti con chi, quotidianamente e con precisione chirurgica, quei diritti che il presidente della Camera citava una frase sì e una no, mette letteralmente sotto i piedi? Risponderanno che loro volevano solo provocare? Stimolare il dibattito? Proprio oggi, la notizia che il ministro per gli Affari regionali Raffaele Fitto ha annunciato ricorso in Corte costituzionale contro la legge regionale sull’accoglienza ai migranti. Il terzo in venti giorni. Sarebbe bello che Fini, oltre a parlar chiaro, facesse anche qualcosa di realmente nuovo. Una cosa di destra, per carità, ma a un certo punto i dibattiti finiranno. E anche i mattoni per costruire. A sinistra ne sanno qualcosa.

mercoledì 10 febbraio 2010

Dalla “centrale” di Springfield all’atomo spagnolo: viaggio attraverso l’(eterno) incantesimo italiano


Come Homer Simpson

Su Facebook esiste un contatto che ha un nome lungo un’intera frase: “Vorrei lavorare in una centrale nucleare e fare come Homer Simpson…dormire”. Esilarante. Soprattutto perché l’autore, uno studente di scuola media che vorrebbe dormire di più, cita una cosa così lontana dalla sua realtà di adolescente, com’è una centrale nucleare (e una centrale in Italia!), dove lavora come capo della sicurezza (!) proprio Homer Simpson, l’antieroe per eccellenza. L’impianto, Springfield è il nome di fantasia, è (naturalmente) teatro di incidenti e stupidaggini incredibili, tanto da essere in totale dissesto e generare pesante inquinamento per la città.

Ora, il produttore dei Simpson è andato a girare un documentario all’interno di una vera centrale, quella di Grand Gulf del Mississippi per confrontarsi con i lavoratori e verificare se il punto di vista espresso dai personaggi della serie non distorcesse eccessivamente la realtà. Chapeau! Naturalmente, non ci attendiamo chissà quale cambiamento nella politica editoriale della serie più politically uncorrect che ci sia, ma possibilmente fonti di diversa ispirazione. Come quelli forniti dalla realtà che offre molteplici spunti.

I cugini spagnoli

Alla fine i voti del Psoe, i socialisti spagnoli, hanno bloccato il progetto di installazione dell’Atc, il Magazzino Temporaneo Centralizzato di scorie nucleari, nella regione autonoma di Castilla-la-Mancha. Lo ha scritto, El Mundo, dopo l’esito del dibattito avvenuto in seno al consiglio regionale della comunità autonoma. Ritirate, dunque, tre delle undici candidature e precisamente quelle di Yebra (Guadalajara), Villar de Cañas (Cuenca) e Villar del Pozo (Ciudad Real). E ieri si è aggiunto lo strano “pentimento”, riportato dal quotidiano spagnolo, del sindaco (socialista) del comune di Campo San Pedro (nella regione autonoma di Castilla e Leon): il primo cittadino nega che la propria candidatura si sia perfezionata, “sebbene”, assicura, “l’avrebbe desiderato”

La notizia che ben dodici comuni (diventati in corso d’opera undici, per il ritiro del municipio di Santiuste e le relative dimissioni del sindaco del Pp, messo in minoranza) si fossero candidati a ospitare un cimitero temporaneo di scorie nucleare, aveva fatto molto rumore lo scorso 29 gennaio, termine di scadenza del bando, pubblicato il 23 dicembre dal Ministero spagnolo all’Industria, Turismo e Commercio (“Boletín Oficial del Estado”) per la “selezione dei municipi candidati”.

La valanga di soldi promessi dal bando (700 milioni di euro di investimenti) e posti di lavoro (per la costruzione dell’impianto se ne prevedono circa 300 nei primi cinque anni, con punte di 500) fanno davvero gola a questi minuscoli comuni rurali, piegati dalle conseguenze della crisi economica, da problemi di spopolamento e dall’invecchiamento della popolazione. E la prospettiva di ospitare, sul proprio territorio, un mega silos (che si estenderà su una superficie di 13 ettari e che esiste già in Francia, Regno Unito, Ungheria, Stati Uniti e Olanda) dove depositare le scorie, è stata vista immediatamente come un’opportunità, anzi, come “la” soluzione di molti problemi. E a giudicare dalla bilancia costi-benefici, il rischio (percepito) per la salute degli abitanti (elemento fondamentale per la realizzazione di qualsiasi progetto, e indipendente dalle garanzie che ciascun governo è in grado di offrire) è stato azzerato dalla certezza delle compensazioni offerte (che si calcolano in alcuni milioni di euro ogni anno). Tutto lineare, trasparente e pubblico. Nonostante i dibattiti della politica.

Come statue di sale

Si sa, l’atomo è un invito a nozze per il solito battage dei partiti: la contrapposizione tra socialisti e popolari in Spagna riflette quella italiana, in piena campagna elettorale per le regionali. E qui si respira aria di attesa tanto che anche candidati politicamente schierati a favore del sì all’atomo (ad esempio la Polverini che corre per la poltrona di governatore della Regione Lazio), imboccano la strada della prudenza e della cautela. Insomma, è come se tutti stessero giocando al famoso ‘chi ride per primo’: facce immobili, scrutanti, ben attente a non fare il minimo gesto, ché le squalificherebbe subito dal gioco. Statue di sale e per di più imbarazzate. Intanto, attraversiamo da anni un infinito stand-by che ci fa perdere tempo, risorse, innovazione e ritarda la ricerca.

Fino ad ora, solo tre regioni hanno detto sì al nucleare, Veneto, Friuli Venezia Giulia e Lombardia, sollevando un coro di proteste dall’opposizione, che per l’occasione sfodera le (poche) idee chiare che ha almeno su un argomento, e accusa: “Avrà devastanti conseguenze per la salute delle persone e l’integrità del territorio”. Amen.

L’essere ‘pro o contro la qualsiasi’ sembra essere, oggi, l’ultima occasione di ‘lotta’ politica, di contrapposizione dura tra opposti schieramenti. Ma in gioco non è tanto (e quasi mai) il (fantomatico) bene comune (perché in questo caso, non ci sarebbe molto da discutere), quanto spesso il desiderio di far valere gli interessi della parte che si rappresenta: la presunta ‘bontà’ delle ragioni del no (no Tav, no nucleare… ) contro la ‘cattiva coscienza’ di quelle del sì. E quando entrano in gioco i temibili spiriti animali, la battaglia diventa irrazionale e a perdere sono sempre i cittadini.

Secondo i dati del Nimby Forum, sono 190 le infrastrutture e gli impianti, a essere oggetto di contestazioni. Ma in discussione, non è tanto la sindrome Nimby (not in my backyard) quanto il meno noto effetto Nimg (not in my generation), che porta alla netta opposizione a qualsiasi cambiamento nel proprio tempo, passando il testimone della sfida alle generazioni future. Quando probabilmente sarà troppo tardi.

Che cosa si può fare per mettere sullo stesso piano progresso e tutela del territorio, interessi pubblici e privati, impresa e governo, sviluppo e sostenibilità? Potrebbe sbloccare la situazione, come propone il ministro Scajola, la scelta di togliere potere in materia di energia alle regioni? Non si può immaginare di imporre al territorio una tecnologia che non è condivisa. Ma non si può neppure credere di giocare a mosca cieca per un tempo infinito. Perché è la politica che blocca la politica, che stabilisce regole e le cambia un attimo dopo, che gioca su entrambi i campi. Mentre noi altri stiamo a guardare. Cosa? Il simpatico Occhione, il pesce con tre occhi dei Simpson, mentre sguazza allegramente per le acque (inquinate) di Springfield.