Liberi di scegliere sulla propria morte. “Sia fatta la mia volontà”, una docufiction su funerali civili e testamento biologico


Cosa c’è di più democratico del corpo che muore? Ben poco: perché se “nel presente muore solo qualcuno, nel passato sono morti proprio tutti”, osserva icastico Ascanio Celestini in Sia fatta la mia volontà, la docufiction prodotta dall’associazione culturale Schegge di cotone e nata da un’idea di Emanuele Di Giacomo e Ottavia Leoni. Un’ora e venti minuti (rigorosamente no budget), diretti e interpretati da Paola Bordi, Elisa Capo e dalla stessa Leoni, per affrontare la questione “ingombrante” e dolorosa di cosa fare del corpo di chi muore. Un viaggio ironico e riflessivo intorno al tema della morte e ai suoi aspetti più pratici che parte dall’organizzazione di funerali laici – una vera corsa ad ostacoli – fino a toccare il tema più ampio del diritto alla libertà di scelta. Che riguarda, come spiegano gli autori, non soltanto la decisione di quale “rito scegliere” per l’estremo saluto, o a “quale destino” affidare il proprio corpo una volta finita la cerimonia, ma che investe anche “le delicate questioni del fine vita”.

La trama: una nonna chiede aiuto alle tre nipoti per pianificare il proprio funerale. La donna non vuole un rito normale (dove “normale”, in Italia, sta per religioso naturalmente) ma un funerale civile. Per soddisfare il desiderio della nonna, le tre donne iniziano prima a raccogliere informazioni in giro per l’Italia: dove si celebra un funerale civile? cosa si fa quando in una città non esiste una “sala del commiato”? c’è una ritualità consolidata per i funerali civili? esistono dei “cerimonieri laici”?

A queste domande, con la fiction che cede il posto al documentario vero e proprio, provano a rispondere esperti, personaggi noti e gente della strada. E le imbarazzanti telefonate a pompe funebri e cimiteri di mezza Italia rivelano non solo l’assoluta ignoranza circa la possibilità di celebrare funerali laici, ma proprio una difficoltà, innanzi tutto culturale, anche solo a concepire un’alternativa al rito religioso. Come a Catania, dove alla domanda se fosse possibile organizzare funerali civili, l’agenzia funebre risponde con un esilarante: “Se c’è una chiesa laica, bene, altrimenti non si può far nulla!”. Oppure a Bari, da dove le tre giovani si sono sentite ribattere: “Certo che è possibile: dipende dalla bara, se la volete di zinco oppure di legno”.

Insomma, nel 2010, organizzare un funerale civile in Italia è una missione (quasi) impossibile, soprattutto al Centro-Sud: nella maggior parte della città non esiste un luogo dignitoso, spesso, si tratta di sale mortuarie minuscole, altre volte, di luoghi di ripiego. E molte persone, quindi, non vedono altra alternativa a quella di recarsi in chiesa.
Certo, lo spazio è necessario ma spesso non è sufficiente. “Bisogna costruire una cultura funeraria che ancora non c’è”, spiega Carlo Giraudo nel documentario, cerimoniere al Tempio di Torino (il crematorio di fine Ottocento che ospita una bellissima sala del commiato), “questo significa” prosegue, “riuscire a tradurre un’esigenza di libertà in atti, riti, parole, silenzio, musica”. Insomma, in una liturgia laica.

Marina Sozzi è direttore scientifico della Fondazione Fabretti di Torino, centro di ricerca e documentazione sulla morte e il morire, nato nel 1999. È anche docente di Tanatologia Storica, alla Facoltà di lettere di Torino e si descrive così: “Mi definiscono una tanatologa - una che studia la morte - e si aspettano che io sia cupa e arcigna. Invece sono ottimista e sorridente. La morte e la vita sono strettamente intrecciate, che ci piaccia o no. Quindi io studio la vita”. La fondazione, spiega, “oltre a fare attività di ricerca, propone progetti di formazione professionale dedicati agli operatori sanitari che lavorano a contatto con il morire, impartisce corsi per gestire lo stress” e da due anni, “offre anche un servizio di supporto al lutto”: tramite la formazione di gruppi di auto-mutuo-aiuto sul lutto e l’apertura di uno sportello di ascolto rivolto a tutti i cittadini che vivono un’esperienza di perdita. Moltissimi dei quali, dice Sozzi, dopo aver celebrato le esequie religiose, scelgono di compiere anche il rito civile al Tempio: “Molti sono credenti e scelgono il doppio rito: perché non si sentono completamente accompagnati dal solo funerale religioso, come accadeva in passato”.

Pochi sanno che a disciplinare lo svolgimento dei funerali è un decreto presidenziale che risale al 1990 e che, tra le altre cose, delega ai comuni la stesura di un regolamento per la disciplina della materia sul proprio territorio. Molti municipi però, oltre a non istituire la sala per le onoranze, non contemplano neppure la possibilità di ricordare il defunto nel caso la funzione non preveda il rito religioso. Risale al 2003, secondo governo Berlusconi, un disegno di legge che intendeva disciplinare le attività in materia funeraria. Non fu mai trasformato in legge e da allora è calato il silenzio. La stessa richiesta, avanzata dall’associazione Uaar nel lontano 2001, di modificare la disciplina, inserendo l’obbligo di normare lo svolgimento dei funerali civili è sempre stata ignorata.

Nel documentario, attraverso i funerali laici, il racconto approda al tema più generale del diritto alla libertà di scelta.
“Essere liberi di scegliere sulla propria morte”, raccontano gli autori, “si traduce anche nel poter decidere su quali trattamenti sanitari rifiutare o accettare; poter esprimere chiaramente la propria volontà, oggi, per quando non si sarà più in grado di esprimerla direttamente; poter stabilire quando i trattamenti sanitari diventano così gravosi da non permettere più una condizione di vita dignitosa”.
A parlare è Ignazio Marino, a capo della Commissione parlamentare d'inchiesta sul Servizio Sanitario Nazionale: “Il Senato ha approvato una legge contro la liberà di scelta, che impone ai pazienti terapie che non vogliono”. Una legge che anche “i medici hanno giudicato negativamente e che porrà molti problemi di applicazione”, sottolinea.

“Abbiamo bisogno”, dice a un certo punto del filmato Ascanio Celestini, “che anche il morire come il vivere rientri nei parametri di civiltà”. E dopo di lui, chiede la stessa cosa Paolo Ravasin, presidente dell’associazione Luca Coscioni di Treviso, malato di Sclerosi laterale amiotrofica: che la sua “vita sia la migliore possibile oggi ma che “quando la malattia prenderà il sopravvento”, lo lascino andare. “Perché”, conclude Ravasin, “se mi tolgono anche quel poco di libertà che mi è rimasta, quella di poter decidere, non mi resta più nulla”.
“Sul testamento biologico”, commenta Annalisa Chirico, segretaria degli studenti dell’associazione Coscioni, “noi Radicali abbiamo condotto una battaglia solitaria (“dov’era il Pd dei dibattiti e dei convegni mentre noi facevamo tutto questo?”) sull’istituzione del registro dei testamenti biologici, per dare ai cittadini la possibilità di autenticare la propria volontà, senza bisogno di ricorrere al notaio”. L’associazione ha anche messo a punto il così detto “soccorso civile”, un servizio di consulenza e assistenza legale sui testamenti biologici.

Ecco, al centro di questo viaggio c’è, in fondo, il grande tema della laicità dello Stato. E come dice la “nonna” protagonista della storia, che nella vita si chiama Cesara Pagani e fa la volontaria al Tribunale per i diritti del malato di Roma, “è vero che la vita è sacra ma è tale solo quando è realmente partecipata”. Lei, intanto, si è “scaricata” da Internet i moduli per il proprio testamento biologico. Perché, come dice Ascanio Celestini: “Io non sono contrario all’esistenza di Dio, anzi! Se esiste, quando arrivo all’al di là, sarà davvero una bella sorpresa!”.

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