Emergency: riapriremo l’ospedale a Lashkar-gah

L’integralismo di Emergency è soprattutto quello che ricorda al mondo, senza tanti giri di parole, distinguo e mediazioni, che “la guerra ha sempre (sempre) odore di sangue, merda e vomito”. È la stessa ragione per cui i suoi detrattori, tanti e quasi sempre politicamente orientati, parlano dell’organizzazione guidata da Gino Strada, con un pizzico di antipatia (a dirla tutta), quella riservata, in genere, a chi non ama cincischiare nel mucchio, a chi chiama le cose con il loro nome anche se questo è scomodo, suona male e ha l’odore acre di una perenne resistenza.

Così, siamo tutti abituati a sentire che “quelli di Emergency – per carità – fanno tante cose buone in giro per il mondo” ma “sono un vero partito”, una “banda di estremisti”, magari pacifici, ma sempre di estremisti si tratta. Poi, volti l’angolo e ti imbatti in tutta un’altra storia: quella del suo popolo, che non ha dubbi, nessuna incertezza sulle battaglie di Gino Strada, che sente insieme a lui e che lo porta – in pochi minuti – a mobilitarsi e a dire “Io sto con Emergency”.

Quel popolo, almeno la sua parte romana, era presente l’altra sera al teatro Golden, nel nome di 'No weapons' che, in definitiva, è il collante principale che lo tiene insieme, ma anche per ricostruire l’arresto (in assenza delle più elementari regole di legalità) dei tre operatori italiani: il chirurgo Marco Garatti, l’infermiere Matteo dell’Aira e il giovane tecnico Matteo Pagani, portati via - insieme ad altri componenti dello staff internazionale - da militari afgani e membri della coalizione internazionale, in seguito a un attacco al centro chirurgico di Lashkar-gah, in Afghanistan del Sud. Una trappola vera e propria, ma si saprà molti giorni dopo, tesa da quelle stesse autorità afgane che Emergency (e formalmente l’Italia) stanno aiutando da anni.

I due Matteo, sorridenti e sereni, rispondono alle domande del giornalista Rai, Riccardo Iacona (Marco Garatti è assente giustificato) di fronte a un teatro stracolmo: il racconto delle carceri conferma la “descrizione da incubo” che in genere circola delle prigioni afgane, un luogo in cui, la giustizia, la legalità e la tutela dei diritti, sono solo un’ipotesi lontana.
Celle piccole (due metri per due), sporche e vecchissime, luci a neon accese 24 ore su 24 e un interprete che non conosceva l’inglese e che, dunque, non poteva fare il proprio lavoro: ciascun operatore era tenuto in isolamento, sottoposto a ogni genere di pressione psicologica per fargli confessare una versione dei fatti del tutto incongrua (perché mai Emergency avrebbe voluto la morte del governatore di Helmand che il giorno prima era andata a trovare? perché custodire le armi che sarebbero dovute servire all’attentato, proprio in ospedale?) e che hanno conosciuto solo dopo 36 ore di detenzione: dal tampone salivare alla fotografia dell’iride, da fogli scritti in pashtun che dovevano firmare senza sapere il contenuto ai tentativi di metterli gli uni contro gli altri.

Alla fine, la liberazione e la verità: una trappola che Iacona tenta di ricostruire e che, nella trama intricatissima di questa vicenda, ha in sé un barlume di razionalità: da quando è iniziato il conflitto afgano, nove anni fa, Emergency denuncia che si tratta della maggiore operazione militare degli ultimi anni, che vede coinvolte le forze internazionali sotto il cappello della Nato, l’Isaf (International Security Assistance Force) e quelle americane, e che è costata l’annientamento della popolazione, “oramai stanca e traumatizzata dalle continue perdite”.

“Sono un infermiere”, spiega Matteo dell’Aira, “e il mio compito è quello di curare i feriti, siano essi talebani o combattenti (che non riesci, tra l’altro, neppure a distinguere), donne o bambini”: sono persone e non c’è distinzione tra loro”. Questo, continua Matteo, “a riprova della neutralità di Emergency a cui sono fiero di appartenere: ho una bambina e sono terrorizzato”, racconta, “alla sola idea che possa cadere dall’altalena”. “Ecco perché”, dice, “ogni volta che arriva in ospedale un bambino ustionato o vittima di una mina, penso ai suoi genitori, a quello che possono provare, alla paura quotidiana con cui sono costretti a vivere”.

Nei giorni dell’ultima offensiva Nato, quella di febbraio, Matteo ha curato un diario sulla rivista di Emergency: una sorta di nuova (e triste) antologia di Spoon River (che in parte ci racconta a voce), abitata dai tanti piccoli afgani feriti che giorno dopo giorno, lui e i suoi colleghi cercavano di curare. Sono annotati i loro arrivi, dolorosi ma pieni di speranza, ma anche la felicità di poterli vedere ripartire guariti, almeno alcuni di loro.

C’è Said che, col suo orsacchiotto di peluche sotto il braccio e un polmone perforato, all’ospedale ci arriva in elicottero. Akter è portato invece dal padre, molte ore dopo che un proiettile gli ha perforato la testa, da parte a parte. C’è Gulalay, 12 anni, che è stata colpita alla schiena mentre curava i pochi animali della famiglia: ora non riesce più a sorridere. E poi, Roqia, Fazel, Khudainazar e i due fratellini Sharifullah e Rahmat Bibi, tramortiti dalla paura e dalle ferite provocate dalle schegge di un ordigno che sembrava una palla: non si staccano mai l’uno dall’altro, quasi volessero consolarsi a vicenda.

Un diario per immagini che nella sala del teatro possiamo tutti visualizzare sui monitor: ecco l’ospedale, 70 posti letto, quattro corsie, due sale operatorie, un ambulatorio chirurgico, ma anche una sala giochi e una mensa. Il centro, che è un presidio chirurgico per le vittime di guerra e le mine antiuomo, accanto alla traumatologia, opera dal 2004: da gennaio a marzo 2010, ci sono stati 664 ricoveri (di cui, il 60 per cento per cause di guerra) e oltre un terzo dei pazienti è costituito da bambini che hanno meno di 14 anni. Il tutto ha un costo di gestione annuale pari a circa un milione e quattrocento mila euro.

L’ospedale di Lashkar-gah, dedicato a Tiziano Terzani, è chiuso dal giorno in cui è stato “violato”, in “quell’attacco armato a un luogo di pace”: l'unica struttura della zona, hanno sottolineato i medici cooperanti, “in grado di offrire cure altamente specializzate e gratuite alla popolazione civile” è oggi fuori uso. Ed ecco la notizia: Emergency è a lavoro per riaprire il centro entro luglio, e infatti Gino Strada sta per avviare una serie di colloqui, a vari livelli, con le autorità afgane: “naturalmente”, precisano i cooperanti, “la riapertura dell’ospedale dovrà avvenire alle condizioni di Emergency, che dovranno essere accettate da tutti e in nessun caso scenderemo a patti con le autorità”.

“La guerra”, chiosa Iacona, “seleziona e male la classe dirigente. E allora il problema che si pone è quello, più complesso, di ripensare politicamente la Nato e, dal momento che “lì dentro ci sono anche i nostri soldati, abbiamo il dovere di sollevare questo dibattito”.
Intanto si combatte. Il presidente Usa, proprio in queste ore, ha sostituito con il generale David Petraeus, uno degli uomini simbolo della guerra contro i talebani, il generale Stanley McCrystal, colpevole di avere criticato in un’intervista, la gestione del conflitto in Afghanistan della Casa Bianca. Obama avrebbe detto: “La guerra è più grande delle persone”.

E gli analisti ripetono: se la missione si ritirasse ora, sarebbe una vera catastrofe. Intanto, i cooperanti di Emergency fanno notare che “prima di essere infermieri, medici, volontari, siamo esseri umani, e se vediamo un bambino ferito, allora dobbiamo curarlo ma non possiamo non prendere una posizione: se non lo facessimo, saremmo loro complici”. La chiamano radicalità. Quella che spinge Gino Strada a citare Einstein che, nel lontano 1932, a una conferenza sul disarmo, disse: “La guerra non si può umanizzare, si può solo abolire”. Quella che fa dire a Matteo, l’infermiere: “Di una cosa mi sono accorto: la cosa più semplice ma anche la più importante, in ospedale, è quella di sedersi e parlare: è tanto utopico”?
Emergency crede di no.

(26 giugno 2010)

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