martedì 24 gennaio 2012

Diario da Istanbul

Istanbul, 23 gennaio 2012 – Sono a Istanbul per una breve vacanza, alla ricerca di una pausa dal mio mondo, in una città che sa essere molte cose diverse, tutte insieme. “Una città fatta di contrasti”, mi avevano avvisata alcuni amici, e questo ha reso la partenza ancora più eccitante.
Abituata come sono, al mio “angolo di vita” tutto occidentale, apparentemente compatto, monodimensionale, questo posto si è rivelato ricco di sorprese: ho scoperto “la Istanbul” globalizzata, con i suoi Starbucks Coffee, che sarebbe potuta essere un pezzo di New York o Parigi. Dove giovani uomini e donne alla moda popolano la notte, per le strade eleganti e i locali di lusso; e “la Istanbul” dei venditori ambulanti di çay (tè), dei chioschi di Kebab e dei ristoranti tradizionali: qui è più facile incontrare gruppi umani monosessuali, vestiti con abiti tradizionali e dall’età indefinibile. Ma è la “terza” Istanbul, che miscela perfettamente le prime due, la più interessante. Quella che riesce a trovare una sintesi tra Oriente e Occidente, Islam e Cristianesimo. Dove la musica techno dei locali si alterna al canto dei muezzin diffuso dagli altoparlanti dei minareti.