giovedì 26 novembre 2009

La giustizia incivile. Perché un elefante non può crescere più di un elefante

Una convenzione con le poste o le banche per ottenere un estratto conto semestrale sulle somme di giustizia giacenti; la stessa destinazione dell’otto per mille. Sono alcune delle proposte per una riforma della giustizia dalla parte cittadini, avanzate da Giuseppe Bianco, sostituto procuratore della Repubblica a Firenze. Che critica le “cicale dello pseudogarantismo obeso”, i tanti ‘giure-inconsulti nostrani’ e parla di antimafia e lotta alla corruzione. Che nasce e cresce, assicura Bianco, “finché ha il controllo della conoscenza dei fatti”.

Intervista a Giuseppe Bianco di Ilaria Donatio
www.micromega.net

“Sono anni che noi magistrati chiediamo una riforma a costo zero dell’autofinanziamento: le somme delle confische e delle spese di giustizia, reinvestite nello stesso settore, farebbero raccogliere un totale di circa 2 miliardi di euro: ne basterebbe un terzo, e magistratura e forze di polizia avrebbero tecnologie avanzate, personale, macchine”. Parla Giuseppe Bianco, sostituto procuratore a Firenze, ‘reduce’ dalla Procura di Agrigento e dalla Dda di Reggio Calabria.

Al centro di una ‘buona’ riforma della giustizia, ci sarebbe la questione delle risorse, dunque. Il presidente Fini ha chiesto uno “stanziamento straordinario”. Lei, da operatore, che dice?
Dico che oggi stiamo scoprendo l’acqua calda. Il rapporto 2003 sulla politica globale della Ue contro la corruzione aveva esplicitamente chiesto agli Stati membri “elevati investimenti” in questo settore. Ma la Finanziaria del 2008 prevede solo tagli: oltre a quelli precedenti, ci sarà il 30 per cento in meno nel 2010 ed il 40 per cento nel 2011. I ministri accampano meriti nella cattura dei latitanti. Ma i latitanti li catturano le forze di polizie nonostante i ministri. Un esempio? Per la cattura del latitante Raccuglia, la squadra mobile di Palermo ha dovuto arrangiarsi con i pochi mezzi che aveva, mentre da mesi aspetta gli straordinari. È tutto abbandonato...

Allora?
Allora, nessuno ha mai pensato di fare una semplice convenzione con le poste o le banche per ottenere un estratto conto semestrale sulle somme di giustizia giacenti. Lo ha dovuto proporre un’associazione di cittadini e consumatori come Cittadinanzattiva, l’anno scorso. Ancora: penso al sistema dell’otto per mille. Ampliamo le possibili opzioni di destinazione: alla Chiesa Cattolica o alla Tavola Valdese o alla Giustizia o alla Sanità o ad altro. Gli Abruzzesi darebbero l’obolo a monsignore o, più probabilmente, alla sanità pubblica o alla protezione civile? Sono solo alcune proposte, ma finiscono tutte contro il muro di gomma di una classe politica mediocre. La verità è che la politica italiana è corrotta e la politica corrotta non può voler bene alla giustizia. Ma non sempre c’è malafede in tutto questo: il processo di selezione della classe politica è costruito ormai sul rapporto fiduciario fra signorotti e vassalli. Alla lunga, la qualità dell’agire politico ne risente. Così il governo del paese è affidato all’improvvisazione di chi non ha idee.

Occorrerebbe assumere il punto di vista dei cittadini, che poi sono quelli che ci vanno di mezzo. A questo proposito, è stato pubblicato, in questi giorni, il Primo Rapporto Pit Giustizia di Cittadinanzattiva. Il sistema giudiziario italiano ne esce con “le ossa rotte”: cittadini che attendono anche oltre trent’anni per ottenere una sentenza definitiva; legali che non spiegano le scelte ai propri assistiti, non li mettono al corrente di possibilità diverse dal ricorso alle aule giudiziarie (mediazione, conciliazione eccetera), o non li informano delle possibilità di fare ricorso al patrocinio gratuito; consulenti Tecnici di Ufficio che depositano la propria documentazione con anni di ritardo o che, addirittura, rappresentano la parte che chiede giustizia e quella che si difende; giudici che rinviano ripetutamente le sedute, o che, all’interno di una stessa causa, vengono più volte sostituiti.
L’impressione che si riceve è che il cittadino viva una sorta di smarrimento all’interno delle tante facce della giustizia, con l’amaro risultato, troppo spesso, di vedere il proprio diritto negato da una semplice prescrizione. Non c’è solo il tema delle risorse, dunque...
Brecht diceva che un elefante non può crescere più di un elefante, così non si possono creare ogni anno nuovi reati – vedi quello dell’immigrazione clandestina – senza che un organismo già malato ne risenta. Il nostro sistema penale – come ogni organismo esistente in natura – ha una capacità limitata di espansione. La prima fonte di risorse, dunque, è il risparmio delle risorse. E poi il processo è un sistema di regole ma con uno scopo preciso che è quello di accertare delle responsabilità: quindici anni di riforme alla Ghedini ci hanno imposto ormai un sistema di regole senza scopo. De jure delendo, per anni, si sono inserite nel processo cento micronorme di pseudo garanzia, senza nessuna attenzione ai risultati complessivi. Un giorno ci siamo svegliati ed abbiamo scoperto che una pena a ventiquattro anni si riduceva di fatto a cinque o sei. Nessuno dei tanti “giure-incosulti” nostrani si era mai accorto che i sempre nuovi benefici giudiziari si cumulavano ai vari benefici carcerari, finendo col tempo per vanificare il principio beccariano della certezza della pena. Oggi le stesse cicale dello pseudogarantismo obeso di ieri hanno scoperto lo slogan altrettanto vuoto della tolleranza zero. Ma è tolleranza zero non contro la corruzione – come ci chiede la UE fin dal 2003 – ma contro intere etnie. campagne mediatiche di stampo fascista contro i rom in quanto rom, contro gli extracomunitari in quanto tali. Con il risultato di moltiplicare i processi bagatellari. A cui si aggiungono le spedizioni punitive della suburra contro gli omosessuali, il nigeriano che passa per la strada, contro i diversi. Ci ricorda qualcosa tutto questo?

Parliamo di antimafia.
Una vecchia proposta di Michele Pantaleone era che il nome dei mafiosi venisse affisso sui muri dei paesi di mafia. Oggi qualcuno riderebbe. E invece Pantaleone aveva ragione. Il potere mafioso si basa sull’immagine di impunità di cui gode presso i sudditi. Mi risulta direttamente che anche di recente alcuni boss di ‘ndrangheta hanno fatto carte false per tenere nascosta una condanna: non vogliono che i loro sudditi sappiano che lo Stato li ha battuti, che non sono invincibili. Per esempio, i provvedimenti di confisca dei beni potrebbero essere affissi sui muri delle case degli stessi mafiosi. Anche perché in certi paesini dell’entroterra, la gente forse non legge molto la grande stampa ma il manifesto sì e rappresenterebbe un marchio di sconfitta per il signorotto locale. Questa è solo una delle tante cose possibili. Contro la mafia occorre potenziare soprattutto i controlli amministrativi: la mafia non è affare della sola magistratura. Cosa fanno gli altri poteri dello Stato? Cosa fa la pubblica amministrazione? Cosa fa la politica ?

La politica rema contro...
Ad ogni inchiesta della magistratura, la politica corrotta protesta e si oppone. Per mantenere in sella personaggi oscuri, si invoca il principio di non colpevolezza. Ma il principio di non colpevolezza riguarda solo le garanzie relative al processo penale e non è estensibile analogicamente all’amministrazione che, invece, sarebbe obbligata ad intervenire in virtù di un altro principio democratico che gli statisti improvvisati ignorano e cioè quello della leale collaborazione fra poteri dello stato. È questo rifiuto esplicito, sistematico, teorizzato della leale collaborazione con un potere dello stato come quello giudiziario, ad essere eversivo dell’ordine democratico.
Un gruppo politico che teorizza e pratica sistematicamente il rifiuto di collaborazione fra i poteri è un gruppo eversivo. La verità è che la corruzione del sistema politico italiano è una grande questione costituzionale. Ed è dai tempi di Mani Pulite che una simile questione è diventata evidente. Un simile livello di corruzione politica, in questo paese, incide ormai direttamente sui meccanismi della rappresentanza democratica, con una profonda deviazione degli organismi istituzionali dai loro compiti primari. È stata una lenta marcia della parte corrotta del nostro paese che ora è riuscita ad impadronirsi di luoghi del potere e del sottopotere, prima impensabili e al di sopra di ogni sospetto. Ma vista la debolezza strutturale della nostra democrazia era tutto ampiamente prevedibile.

Chi lo aveva ‘previsto’?
Pino Arlacchi per fare un esempio, in alcuni vecchi studi dell’anno di grazia 1983. Il risultato dei nostri errori di sottovalutazione è che oggi stiamo vivendo una fase di transizione da una – appunto – democrazia debole ad un regime autoritario e corrotto, perché lo sbocco politico della corruzione è sempre il dispotismo. Ed è una fase molto avanzata.

Se c’è una speranza, qual è?
Lo sbocco autoritario definitivo è un passaggio che possiamo ancora impedire, se decidiamo una volta per sempre di avere la memoria delle cose e di stare ai fatti. La corruzione nasce e cresce finché ha la possibilità di deformare i fatti storici, finché ha il controllo della conoscenza dei fatti. Finchè riesce a fare quello che Foucault chiamava “il sequestro del sapere”. Ecco perchè dobbiamo cercare la verità dei fatti fuori dal circuito ufficiale. Le armi di resistenza sono là, nei fatti che qualcuno nasconde. È tutto scritto, ormai, sulla Rete, nei libri fuori dal main stream, nelle sentenze che nessuno vuole far leggere e conoscere. Pasolini scriveva di sapere i nomi. Quei nomi sono noti. E sono scritti nei processi. In quelli fatti. Ed in quelli che vogliono impedirci di fare.