Fini: “Ecco la mia nuova destra”. Ma tra il dire e il Farefuturo…

di Ilaria Donatio

Gianfranco Fini è compiaciuto nel ricordare le parole con cui Nancy Pelosi lo ha salutato mentre era in visita, alcuni giorni fa, a Washington: “Uno dei più strenui difensori dei diritti in Italia”, lo avrebbe definito la speaker di origini italiane. E l’accento bolognese del presidente della Camera che insaporisce le parole di soddisfazione si offre alla sala pienissima e raccolta in silenzio, a Palazzo San Macuto, per assistere alla presentazione del nuovo numero di Charta minuta – la rivista della fondazione Farefuturo. In copertina, un albero della vita che – alla base del tronco, proprio al posto delle radici – indica la sfida nascente, a destra: “La nostra nuova politica”. Ma lo sforzo, spiega Fini, è “semplicemente quello di 'alimentare' quella vecchia”, di “metterle addosso un po’ di sale”, di cercare “altre sintesi”: perché “pensavamo che questa potesse essere una legislatura costituente e così non è stato”.

Ma anche di lanciare qualche provocazione, a quanto pare: “La vogliamo smettere di avere questo senso di inferiorità rispetto alla così detta egemonia culturale di sinistra?”, chiede Fini agli astanti. E detta le condizioni: “La dobbiamo finire col pensiero unico del centrodestra”. Come? Superando il “timore di confrontarsi con la questione dei diritti”, un “mare certamente insidioso” ma “essere conservatori non vuol dire essere pigri”.

Ed ecco l’alfabeto che la “nuova destra” dovrebbe apprendere: diritti, integrazione, laicità positiva, patto di cittadinanza, sussidiarietà, legalità, green economy. Oltre le “vecchie categorie” della politica, lontanissime da quello che “la gente sente e vuole”, la nuova “politica post-ideologica” non ammette più “eresie o ortodossie” ma “sa ascoltare” e, perché no, anche “educare”. Una politica che guardi avanti ma non con “lo specchietto retrovisore”, che vada oltre gli “schemi del secolo scorso”, che smetta di “confondere laicità con laicismo” e che scommetta sulle “riforme di partecipazione del cittadino”. Una politica che si scrolli di dosso anacronistiche nostalgie “di quanto erano belli i partiti” e punti a forme intermedie, come ad esempio le organizzazioni di cittadinanza attiva. Perché “ci sono due modi per vincere le elezioni: quello di giocare sugli errori altrui oppure quello di puntare sulle proprie convinzioni”. “A noi”, dice Fini, “non resta che mettere una pietra, anzi un mattone, perché le pietre si lanciano” (e possono far male), mentre noi vogliamo costruire”.

Gli interventi raccolti nel fascicolo di Charta minuta, effettivamente, disegnano la mappa della nuova politica, spiegata dallo stesso Fini nel suo editoriale di apertura. Diritti delle coppie di fatto (etero ed omo), il nodo di politica e religione, testamento biologico, integrazione e diritti dei migranti, sostenibilità ambientale. La sensazione è che si tratti un vero e proprio manifesto che non corrisponderà a “una nuova corrente” (altrimenti, “ricoverateci”, ha scherzato Fini, “visto che An aveva il 12 per cento dei consensi e l’abbiamo sciolta”) ma che certamente rappresenta la piattaforma ideale di un nuovo soggetto politico, che “punta a dettare la linea e a indicare strategie”, che ha una “visione” altra rispetto al proprio contesto di riferimento. Un “nuovo corso finiano”, lo definisce nel proprio intervento Alessandro Campi (direttore scientifico di Fare Futuro e, di fatto, spin doctor di Gianfranco Fini) che tenta di “battere strade diverse” da quelle intraprese dal Popolo delle Libertà, ma anche dallo stesso dibattito tra opposti schieramenti, liquidato dal presidente Fini come il “solito ping pong”. “Noi diciamo solo cose che altrove, in Europa, sarebbero ritenute normali, e qui sono liquidate come provocazioni”, ha aggiunto.

Ora la scommessa è questa: come farà “la nuova destra”, o almeno quella che oggi si presenta come tale, a passare da (queste) premesse politico-culturali, dal dibattito sulle idee alle politiche di governo, alle leggi sull’immigrazione, a quelle, ancora attese, sui diritti delle coppie gay e lesbiche, alla legge sul bio-testamento: quali compromessi sarà costretta a chiedere a se stessa, e come farà scendere a patti con chi, quotidianamente e con precisione chirurgica, quei diritti che il presidente della Camera citava una frase sì e una no, mette letteralmente sotto i piedi? Risponderanno che loro volevano solo provocare? Stimolare il dibattito? Proprio oggi, la notizia che il ministro per gli Affari regionali Raffaele Fitto ha annunciato ricorso in Corte costituzionale contro la legge regionale sull’accoglienza ai migranti. Il terzo in venti giorni. Sarebbe bello che Fini, oltre a parlar chiaro, facesse anche qualcosa di realmente nuovo. Una cosa di destra, per carità, ma a un certo punto i dibattiti finiranno. E anche i mattoni per costruire. A sinistra ne sanno qualcosa.

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