lunedì 21 dicembre 2009

Nucleare? “Dipende”. Ma da cosa?

NewClear


Di Ilaria Donatio

Il nuovo libro di Luca Iezzi, “Energia nucleare? Sì grazie?”, appena uscito per i tipi di Castelvecchi, è diviso in sei parti. Ciascuna sviluppa le sei questioni fondamentali a cui un (buon) articolo deve riuscire a rispondere: cosa, come, chi, quando, dove e perché.

Il giornalista di Repubblica parte dal racconto del funzionamento di una centrale nucleare, per poi fare una carrellata delle nuove tecnologie che dovrebbero rendere le centrali più sicure; coglie l’occasione, dunque, per proporsi di sfatare una serie di “miti” bibartisan (tanto quelli ambientalisti quanto quelli nuclearisti) in circolazione sull’energia nucleare. E analizza l’impatto che l’opzione nucleare avrà sul mercato delle energie rinnovabili italiano ma, soprattutto, ne discute la convenienza economica. All’interrogativo fondamentale del perché scegliere l’atomo, infine, Iezzi opta per “l’unica risposta possibile”: un enorme “dipende”. Da cosa? Secondo l’autore da una lista di variabili che aiuterebbero a scegliere tra le diverse opzioni.

L’atomo è considerato da Iezzi “ uno dei pilastri” di una politica energetica che intenda a ridurre le proprie emissioni da CO2 ma il punto è questo: chi ce l’ha (dunque, non l’Italia che vi ha rinunciato alcuni decenni addietro) non può dismetterlo senza arretrare sulla strada della lotta al cambiamento climatico. Dunque, gli tocca migliorarlo e, semmai, sostituirlo per accrescerne la sicurezza.

La storia dell’atomo italiano (e all’italiana) è soprattutto, invece, una “storia dello spreco di soldi pubblici” e, secondo Iezzi, sarebbe anche una storia che si ripete maldestramente, rinnovando la spaccatura tra la politica (come al solito divisa, con una maggioranza di centro-destra vogliosa di “accontentare” una banda di “produttori guidati dall’Enel”, un Pd che ammicca, della serie ‘vorrei ma non posso’, l’Udc, oggi forza di opposizione ma favorevole e i ‘sinistri’ che rispolverano le armi del terrorismo psicologico) e il (fantomatico) paese reale, risolutamente contrario a quelle che Adriano Celentano, con maggiore pathos del giornalista di Repubblica, descrive sullo stesso quotidiano, lo scorso 11 dicembre, come “centrali della morte”.

Dunque, in estrema sintesi: “il nucleare non può essere una scelta aprioristica nel tempo” (è infatti conveniente in certi periodi storici e non in altri), “e nemmeno nello spazio: è un passo obbligato in Inghilterra, ma privo di senso in Austria, la Francia è condannata ad essere all’’avanguardia mentre la Spagna difficilmente scenderà in prima linea”. E l’Italia? “L’analisi costi-benefici non dà un risultato netto, e molto dipenderà da come la legge ripartirà vantaggi e svantaggi”. E allora: “mostro o panacea”? La risposta, ancora una volta, è “nessuno dei due”. Secondo l’autore, neppure l’argomento dell’indipendenza energetica può essere utilizzato visto che il governo italiano sarebbe succube dell’alleato Putin.

Insomma, Iezzi sostiene che “nemmeno gli amministratori in buona fede potranno smentire che le centrali devono essere costruite solo per assecondare la richiesta di alcune aziende o per far pagare meno i grandi clienti”; che “l’arma propagandistica meno veritiera di una campagna pro nucleare è quella del portafoglio: anche se le centrali dovessero divenire realtà, la bolletta degli italiani se ne accorgerà appena”; che “le aspettative di lungo periodo ormai guardano altrove: al sole e alle forze naturali”. Infine (ma le questioni aperte dal nucleare sono come tante matrioske russe!) che “l’unica alternativa, per la politica, è far capire alle popolazioni che devono tornare a fidarsi delle istituzioni”.

Energie plurali

Pochi commenti a vantaggio di un’analisi critica della questione energetica.

Il primo problema è la sicurezza degli approvvigionamenti energetici che si consegue solo attraverso giusti mix di fonti. Non: atomo sì, atomo no; rinnovabili sì, atomo dipende; carbone ni e gas forse, ma tutto, altrimenti non ce la si fa. Non solo: la scommessa è, all’interno del mix, di aumentare la quota di energia pulita o, per dirla come Barack Obama, “decarbonizzare l’economia”. Dunque, di certo c’è che fino a quando il dibattito italiano si limiterà alle barricate contro il nucleare, da una parte, e ai pasdaran dell’atomo dall’altra, faremo poca strada.

L’autore che nelle premesse dichiara di voler deideologizzare la riflessione sul nucleare, finisce, nell’elaborazione successiva, per sviluppare una tesi che lo accompagna durante tutta la sua analisi. Naturalmente, fatti salvi alcuni passaggi in cui Iezzi è più esplicito (il futuro è delle rinnovabili, l’atomo italiano è voluto dall’Enel, il ritorno al nucleare nello stivale non è stata una scelta partecipata), su tutto il resto grava un pesantissimo e gigantesco “dipende”. Ma da cosa, visto che esistono anche certezze incontestabili.

I punti certi:

  • Per costruire una centrale nucleare occorrono tempi lunghi, mentre la bolletta del petrolio è altalenante nel breve periodo e ha bisogno di risposte immediate. Il nucleare quindi è una partita che si gioca sul lungo periodo (si semina oggi si raccoglie tra vent’anni) mentre è vero che molte rinnovabili hanno tecnologie ormai mature e che potrebbero essere impiegabili da subito. A questo proposito, gli operatori italiani e chi sostiene i loro interessi stanno aspettando di vedere quali saranno i dettagli delle regole definite dalle ampie deleghe in materia assegnate dal Parlamento al Governo in materia nucleare. E se qualcosa si muove, va più che nella direzione di un sostegno pubblico al nucleare – che al momento è praticamente a costo zero, con una dotazione prevista per la nuova agenzia di sicurezza nucleare di solo un milione di euro per il 2010 – nel ridimensionamento del ruolo delle fonti rinnovabili. Ma non per volontà degli operatori che, come Enel, hanno forti interessi anche nel settore delle rinnovabili, ma per quella degli economisti, di cui si è fatto portavoce il presidente dell’Antitrust Antonio Catricalà che, nel corso di una recente audizione al Parlamento, ha definito i meccanismi di incentivazione delle rinnovabili (il famoso Cip 6) “troppo oneroso e troppo prolungato nel tempo”.
  • Le rinnovabili sono state foraggiate dalle finanziarie dell’ultimo governo di centrosinistra (certificati verdi conto energia, 55% di detrazioni sulle ristrutturazioni ecc.) e dalla politica di coesione, che ha stanziato per il periodo 2007-2013, 4 miliardi di euro di cui quasi tre nelle regioni più arretrate. Ma anche se i fondi non mancano, il contesto è sconfortante: la rete elettrica di distribuzione non è adatto ad accogliere più centri di produzione (i pannelli che ciascuno di noi potrebbe mettere sul tetto) e i grandi impianti non sempre ricevono in tempi brevi l’autorizzazione a immettere energia in rete.
  • Spendiamo, ogni anno, trenta miliardi di euro per l’energia primaria, importiamo l’82 per cento del fabbisogno, l’energia elettrica prodotta, utilizzando soprattutto petrolio e gas naturale, costa il 60 per cento in più della media europea. Paragonando i costi di funzionamento delle diverse fonti primarie vediamo che il costo del chilowatt (kW(e)) è di circa 3 centesimi di euro per il nucleare, 4 centesimi per il carbone, 6 per il gas a ciclo combinato, 7 per l’olio combustibile, 11 per l’eolico, e circa 55 per il fotovoltaico.

I veri nodi

L’energia, per un paese come il nostro che non ha fonti proprie, dunque, costa. È evidente che in quale direzione spendere i soldi sia una scelta politica. Costano i barili di petrolio e le tonnellate di carbone che dobbiamo comprare, costano i brevetti e le componenti di rinnovabili e nucleare perchè da anni non si fa ricerca e innovazione in questi campi. Infatti, il governo con una mano vuole tornare a costruire centrali e con l’altra affossa la ricerca e con essa riduce seriamente la possibilità di avere un numero sufficiente di ingegneri che siano in grado da qui a cinque anni, di far funzionare questi impianti. Occorre, dunque, tornare a investire sui cervelli di casa nostra per impedire che vadano all’estero: i tagli ai fondi sulla ricerca, giustificati da ragioni di cassa, devono rientrare già dal prossimo anno. È attraverso la ricerca e l’innovazione che possiamo mantenere elevati gli standard di sicurezza, incluso il problema delle scorie su cui, paesi come la Francia sono all’avanguardia.

Ma un punto, sottolineato da Luca Iezzi, resta dirimente e spiega il coro di no al nucleare italiano, sollevato da quasi tutte le regioni italiane: il processo decisionale che porterà a riabbracciare l’atomo, deve essere il più possibile partecipato e non solo formalmente ed a posteriori attraverso formule compensatorie.

“Quello che sta succedendo in Gran Bretagna sul fronte del nucleare”, spiega Marco Ricotti del Politecnico di Milano, “andrebbe guardato con grande attenzione da parte di noi italiani che vogliamo tornare all’atomo. Il caso inglese mostra, infatti, molti elementi che dovremmo prendere in seria considerazione: intanto, il sistema con il quale è stata aperta una pubblica discussione pubblica per arrivare a definire i criteri per la scelta dei siti. Ma anche per quanto riguarda la scelta del tipo di Authority e per le licenze ai singoli impianti”. Insomma, il modello inglese “potrebbe davvero tornare utile per l’Italia”. L’effetto Nimby, naturale conseguenza di politiche calate dall’alto senza alcuna considerazione della volontà dei cittadini, dovrebbe mettere in discussione le stesse modalità di comunicazione delle decisioni pubbliche che riguardano il bene comune: questo non vuol dire bloccare il paese a causa di infiniti (ed eterni) veti incrociati ma avviare, quando si è ancora in tempo, processi partecipati, su modello di quel ‘consenso informato’ che è una conquista importante in ambito sanitario.

Infine, secondo l’ultimo rapporto dell’Osservatorio sui costi del non fare, promosso da Agici Finanza d’Impresa, l’immobilismo può costare più degli stessi investimenti.

Per quanto riguarda il comparto energetico i costi del non fare oscillerebbero tra i 34 e i 39 miliardi di euro. “Non sviluppare il settore elettrico” – ha dichiarato Stefano Clerici di Agici – “potrebbe generare un costo del non fare di oltre 12 miliardi di euro”. Circa 9, 7 miliardi nel non fare impianti termoelettrici e nucleari e 2,7 miliardi di euro nel non investire nelle rinnovabili.

mercoledì 2 dicembre 2009

Verso Copenhagen: quello che c’è da sapere

NewClear
Dal 7 al 18 dicembre si terrà nella capitale della Danimarca la conferenza mondiale del clima. Nelle intenzioni, il “protocollo di Copenhagen” avrebbe dovuto sostituire quello di Kyoto, stilando le future linee guida per ridurre le emissioni CO2, dalla fine del 2012. L’obiettivo previsto era un aumento massimo della temperatura globale di 2° C, realizzabile con una riduzione da parte dei paesi aderenti del 40-50 per cento delle emissioni entro il 2050.

· Il protocollo di Kyoto del 1997, sottoscritto da 160 paesi (Usa esclusi, Cina e India esonerati in quanto paesi in via di sviluppo), stabilisce obiettivi a lungo termine per la riduzione dei gas serra, che in media dovranno essere ridotti, dagli Stati aderenti, dell’8-12 per cento tra il 2008 e il 2012.

· Gli Stati Uniti, fuori da Kyoto, guidano la classifica degli inquinatori con 19 tonnellate di CO2 pro capite, seguono Russia con 12, Unione europea con 8, Cina con 5 e India con 1,5 tonnellate. La classifica cambia se si considera la produzione di CO2 in rapporto al Pil: in questo caso sono prime Cina e India.

· L’Europa è all’avanguardia nella lotta ai gas serra: gli Stati dell’Ue si stanno impegnando a ridurre del 20 per cento le emissioni entro il 2020 rispetto all’anno base del 990.

· Usa e Cina. Da entrambi i paesi, giungono segnali simbolici e politicamente significativi: con il presidente Obama che presenzierà, il 9 dicembre, al vertice (per andare via subito dopo) e la Cina che sarà rappresentata dal suo primo ministro. Se pensiamo che, inizialmente, entrambi i paesi non volevano assumersi impegni vincolanti sul clima, comprendiamo che l’attuale cambio di tendenza è piuttosto importante e rappresenta una svolta politica. Meno significativo, tuttavia, in termini concreti: gli Usa puntano, infatti, a diminuire le proprie emissioni del 17 per cento rispetto al 2005 e non rispetto al 1990, anno di riferimento per il Protocollo di Kyoto (infatti, il pacchetto clima dell’Ue punta a una riduzione del 20 per cento proprio rispetto al ’90), che equivale a un taglio di solo il 3 per cento rispetto al 1990. Anche per la Cina, c’è il ‘trucco’: Pechino, infatti, ridurrà del 40-45 per cento (sempre rispetto ai livelli del 2005) la propria intensità energetica, vale a dire il rapporto che c’è tra le emissioni e il prodotto interno lordo. Come? Aumentando l’efficienza energetica, diminuirà il tasso di incremento delle emissioni di circa il 15-30 per cento.

· I principali punti di negoziazione tra i leader mondiali includeranno non solo i tagli alle emissioni, ma anche la messa a punto di misure finanziarie per raggiungere gli obiettivi di riduzione di CO2 senza fare venir meno gli obiettivi di sviluppo (come quello di garantire un accesso affidabile per gran parte della popolazione mondiale). Un accordo dovrà essere siglato tra i paesi ricchi allo scopo di aiutare quelli più poveri nella realizzazione di infrastrutture energetiche pulite, mediante il trasferimento di risorse, anche economiche. In questo senso, anche l’utilizzo dell’atomo, opzione che in passato era stata esplicitamente esclusa dal fornire supporto in questo contesto, oggi sta crescendo, giudicato indispensabile nella riduzione delle emissioni di CO2 da tutti i principali paesi, inclusi alcuni suoi ex detrattori.

· A Copenhagen si fisserà un quadro di riferimento il più possibile chiaro su cui, in seguito, poter costruire impegni vincolanti che, difficilmente, potranno uscire fuori dal vertice. È molto probabile che quest’ultimo si limiti alle sole dichiarazioni di intenti (sebbene ad altissimo livello). ID

giovedì 26 novembre 2009

La giustizia incivile. Perché un elefante non può crescere più di un elefante

Una convenzione con le poste o le banche per ottenere un estratto conto semestrale sulle somme di giustizia giacenti; la stessa destinazione dell’otto per mille. Sono alcune delle proposte per una riforma della giustizia dalla parte cittadini, avanzate da Giuseppe Bianco, sostituto procuratore della Repubblica a Firenze. Che critica le “cicale dello pseudogarantismo obeso”, i tanti ‘giure-inconsulti nostrani’ e parla di antimafia e lotta alla corruzione. Che nasce e cresce, assicura Bianco, “finché ha il controllo della conoscenza dei fatti”.

Intervista a Giuseppe Bianco di Ilaria Donatio
www.micromega.net

“Sono anni che noi magistrati chiediamo una riforma a costo zero dell’autofinanziamento: le somme delle confische e delle spese di giustizia, reinvestite nello stesso settore, farebbero raccogliere un totale di circa 2 miliardi di euro: ne basterebbe un terzo, e magistratura e forze di polizia avrebbero tecnologie avanzate, personale, macchine”. Parla Giuseppe Bianco, sostituto procuratore a Firenze, ‘reduce’ dalla Procura di Agrigento e dalla Dda di Reggio Calabria.

Al centro di una ‘buona’ riforma della giustizia, ci sarebbe la questione delle risorse, dunque. Il presidente Fini ha chiesto uno “stanziamento straordinario”. Lei, da operatore, che dice?
Dico che oggi stiamo scoprendo l’acqua calda. Il rapporto 2003 sulla politica globale della Ue contro la corruzione aveva esplicitamente chiesto agli Stati membri “elevati investimenti” in questo settore. Ma la Finanziaria del 2008 prevede solo tagli: oltre a quelli precedenti, ci sarà il 30 per cento in meno nel 2010 ed il 40 per cento nel 2011. I ministri accampano meriti nella cattura dei latitanti. Ma i latitanti li catturano le forze di polizie nonostante i ministri. Un esempio? Per la cattura del latitante Raccuglia, la squadra mobile di Palermo ha dovuto arrangiarsi con i pochi mezzi che aveva, mentre da mesi aspetta gli straordinari. È tutto abbandonato...

Allora?
Allora, nessuno ha mai pensato di fare una semplice convenzione con le poste o le banche per ottenere un estratto conto semestrale sulle somme di giustizia giacenti. Lo ha dovuto proporre un’associazione di cittadini e consumatori come Cittadinanzattiva, l’anno scorso. Ancora: penso al sistema dell’otto per mille. Ampliamo le possibili opzioni di destinazione: alla Chiesa Cattolica o alla Tavola Valdese o alla Giustizia o alla Sanità o ad altro. Gli Abruzzesi darebbero l’obolo a monsignore o, più probabilmente, alla sanità pubblica o alla protezione civile? Sono solo alcune proposte, ma finiscono tutte contro il muro di gomma di una classe politica mediocre. La verità è che la politica italiana è corrotta e la politica corrotta non può voler bene alla giustizia. Ma non sempre c’è malafede in tutto questo: il processo di selezione della classe politica è costruito ormai sul rapporto fiduciario fra signorotti e vassalli. Alla lunga, la qualità dell’agire politico ne risente. Così il governo del paese è affidato all’improvvisazione di chi non ha idee.

Occorrerebbe assumere il punto di vista dei cittadini, che poi sono quelli che ci vanno di mezzo. A questo proposito, è stato pubblicato, in questi giorni, il Primo Rapporto Pit Giustizia di Cittadinanzattiva. Il sistema giudiziario italiano ne esce con “le ossa rotte”: cittadini che attendono anche oltre trent’anni per ottenere una sentenza definitiva; legali che non spiegano le scelte ai propri assistiti, non li mettono al corrente di possibilità diverse dal ricorso alle aule giudiziarie (mediazione, conciliazione eccetera), o non li informano delle possibilità di fare ricorso al patrocinio gratuito; consulenti Tecnici di Ufficio che depositano la propria documentazione con anni di ritardo o che, addirittura, rappresentano la parte che chiede giustizia e quella che si difende; giudici che rinviano ripetutamente le sedute, o che, all’interno di una stessa causa, vengono più volte sostituiti.
L’impressione che si riceve è che il cittadino viva una sorta di smarrimento all’interno delle tante facce della giustizia, con l’amaro risultato, troppo spesso, di vedere il proprio diritto negato da una semplice prescrizione. Non c’è solo il tema delle risorse, dunque...
Brecht diceva che un elefante non può crescere più di un elefante, così non si possono creare ogni anno nuovi reati – vedi quello dell’immigrazione clandestina – senza che un organismo già malato ne risenta. Il nostro sistema penale – come ogni organismo esistente in natura – ha una capacità limitata di espansione. La prima fonte di risorse, dunque, è il risparmio delle risorse. E poi il processo è un sistema di regole ma con uno scopo preciso che è quello di accertare delle responsabilità: quindici anni di riforme alla Ghedini ci hanno imposto ormai un sistema di regole senza scopo. De jure delendo, per anni, si sono inserite nel processo cento micronorme di pseudo garanzia, senza nessuna attenzione ai risultati complessivi. Un giorno ci siamo svegliati ed abbiamo scoperto che una pena a ventiquattro anni si riduceva di fatto a cinque o sei. Nessuno dei tanti “giure-incosulti” nostrani si era mai accorto che i sempre nuovi benefici giudiziari si cumulavano ai vari benefici carcerari, finendo col tempo per vanificare il principio beccariano della certezza della pena. Oggi le stesse cicale dello pseudogarantismo obeso di ieri hanno scoperto lo slogan altrettanto vuoto della tolleranza zero. Ma è tolleranza zero non contro la corruzione – come ci chiede la UE fin dal 2003 – ma contro intere etnie. campagne mediatiche di stampo fascista contro i rom in quanto rom, contro gli extracomunitari in quanto tali. Con il risultato di moltiplicare i processi bagatellari. A cui si aggiungono le spedizioni punitive della suburra contro gli omosessuali, il nigeriano che passa per la strada, contro i diversi. Ci ricorda qualcosa tutto questo?

Parliamo di antimafia.
Una vecchia proposta di Michele Pantaleone era che il nome dei mafiosi venisse affisso sui muri dei paesi di mafia. Oggi qualcuno riderebbe. E invece Pantaleone aveva ragione. Il potere mafioso si basa sull’immagine di impunità di cui gode presso i sudditi. Mi risulta direttamente che anche di recente alcuni boss di ‘ndrangheta hanno fatto carte false per tenere nascosta una condanna: non vogliono che i loro sudditi sappiano che lo Stato li ha battuti, che non sono invincibili. Per esempio, i provvedimenti di confisca dei beni potrebbero essere affissi sui muri delle case degli stessi mafiosi. Anche perché in certi paesini dell’entroterra, la gente forse non legge molto la grande stampa ma il manifesto sì e rappresenterebbe un marchio di sconfitta per il signorotto locale. Questa è solo una delle tante cose possibili. Contro la mafia occorre potenziare soprattutto i controlli amministrativi: la mafia non è affare della sola magistratura. Cosa fanno gli altri poteri dello Stato? Cosa fa la pubblica amministrazione? Cosa fa la politica ?

La politica rema contro...
Ad ogni inchiesta della magistratura, la politica corrotta protesta e si oppone. Per mantenere in sella personaggi oscuri, si invoca il principio di non colpevolezza. Ma il principio di non colpevolezza riguarda solo le garanzie relative al processo penale e non è estensibile analogicamente all’amministrazione che, invece, sarebbe obbligata ad intervenire in virtù di un altro principio democratico che gli statisti improvvisati ignorano e cioè quello della leale collaborazione fra poteri dello stato. È questo rifiuto esplicito, sistematico, teorizzato della leale collaborazione con un potere dello stato come quello giudiziario, ad essere eversivo dell’ordine democratico.
Un gruppo politico che teorizza e pratica sistematicamente il rifiuto di collaborazione fra i poteri è un gruppo eversivo. La verità è che la corruzione del sistema politico italiano è una grande questione costituzionale. Ed è dai tempi di Mani Pulite che una simile questione è diventata evidente. Un simile livello di corruzione politica, in questo paese, incide ormai direttamente sui meccanismi della rappresentanza democratica, con una profonda deviazione degli organismi istituzionali dai loro compiti primari. È stata una lenta marcia della parte corrotta del nostro paese che ora è riuscita ad impadronirsi di luoghi del potere e del sottopotere, prima impensabili e al di sopra di ogni sospetto. Ma vista la debolezza strutturale della nostra democrazia era tutto ampiamente prevedibile.

Chi lo aveva ‘previsto’?
Pino Arlacchi per fare un esempio, in alcuni vecchi studi dell’anno di grazia 1983. Il risultato dei nostri errori di sottovalutazione è che oggi stiamo vivendo una fase di transizione da una – appunto – democrazia debole ad un regime autoritario e corrotto, perché lo sbocco politico della corruzione è sempre il dispotismo. Ed è una fase molto avanzata.

Se c’è una speranza, qual è?
Lo sbocco autoritario definitivo è un passaggio che possiamo ancora impedire, se decidiamo una volta per sempre di avere la memoria delle cose e di stare ai fatti. La corruzione nasce e cresce finché ha la possibilità di deformare i fatti storici, finché ha il controllo della conoscenza dei fatti. Finchè riesce a fare quello che Foucault chiamava “il sequestro del sapere”. Ecco perchè dobbiamo cercare la verità dei fatti fuori dal circuito ufficiale. Le armi di resistenza sono là, nei fatti che qualcuno nasconde. È tutto scritto, ormai, sulla Rete, nei libri fuori dal main stream, nelle sentenze che nessuno vuole far leggere e conoscere. Pasolini scriveva di sapere i nomi. Quei nomi sono noti. E sono scritti nei processi. In quelli fatti. Ed in quelli che vogliono impedirci di fare.

mercoledì 4 novembre 2009

L’influenza A tra bufale (d’oro) e allarmismo di Stato

“Questa storia dell’influenza A è una bufala pazzesca”. Lucia Lopalco è a capo dell’unità di Immunobiologia di Hiv del San Raffaele e insieme al suo staff, pochi mesi fa, si è aggiudicata un premio di 100 mila dollari assegnato dalla fondazione statunitense Bill and Melinda Gates Foundation.

Una bufala che riempie tutte le prime pagine di oggi, però... Infatti, se non fossi tanto disgustata dall’assenza di professionalità che viene fuori da questa vicenda (identica all’altra di qualche anno fa, nota come influenza aviaria), ci sarebbe solo da ridere. L'unica cosa vera è che il virus H1N1 è particolarmente virulento per tutte le persone gravemente immunocompromesse. Ma si tratta di una normale influenza che una persona in salute (cioè non affetta da gravi patologie) cura con una settimana di riposo nel letto di casa propria: lo scorso anno sono morte 30 mila persone a causa dell’influenza stagionale.

Il vaccino, dunque, che senso avrebbe? Il vaccino deve essere assunto solo da chi è affetto già da gravi patologie: un paziente sieropositivo, dunque immunodepresso, piuttosto che rischiare la vita e contrarre il virus, ha senso che faccia fronte a possibili effetti collaterali del vaccino stesso. Per le persone sane, invece, è dannoso: non ci sono controlli, in compenso, è in corso un rumorosissimo battage pubblicitario.

Pandemia sì, ma di guadagni per le case farmaceutiche? Il farmaco è stato sviluppato da Novartis (multinazionale farmaceutica svizzera, ndr) che ha concluso con il governo un contratto capestro che la Corte dei Conti ha giudicato non valido. Il punto è che sulla base di questo contratto, se intervengono effetti collaterali dopo l’inoculazione del siero, non ne risponde la casa farmaceutica (come dovrebbe) ma lo Stato. Cosa vuol dire?

Ce lo dica lei.Che ha pochissime sperimentazioni e, infatti, moltissimi medici (che sono i principali untori) si rifiutano di farlo.

Si può parlare di una concentrazione di casi a Napoli, come già si sta facendo (più della metà delle 17 vittime è campana ndr)?Solo se le vittime fossero 100 e i casi riscontrati in Campania fossero 80, potremmo fare una valutazione e spingerci in un’analisi che avrebbe un senso. La domanda è: a Napoli, quanti casi di morte per l’influenza stagionale abbiamo avuto negli ultimi 10 anni? Se fossero superiori alla media nazionale, poi, dovremmo ragionare di malasanità. Ma quella è un’altra storia.

Cosa deve fare una persona sana che contrae il virus A?Niente allarmismi: basterà una dose doppia di tachipirina. E l'assunzione di antibiotici, per evitare infezioni batteriche in chi abbia le difese immunitarie già compromesse.

Omofobia: tutta casa e Chiesa

Quando il prete azzurro Giovanni Baget Bozzo, nel lontano duemila, rivelò di aver provato “sentimenti omosessuali”, la Chiesa reagì con fermezza chiarendo, con le parole dell’allora segretario di Stato vaticano, cardinale Angelo Sodano, di “rispettare tutti, di amare tutti”, ma che “non le si poteva chiedere di chiamare bene il male”. Don Baget Bozzo ridimensionò immediatamente la portata del proprio “male”, semplicemente smentendolo.
La gerarchia vaticana ha tanto timore dell’omosessualità da non riuscire neppure a distinguerla dall’omofobia, dunque, dalle forme di razzismo, violenza e avversione nei confronti di gay, lesbiche, bisessuali e transessuali (glbt).
Alla manifestazione contro tutti i razzismi dello scorso 24 settembre, indetta in seguito ai ripetuti episodi di omofobia degli ultimi mesi, il Vicariato romano era rappresentato dal nuovo direttore della Caritas diocesana di Roma, monsignor Enrico Feroci, ma quando MicroMega ha contattato il monsignore per conoscere le ragioni di quella adesione e sollecitare una riflessione sull’omofobia, il portavoce del Vicariato ha spiegato che la presenza alla manifestazione era giustificata dal suo carattere di “genericità” (il no al razzismo) e che sull’omofobia non poteva dire nulla in quanto la Chiesa non ha “una posizione ufficiale” a riguardo. Vale a dire: va bene il no al razzismo solo se è di principio, dunque inoffensivo, quanto ai gay possono continuare a essere discriminati (ma in silenzio!).

L’omofobia va a messa
“È imbarazzante che il Vaticano dichiari di non avere una posizione ufficiale sull'omofobia: sarebbe naturale che operasse almeno un distinguo tra omofobia e omosessualità”. Parla Andrea Rubera, consigliere di Nuova Proposta, associazione laica che opera nella capitale da quindici anni e che riunisce uomini e donne omosessuali cristiani: “Ci sono moltissimi omosessuali credenti che si nascondono, non rivelano la propria identità sessuale e continuano a frequentare i normali ambiti parrocchiali o i movimenti cristiani”.
“Alcuni giorni fa”, racconta, “abbiamo inaugurato il nostro anno sociale con un primo incontro. È venuta una coppia di ragazze lesbiche: una molto interessata, l’altra che, visibilmente, mostrava enorme disagio a stare con un gruppo di persone che si definivano cristiane. Alla fine, sono andate via perché la seconda non tollerava di essere in un posto di persone che, definendosi cristiane e con il dono della fede, secondo lei, appoggiavano la ‘Gerarchia Vaticana’ anche nelle esternazioni omofobe”.
La contraddizione esiste, in effetti, almeno da uno sguardo esterno. Ma si riesce a cogliere anche il dolore di chi deve gestirla: “Ci fa soffrire il non poter essere visibili all’interno della comunità di credenti: pensiamo che la spiritualità sia una questione con cui ogni essere umano debba fare i conti ed essere ridotti a fantasmi da quella stessa Chiesa cui sentiamo di appartenere, è mortificante. Ciò nonostante il messaggio di Cristo per noi non è rinunciabile, perché l’omosessualità è dono di Dio”.
Ma l’omofobia, precisa Andrea, “non è solo violenza”: il ragazzo accoltellato vicino al gay village romano o le bombe carta scagliate sulla folla della gay street, sono certamente il sintomo di un “clima peggiorato” ma, chiede, è questo il problema? “Noi crediamo di no”, si risponde subito, “e non per sottovalutare gli ultimi fatti omofobi: purtroppo, ora se ne parla di più perché hanno fatto più notizia e forse anche perché qualcuno ha esagerato, ha calcato troppo la mano”. “La violenza è la causa, non il sintomo” e “se il sindaco di Roma, da una parte solidarizza con la comunità gay e dall’altra afferma che ‘non tutti gli amori devono essere riconosciuti’, beh, lui è omofobo”.
Il “tema”, dunque, è un altro: è pretendere “uguali diritti, riaffermare il no ai ghetti, poter andare in ogni posto”, e non “accontentarsi di ottenere maggiore sicurezza nella gay street”.
Il punto è “essere visibili” per Andrea che, in fondo, chiede solo di poter fare “vita di parrocchia” e ne avrebbe il diritto, visto che è credente. Ma il prezzo è sempre lo stesso: l’invisibilità, esserlo ma non dirlo. Nel frattempo, i gay cristiani della capitale si danno appuntamento in una Chiesa valdese.

Un numero verde aiuta
Gay Help Line è il contact center antiomofobia del Comune di Roma sostenuto anche dalla Provincia e dalla Regione Lazio.
Secondo i dati raccolti, nei primi sei mesi del 2009, si è assistito a un costante aumento, rispetto all’anno precedente, dei contatti ricevuti da Gay Help Line: una media di oltre 2 mila contatti mensili, con picchi sino a circa 4 mila, nei mesi di aprile e maggio.
“Le segnalazioni di discriminazioni e violenze omofobe”, spiega il presidente Fabrizio Marrazzo, “sono raddoppiate (da mille a duemila al mese), intanto, perché finalmente c’è uno strumento a cui rivolgersi e ottenere consulenza (psicologica, legale, medica) gratuita”. Ma quello che è cambiato, secondo Marrazzo, è il tipo di reati commessi ai danni di gay e lesbiche: “C’è una maggiore aggressività negli ultimi tempi, forse perché, chi li commette, si sente indirettamente legittimato dalla destra che continua a seminare insicurezza nei confronti del diverso, chiunque sia”.
Ma è un altro il dato importante che emerge dall’analisi dei casi denunciati al numero verde: come per le violenze sulle donne, anche la gran parte delle aggressioni ai danni di ragazzi omosessuali, tutti giovanissimi, si consuma in famiglia. Ben il 32 per cento di chi contatta il numero verde anti-omofobia ha meno di 18 anni (il 46% è di sesso maschile, il 42% di sesso femminile, il 4% è transessuale). Questo dato spiega il perché le violenze consumate in famiglia, spesso, non emergano: “Raramente il figlio arriva a denunciare il genitore, proprio per via del rapporto di amore-odio che continua a legarlo a lui, nonostante le violenze”, spiega Marrazzo.
Quanto alla provenienza geografia, si nota la marcata predominanza delle regioni centrali, con il 38 per cento di telefonate. Altro elemento di un certo interesse è la “categoria di chiamate”, vale a dire, la ragione che spinge a contattare il contact center. Aumentano i contatti per richiedere consulenza legale (l’11 per cento del totale): lesbiche e gay sono tra i primi, infatti, ad aver subito licenziamenti, a causa della crisi economica (vi è stato, ad esempio, un incremento di casi di mobbing del 20 per cento e del 3 per cento di discriminazioni sul lavoro). Quanto a chi chiama per “ragioni sociali”, circa il 40 per cento, sempre più giovani denunciano problemi a scuola o in famiglia e i ragazzi che lamentano problemi psicologici (circa il 34 per cento delle chiamate) sono aumentati, rispetto al 2008, del 3 per cento.

Familismo amorale
Potremmo andare avanti molto a lungo, fornendo dati e cifre molto accurati, tutti di non difficile interpretazione: il vero nemico da riconoscere e combattere nella lotta all’omofobia, è l’ignoranza. Famiglie apparentemente “per bene”, dice Marrazzo, che prima di conoscere la reale problematica dei propri ragazzi, a parole, si dichiarano molto tolleranti e politicamente corrette nei confronti del mondo omosessuale, per poi arrivare a “punire” il figlio o la figlia che fa outing: nel migliore dei casi, rimuovendo il “problema” e facendo finta di nulla. Nel peggiore, con le botte, con i calci, i pugni e le armi.
Colpisce la violenza, certo, ma soprattutto l’ignoranza di questi padri e queste madri che, magari, santificano la domenica e si scambiano pure il segno della pace. La stessa ignoranza che ha portato il padre di Massimo, giovane docente di storia e filosofia, a intimargli di utilizzare asciugami diversi dal proprio. Lui ora è in terapia da anni, per questa e altre violenze. Mai denunciate.
E “Ignora(n)ti” è il nome dell’iniziativa di cui si è fatto promotore il circolo di cultura omosessuale Mario Mieli: quella di leggere, davanti alla Camera dei deputati, alcune pagine di libri che nei secoli hanno raccontato “l’amore omosessuale, saggi che raccontano la normalità del nostro amore e delle nostre famiglie, che parlino di noi, delle nostre vite, dei nostri desideri e delle nostre istanze”. “Il vero nemico delle persone glbt non è la violenza ma l’ignoranza e per combatterla servono impegno e cultura”, spiegano.

Girotondi gay
“We have a dream”: prende in prestito le parole pronunciate da Martin Luther King in occasione della storica marcia per il lavoro e la libertà dei neri americani, il nuovo fenomeno dei “micropride” spontanei. “Persone che spontaneamente si aggregano per proclamare il loro sogno di libertà: libertà dalla violenza, dal razzismo, dell’omofobia e della transfobia”, racconta Federico Boni, responsabile della redazione romana del sito d’informazione gay più accreditato e famoso d’Italia nonché blogger d’eccezione. Un movimentismo diverso, spontaneo, alimentato dal desiderio di normalità, di essere e farsi presenti. Ma anche di slegarsi da targhe e sigle. Federico è molto severo con la comunità gay: “Le diverse sigle che dovrebbero rappresentarla”, dice, “in realtà, non rappresentano più nessuno, impegnate come sono a farsi la guerra tra loro”. E ritorna sulla questione della visibilità: “Non vogliamo zone a traffico limitato per poi arrenderci a essere fantasmi, relegati in un cono d’ombra, magari, pure protetto da due petardi lanciati da qualche cretino, ma pur sempre una riserva indiana”. “Perché devo andare all’estero per vedere riconosciuti i diritti che qui mi negano e per fare una vita normale, senza aver nulla da temere?”. Già, perché?

Gay di destra
“Chi aggredisce una coppia omo-affettiva o un transessuale, è cretino oppure ignorante”. Non c’è un “problema politico”, dunque, per Daniele Priori, vicepresidente dell’associazione Gaylib, i gay “liberali di centro-destra”. Daniele parla infatti di veri e propri “episodi di delinquenza”.
Si stima che il 40 per cento dei gay votino per il centro-destra: se il 5 per cento della popolazione è gay (pari a 2 / 3 milioni di abitanti) e se si sottrae da questa cifra chi non vota, possiamo stimare che circa un milione di gay italiani vota per questa parte politica.
Ma che rapporto hanno, loro, con questa maggioranza di governo? E come fanno a votarla, quando se va bene, questo centro-destra neppure li riconosce in quanto “soggetti di diritto” e, quando va male (vale a dire molto spesso), li insulta: “Un rapporto certamente dialettico: le persone comuni, di idee liberali, sono molto più intelligenti e concrete dei nostri ‘nominati’, questo è certo!”.
“Un centro-destra rivoluzionario che finalmente si pone di pari passo alle formazioni simili del resto d’Europa?”. Non ci crede troppo Oliari, presidente di Gaylib, secondo cui una legge antiomofobia pare essere “la battaglia più importante (e forse la sola rimasta) del movimento omosessuale italiano”: l’unica che fino ad oggi abbia “trovato disponibilità presso la maggioranza di centro-destra”. In realtà, per Oliari, si tratterebbe della “conquista meno costosa in termini politici”.
“Davvero crediamo”, chiede, “che una legge contro l’omofobia sortirebbe l’effetto di fermare la mano dell’omofobo violento”? E conclude: “Solo nelle società in cui i gay sono percepiti come persone normali si ha un reale decremento del tasso di omofobia e questo avviene dove gli omosessuali hanno i diritti e i doveri di tutti, dove non è lo Stato per primo a ritenerli cittadini di serie B o, peggio, peccatori immorali”.

Una leggina. Per iniziare
Paola Concia, la deputata del Pd che per prima, un anno fa, ha presentato una proposta di legge per combattere l’omofobia, concorda: “È vero, prima ancora di una legge che combatta le discriminazioni ai danni di persone omosessuali, sarebbe necessario che lo Stato riconosca loro uguali diritti”. Ma nel frattempo, “che si fa? Si sta ad aspettare che qualcosa avvenga o si lavora per ottenerlo?”, chiede.
Intanto, qualcosa si muove.
Lo scorso 2 ottobre la commissione Giustizia della Camera ha concordato il testo base della legge anti-omofobia, di cui è relatrice la Concia. Un iter interminabile a quanto pare: “Si è cominciato a parlare, in Parlamento, di omofobia nel 2002 e da oltre due anni le associazioni gay denunciano casi di discriminazioni, aggressioni e violenze quotidiane”, sottolinea la Concia.
Il testo ha raccolto i voti di Pd, Pdl e Lega, mentre si sono espressi contro Idv (che aveva presentato una proposta di legge autonoma) e Udc.
L’ipotesi originaria di estendere la legge Mancino del ’93 - “Misure urgenti in materia di discriminazione razziale, etnica e religiosa” - ai reati commessi in ragione dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere, è naufragata. Ha detto no il Popolo delle libertà, temendo che si potesse configurare un reato di opinione e che la semplice manifestazione di pensiero potesse dare luogo al reato d’opinione (con la Lega perseguita, una frase sì e una no, per istigazione all’odio!). La soluzione adottata, dunque, è stata quella, alla francese, dell’aggravante sessuale: un articolo che aggiunge la discriminazione sessuale tra le aggravanti di reato previste nel codice penale.
Per l’Italia dei Valori il “compromesso” raggiunto da Pd e Pdl non darebbe “una risposta adeguata ad un fenomeno di gravità enorme”. Ma è la cattolicissima Unione di Centro che si distingue per le ragioni del no: “Chi subisce violenza a causa del suo orientamento sessuale”, spiega durante il dibattito in Commissione l’onorevole Roberto Rao, “riceverebbe una protezione privilegiata rispetto alla vittima di violenza tout court, con conseguente violazione del principio di uguaglianza”.
Nel frattempo, è saltata anche l’indicazione dell’identità di genere che serviva a tutelare i transessuali, i più colpiti dalle discriminazioni e violenze.
“Anch’io avrei voluto un altro testo”, spiega la Concia, “ma questo è il massimo che si poteva ottenere con questa maggioranza (non abbiamo né la Merkel né Sarkozy in Italia!): quanto alla lotta alla transfobia, troveremo certamente una soluzione con gli emendamenti”.
Paola Concia è andata fino a Casa Pound, famoso centro sociale neofascista, a discutere di diritti civili: per questo è stata molto criticata dai compagni di partito. “Non si capisce dalle mie parti il perché abbia accettato l’invito di Casa Pound: forse perché loro sono destra fascista, estremista, sono degli impresentabili, non da salotto buono? Perché non avrei dovuto accettare un invito da un’associazione di destra che si vuole porre il problema della sua cultura politica verso i diritti civili? Forse l’unica ragione per cui non sarei dovuta andare a Casa Pound è che ho tanto lavoro ancora da fare in casa mia, dove devo convincere la Binetti che non sono malata e tanti altri dirigenti che le coppie di fatto non fanno male al matrimonio e, infine, che l’omosessualità non è una scelta”.

giovedì 4 giugno 2009

Nucleare. Svezia: potrebbe essere il primo paese che testa deposito permanente scorie ad alta radioattività


Un tunnel sotterraneo di quattro chilometri dove seppellire rifiuti radioattivi per centomila anni. Lo testano i ricercatori svedesi dell’Aespoe Hard Rock Laboratory, nella città sud orientale di Oskarshamn: il nuovo metodo potrebbe fare della Svezia il primo Paese al mondo in grado di sotterrare carburante nucleare spento per centinaia di migliaia di anni.

Il gruppo svedese Nuclear Fuel and Waste Management Company (SKB) dovrebbe selezionare a giugno un sito per il deposito permanente di rifiuti ad alta radioattività, provenienti dai dieci reattori del Paese.

“Se tutto andrà come previsto, la costruzione potrebbe essere avviata agli inizi del 2016 e il primo deposito di materiale potrebbe avvenire nel 2022 o nel 2024”, ha detto il portavoce di Skb, Jimmy Larsson-Hagberg, all’Agence France-Presse.
Nel mondo, non esistono ancora soluzioni permamenti per lo stoccaggio di rifiuti ad alta radioattività, ma solo strutture di deposito temporaneo.

In Svezia, il 45 per cento della produzione elettrica è da fonte nucleare e il governo, lo scorso febbraio, ha ribaltato la decisione, assunta in precedenza, di dismettere i 10 reattori nazionali.
Mentre altrove dilaga il fenomeno Nimby (“not in my backyard”), in Svezia, le due città orientali di Oskarshamn e Oesthammarirca, entrambe già sede di centrali, si contendono il futuro di sito di stoccaggio definitivo del carburante spento: l’80 per cento dei residenti sarebbero a favore dell’avveniristica struttura. (i.d. 3 giugno)

domenica 8 marzo 2009

Nucleare/GB: Ambientalisti si convertono all’atomo


Il Regno Unito deve abbracciare l’opzione nucleare se vuole tenere fede ai propri impegni nella lotta al cambiamento climatico. Avvertono quattro dei principali ambientalisti del Paese.

Quelli che erano un tempo strenui oppositori dell’atomo, tra cui l’ex numero uno di Greenpeace, hanno dichiarato all’Independent di aver cambiato idea sul nucleare a causa dell’urgente necessità di limitare le emissioni di diossido di carbonio.

I quattro ambientalisti in questione, che oggi fanno aperte pressioni a favore dell’opzione nucleare, sono Stephen Tindale, ex direttore di Greenpeace; Lord Chris Smith di Finsbury, presidente dell’Agenzia sull’ambiente; Mark Lynas, autore del libro scientifico dell’anno della Royal Society (Accademia britannica delle scienze) e Chris Goodall, un attivista del Green Party e futuro candidato al Parlamento.

Tutti appoggiano, dunque, l’idea che la costruzione di nuove centrali nucleari sia oggi un imperativo e che ritardare il lungo processo di accertamenti pubblici e ricorsi legali, potrebbe gravemente compromettere l’impegno inglese nella lotta alle emissioni di Co2 e il traguardo di ridurle dell’80% entro il 2050.

Il dietro-front giunge nel momento in cui il governo britannico - attivamente impegnato a collaborare alla selezione, strategicamente importante, di siti da costruire entro il 2025 - ha abolito la propria moratoria, che si era auto-imposta, sulla realizzazione di impianti nucleari di nuova generazione.

L’intervento dei quattro, è tanto più importante perché è la prima volta che ambientalisti di vecchia data rompono gli indugi e appoggiano pubblicamente l’atomo, facendo così cosa gradita al governo, ma destinata a sollevare forti proteste.

Tindale, in carica alla guida di Greenpeace fion al 2005, aveva in passato attaccato in maniera veemente l’energia nucleare, “in parte”, ha spiegato al quotidiano inglese, “per via della questione delle scorie e dell’inquinamento ma, soprattutto, per il rischio della proliferazione di armi nucleari”. “Il cambiamento di approccio”, ha detto, “è stato graduale ed è durato oltre quattro anni. Ma il momento chiave è stato quando i ghiacciai siberiani iniziarono a sciogliersi, rilasciando metano: questo avrebbe provocato gravissimi problemi al mondo”. “È stata come una conversione religiosa”, ha proseguito Tindale: “L’essere anti-nuclearista è stata a lungo, una caratteristica essenziale del percorso ambientalista ma ora si sta diffondendo sempre più l’idea che l’atomo, pur non essendo l’opzione ideale, è da preferirsi al cambiamento climatico”.

Per Lord Smith, che descrive se stesso come uno scettico di lunga data rispetto al nucleare, “la questione che prima tra tutte ha modificato” il suo modo di pensare, è stato “l’imperativo assoluto di ridurre le emissioni da diossido di carbonio”. “Quindici anni fa”, ha spiegato Smith, “si sapeva molto meno del cambiamento climatico, soprattutto, non se ne conoscevano i tempi”. Oggi che è esploso il problema, “l’impegno fondamentale non può non essere la lotta a ridurre le emissioni da Co2, insieme al bisogno di decarbonizzare l’economia, nel corso dei prossimi 20-30 anni”. Ed ha aggiungiunto che “le energie da fonti rinnovabili”, pur necessarie nella lotta al global warming, “non raggiungeranno gli obiettivi di produzione energetica a basso contenuto di carbonio, senza l’apporto dell’atomo”.

Sorprendenti le dichiarazioni di Lynas: “Diventare pro-nucleare è come ammettere ai propri genitori di essere gay perché hai le stesse preoccupazioni di non essere accettato”! Ed ha concluso: “Finora, da anti-nuclearista, ripetevo il solito mantra, secondo cui l’atomo è sporco, pericoloso e non necessario”. Cosa lo ha ‘convertito’? “La difficoltà di trasformare l’economia, al cento per cento, rinnovabile e l’aver realizzato che per combattere il riscaldamento globale, abbiamo bisogno di una nuova generazione di impianti nucleari”.

E l’ex capo dei consulenti scientifici del governo britannico, ora direttore dello Smith Centre di Oxford, David King, fornisce la stessa motivazione circa il proprio orientamento rispetto all’atomo: è stato scettico fino a quando non ha scoperto i dati relativi al problema globale del cambiamento climatico.

domenica 1 marzo 2009

Un dubbio...


Come al solito, è su La Stampa che leggo le analisi 'meno ideologiche' e 'a senso unico'.
Non sappiamo ancora se e quando lo strumento che, in senso spregiativo, è stato subito battezzato come 'ronde', sortirà effetti: ma le analisi negative, apriori, di singole risposte a fenomeni complessi (che richiedono, dunque, strumenti altrettanto complessi per essere affrontate: culturali, infrastrutturali, di attivismo civico) mi insospettiscono, invitandomi a guardare con attenzione ancora maggiore "alle ragioni degli altri", facendomele studiare meglio e non liquidarle, frettolosamente, come 'fasciste', 'squadriste' o che so io.. Al solito, il dibattito italiano si incancrenisce sulle premesse e ne impedisce anche gli sviluppi più positivi. Sarà volgare, ma temo che sia, tra l'altro, uno dei grandi problemi che ha sul groppone questa sinistra.

Tra le poche cose di cui sono certe c'è l'assoluta inutilità di quelle posizioni così identiche a se stesse, sempre sospettose rispetto a strumenti che non sono né di destra né di sinistra e che andrebbero considerati solo rispetto alla risposta che offrono a un problema.

C'è un 'pericolo nimby' anche sulle questioni sociali e politiche?

Buona ronda, mala ronda

Che brutta parola, «ronda»: eppure nasce con un significato esclusivamente tecnico, alla fine del Cinquecento e su prestito spagnolo, per indicare un «servizio armato svolto da più militari a scopo di vigilanza, specialmente notturna» (così il Cortelazzo-Zolli).
Oggi «ronda» significa piuttosto squadraccia, ed è questo il primo motivo per cui il provvedimento del governo ha suscitato tante reazioni negative. Il secondo motivo risiede nella natura di questo governo, o per meglio dire nella cultura politica che lo informa, non di rado autoritaria e xenofoba. Dobbiamo dunque compiere un doppio sforzo, lessicale e politico, per chiarirci le idee.
La democrazia, così come la scoprì Tocqueville in America, non è tanto il voto per delega (che anzi ne è una limitazione oggettiva, seppur dettata da motivi pratici), quanto l’autogoverno.
Jefferson invidiava gli Indiani d’America, la cui società non aveva (quasi) bisogno dello Stato perché tutti cooperavano alle imprese comuni. Una società che si auto-organizza, che cioè assume su di sé la responsabilità del proprio governo, delegando alla sovrastruttura burocratica statale soltanto il minimo indispensabile, non soltanto è una società più democratica, ma è anche una società più libera. D’altro canto, la storia è costellata di associazioni di cittadini di ogni genere.
E per ogni Ku Klux Klan ci sono centinaia di società di mutuo soccorso, gruppi di volontariato, associazioni civiche che hanno contribuito e contribuiscono meglio dello Stato al benessere della comunità.

L’autogoverno nasce dalla constatazione che se sono io ad occuparmi dei miei affari, è probabile che me ne occupi meglio di un altro; e dalla convinzione che il potere - qualsiasi potere - più è vicino e più è controllabile.
La storia della sinistra, poiché è anche in gran parte storia del divenire della democrazia e della libertà, è ricca di associazionismo: anzi, ne è forse la patria ideale. Perché dunque ci scandalizziamo tanto alle «ronde» di Maroni?
Il testo di legge e le dichiarazioni del ministro sono piuttosto chiari: i gruppi di volontari non saranno armati, verranno selezionati prevalentemente fra ex poliziotti ed ex militari, saranno addestrati con cura, servirà l’autorizzazione del prefetto... Insomma, dal punto di vista della legalità e dello Stato di diritto non sembrano esserci falle. Eppure le «ronde» ci spaventano.
Se però prescindiamo dal contesto politico, e ci togliamo gli occhiali dell’ideologia, scopriremo che le «ronde» in sé possono essere uno strumento di grande utilità non soltanto per rendere più sicuri i nostri quartieri (e non si capisce perché questo argomento debba essere appaltato in monopolio alla destra), ma anche per migliorare sensibilmente l’integrazione etnica nel nostro Paese.
Contro la violenza sessuale, negli Anni Settanta gruppi di femministe organizzavano pattugliamenti notturni delle strade, con l’intento di «riprendersi la notte» rendendola, semplicemente, un po’ meno buia e deserta. Le «ronde» - quelle femministe di trent’anni fa e quelle di oggi - sono come lampioni accesi nelle nostre strade. Una strada deserta è molto più pericolosa di una strada dove ogni tanto passa, o potrebbe passare, qualcuno. Il serial killer procederà indisturbato nelle sue malefatte: ma centinaia di balordi semplicemente gireranno alla larga.

Città rese pacificamente più sicure sono un diritto di ciascuno di noi; conquistare e difendere questo diritto senza affidarsi soltanto allo Stato rafforza i vincoli della comunità e allontana la paura; e se la paura se ne va, sarà più facile per tutti, e non soltanto per alcuni, distinguere fra un kebabbaro e un teppista.
Dovremmo riprenderci la notte tutti insieme: e organizzare in ogni città cento, mille ronde multietniche, allegre, colorate e chiassose. di Fabrizio Rondolino

lunedì 23 febbraio 2009

Gli stranieri e la Mecca del crimine


Ma la spiegazione più solida, a mio parere, è tutta un’altra: se gli stranieri delinquono tanto più degli italiani non è perché noi siamo buoni e loro cattivi, ma perché i cittadini stranieri che arrivano in Italia non sono campioni rappresentativi dei popoli di provenienza. Con la sua giustizia lentissima, con le sue leggi farraginose, con le sue carceri al collasso, l’Italia è diventata la Mecca del crimine. Un luogo che, oltre a una maggioranza di stranieri per bene, attira ingenti minoranze criminali provenienti da un po’ tutti i Paesi, e così facendo crea l’illusione prospettica dello straniero delinquente. Perciò hanno perfettamente ragione gli italiani che hanno paura degli immigrati, ma hanno altrettanto ragione gli stranieri onesti che si sentono ingiustamente guardati con sospetto. I cittadini italiani privi di paraocchi ideologici non possono sorvolare sul fatto che uno straniero è dieci volte più pericoloso di un italiano. Ma farebbero ancor meglio a rendersi conto che ogni comunità straniera è costituita da due sottopopolazioni distinte: gli onesti attirati dalle opportunità di lavoro, e i criminali attirati dalla debolezza delle nostre istituzioni. Il problema è che le due sottopopolazioni non si possono distinguere a occhio nudo, e quindi - in mancanza di segnali che consentano di separarle - la diffidenza diventa l’unico atteggiamento razionale. Un atteggiamento che non si supera con lezioncine di democrazia, tolleranza e senso civico, ma solo rendendo l’Italia un paradiso per gli stranieri di buona volontà e un inferno per i criminali, stranieri o italiani che siano. di Luca Ricolfi su La Stampa del 21-02-09
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=5628&ID_sezione=29&sezione=

sabato 21 febbraio 2009

Il diritto di disporre della nostra vita


Caro Augias,

la pletora di parole e buoni sentimenti che ci ha inondati tutti, nei giorni scorsi, sulla vicenda umana di Eluana Englaro, è la prova provata di quanto due misteri silenziosi, come la vita e la morte, siano puntualmente "tirati per la giacchetta" da quanti – politici, media, cardinali e vescovi – sembrano essere pronti a darsi battaglia per rivendicare la fondatezza di una Tesi o la sacralità di un Principio, sulla pelle degli altri. Mentre quella vita, così lieve, andava via e, simbolicamente, portava con sé tante altre vite come quella, pensavo che non ci fosse nulla di davvero irrinunciabile da dire.
Oggi, invece, è tempo di parlare ed esercitare il proprio diritto di critica. Sono due i riferimenti che mi hanno accompagnato nella riflessione che le propongo.
Il primo è un documento della Società Italiana di Cure Palliative e della Federazione Cure Palliative che spiega come con la nuova legge, che rende obbligatorie nutrizione e idratazione forzate, si moltiplicherebbero le sofferenze dei malati terminali. Mi è parso, quello dei medici dei malati terminali, un contributo fondamentale al dibattito: una legge siffatta, "estenderebbe tale obbligo anche a coloro che vivono una fase di inevitabile e prossima terminalità, per le quali non si tratta di non iniziare o sospendere una terapia ma di accompagnarle a una fine dignitosa".
L'altro documento è quello dei teologi del Centro studi teologici di Milano: "È significativo il nuovo oscurantismo tutto cattolico, che mentre proibisce le tecniche di supporto scientifiche e le metodiche sofisticate per permettere alle donne una procreazione assistita (dicono artificiale) in caso di grave e irreversibile sterilità, e quindi si oppone alla nascita di una nuova vita, vuole invece che altrettanto sofisticate macchine e ausili di supporto continuino a funzionare per tenere in vita una vita-morta".
Ora, invece, quando tutte le provocazioni verbali sembrano essersi assopite e per esercitare il sacrosanto diritto, democratico, dunque libero, di espressione "politica" – nel senso più alto del termine – della nostra cittadinanza, credo sia giunto il momento di "manifestare" l'esistenza di un senso più alto che la vicenda di Eluana ci ha lasciato "in eredità": a Roma, a piazza Farnese, sabato 21 febbraio alle ore 15. Perché, leggo nell'appello lanciato da tanti intellettuali italiani e sottoscritto da migliaia di cittadini, "La vita di ciascuno non appartiene al governo e non appartiene alla Chiesa. La vita appartiene solo a chi la vive". ilaria donatio da la Repubblica del 20-02-2009

martedì 17 febbraio 2009

Lampedusa e i diritti umani che non esistono


"C'è molto da raccontare. Una situazione come quella non l'avevo mai vista. eppuro ho girato in tutti i CPT d'italia ... 974 persone chiuse a vivere nei loro escrementi e in mezzo alla sporcizia per quasi due mesi. Nessuno gli dice niente sul loro futuro. Li guardi e sai che ne hanno passate tante. Con alcuni parli e ti raccontano le loro storie di viaggio, di speranza, della morte scampata in tante occasioni. Lì non ci sono le donne, ma quelle che ho incontrato e ascoltato faticano a dire le violenze, gli abusi sessuali che hanno subito. Tutte e sistematicamente sono state abusate. Nella barbarie del luogo e in quella condizione fatichi a capire gli atteggiamenti dei singoli che lì lavorano (polizia, operatori, ong): c'è un'assurda aria di impotente normalità ... e tutto per la ripicca di un ministro, Maroni, che in spregio di qualsiasi legge e norma impedisce che quella situazione venga risolta. Commette un atto illegale nell'indifferenza generale". Maurizio Gressi

mercoledì 11 febbraio 2009

Czech Republic: Free Plane Tickets Offered to Migrants


The Czech Republic will offer a free plane ticket and $649 to foreign workers who agree to return home after losing their jobs in the economic downturn, the government said Monday. Interior Minister Ivan Langer said many unemployed foreigners lacked cash to buy a ticket home because they had to pay exorbitant fees or bribes — up to $12,000 — to agencies that secured the jobs for them.
http://www.nytimes.com/2009/02/10/world/europe/10briefs-FREEPLANETIC_BRF.html?ref=europe

martedì 10 febbraio 2009

Muore


Quel gesto verso lo Stato - violento: dimmi cosa devo fare, dimmi come posso fare, dimmi qualcosa, io sono solo ma resto cittadino e ho il diritto d'interpellarti - è un gesto che nasce dall'interno di una famiglia. Strano che nessuno lo abbia detto. Quel padre fa la spola tra una moglie malata gravissima e una figlia incosciente da un numero d'anni che non si possono nemmeno contare. Nessuno ha nemmeno il diritto, da fuori, di immaginare il suo tormento, il filo dei pensieri, la disperazione che deve tenere a bada mentre guida, mentre telefona, quando prova a dormire. Tra moglie e figlia, giorno dopo giorno, lui tiene insieme la sua famiglia. Ciò che resta, certo. Ma anche: ciò che è. Esiste forse una famiglia italiana, in questo 2009, più "famiglia" di questa? Lui parla con le sue due donne, ogni tanto con parole inutili, più spesso nella mente. Provano a ragionare insieme, è finzione, certo, ma è la cosa più vicina alla realtà, è l'unica possibile perché la famiglia esista non solo a livello fisico, delle due presenze malate in clinica con l'uomo lì accanto, ma anche a livello spirituale, come comunione possibile: anni insieme, gioie, speranze, amore, abbracci, progetti, un modo di pensare, di sentire, un modo di essere comune. La decisione che il padre prende, la prende in nome della sua famiglia. Non per sé, per tutti. Fa spavento pensare a questo, e poi pensare al futuro, ma è l'unica verità possibile. L'unica cosa autentica. ezio mauro

lunedì 9 febbraio 2009

L'appello


Firma l'appello di Lorenza CARLASSARE, Andrea CAMILLERI, Furio COLOMBO, Umberto ECO, Paolo FLORES D'ARCAIS, Margherita HACK, Pancho PARDI, Stefano RODOTA':

"La vita di ciascuno non appartiene al governo e non appartiene alla Chiesa. La vita appartiene solo a chi la vive. Il decreto legge di Berlusconi, trasformato in disegno di legge dopo che il presidente Napolitano, da custode della Costituzione, ha rifiutato di firmarlo, vuole sottrarre al cittadino il diritto sulla propria vita e consegnarlo alla volontà totalitaria dello Stato e della Chiesa. Rendendo coatta l’alimentazione e l’idratazione anche contro la volontà del paziente, impone per legge la tortura ad ogni malato terminale.

Pur di imporre questa legge khomeinista, Berlusconi ha dichiarato che intende sovvertire la Costituzione repubblicana. E’arrivato ad oltraggiare una delle costituzioni più democratiche del mondo, la nostra, definendola “filosovietica”, mentre non perde occasioni per elogiare il suo “amico Putin”, ex-dirigente del Kgb. Al governo Berlusconi che ha ormai dichiarato guerra alla Costituzione repubblicana, è dovere democratico di ogni cittadino opporre un fermo “ora basta!”.

Per dire sì alla vita e no alla tortura, per dire sì alla Costituzione e no al progetto di dittatura oscurantista, per dire sì al Presidente che sostiene la Costituzione contro chi la viola, la svilisce, la insulta, chiediamo a tutti i democratici di auto-organizzarsi per una grande e pacifica manifestazione, senza bandiere di partito, solo con la passione e l’impegno civile di liberi cittadini, a Roma, a piazza Navona, sabato 21 febbraio alle ore 15.

Passa parola, la democrazia dipende anche da te".
www.micromega.net

domenica 8 febbraio 2009

Vicolo cieco

Ho pubblicato, qui sotto, un brano dell'articolo scritto da Stefano Rodotà su Micromega. Dice cose condivisibili e straordinariamente equilibrate: solo su un punto non mi trova d'accordo. La Chiesa non "impone" comportamenti al legislatore. La Chiesa influenza e parla ai propri fedeli: la sua parola non è priva di conseguenze e ha lo scopo dichiarato di condizionare le coscienze. Non è importante se siamo o no daccordo con lei, se aderiamo o no al messaggio di Ratzinger. Il punto è un altro: è la classe politica che dovrebbe agire in maniera autonoma e non essere condizionata dalla Chiesa. E' il legislatore che deve farsi guidare solo dal diritto e guardare alla Chiesa come si guarderebbe a uno qualsiasi degli interlocutori istituzionali. Una classe politica debole come la nostra, con una sinistra che è solo la caricatura di se stessa, non vede l'ora di avere un padrone che le indichi una strada, anche se è senza uscita.

Rodotà: verso legge incostituzionale


"Siamo arrivati al grottesco, se non fosse in atto una tragedia, di chiedere l’immediato intervento del governo, forse con un decreto legge, per impedire che una sentenza passata in giudicato potesse essere eseguita. Quello che mi sorprende in questo momento, di fronte a questo scomposto modo di muoversi del governo e della maggioranza, è il silenzio dell’opposizione. Un silenzio tanto più inammissibile e sconfortante in quanto ci troviamo di fronte al tentativo di ridefinire diritti davvero fondamentali della persona. Io non sono un appassionato dei sondaggi come guida dell’azione politica, e tuttavia partiti e persone che stanno attentissimi a mezzo punto percentuale di gradimento crescente o decrescente del Partito democratico e del suo segretario, girano la testa dall’altra parte, di fronte a sondaggi che ci dicono che il 79% degli interpellati è dalla parte di Eluana e di suo padre, che l’83% ritiene che la Chiesa debba parlare alle coscienze e non imporre comportamenti ai legislatori. C’è dunque una cecità politica in questo momento, perché anche in una situazione nella quale il favore dell’opinione pubblica è così forte, il Partito democratico è paralizzato dalle sue frange interne". www.micromega.it

venerdì 6 febbraio 2009

Gabbie

Oggi sarei scappata volentieri da questo paese e dalle sue gabbie di pensiero, arrugginite e asfissianti. Questo significa essere "piagnoni"?
Non mi pi
ace l'indignazione fine a se stessa, "quellieternamenteincazzati" alla beppe grillo, ma non riesco proprio a non chiedermi se non sia snobbismo il mio. Me lo chiedo ora, oggi quando è chiaro, ormai, che stiamo passando il segno.
L´idea che un medico debba farsi investigatore e delatore di un malato "clandestino"; e poi la schedatura dei clochard; e poi Eluana...e poi, S.B. che è "pronto a cambiare la Costituzione sui decreti d'urgenza". E questa silente opposizione, che per leggere uno straccio di dichiarazione alle agenzie, su Eluana, occorre aspettare un Ferrero qualsiasi o gli equilibrismi del Pd...
Insomma, uno aspetta e si dice "magari il disfattismo non serve a nulla, magari, non và così male come dicono Di Pietro e Travaglio"...e poi, sopraggiunge la stanchezza. E ti chiedi solo un po' di libertà e di ossigeno. Altrove.

Il cane e la farfalla


"Questo governo pagano, figlio di una cultura che ha paganizzato l'Italia, è diviso dalla religione dei sondaggi (i quali danno ragione alla scelta del padre di Eluana che vuole infine liberare il corpo di sua figlia da questo simulacro di vita) e il richiamo della Chiesa, che con quel corpo totemico vuole ribadire non solo i suoi valori eterni, ma anche il suo controllo della vita e della morte". ezio mauro