Nucleare? “Dipende”. Ma da cosa?

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Di Ilaria Donatio

Il nuovo libro di Luca Iezzi, “Energia nucleare? Sì grazie?”, appena uscito per i tipi di Castelvecchi, è diviso in sei parti. Ciascuna sviluppa le sei questioni fondamentali a cui un (buon) articolo deve riuscire a rispondere: cosa, come, chi, quando, dove e perché.

Il giornalista di Repubblica parte dal racconto del funzionamento di una centrale nucleare, per poi fare una carrellata delle nuove tecnologie che dovrebbero rendere le centrali più sicure; coglie l’occasione, dunque, per proporsi di sfatare una serie di “miti” bibartisan (tanto quelli ambientalisti quanto quelli nuclearisti) in circolazione sull’energia nucleare. E analizza l’impatto che l’opzione nucleare avrà sul mercato delle energie rinnovabili italiano ma, soprattutto, ne discute la convenienza economica. All’interrogativo fondamentale del perché scegliere l’atomo, infine, Iezzi opta per “l’unica risposta possibile”: un enorme “dipende”. Da cosa? Secondo l’autore da una lista di variabili che aiuterebbero a scegliere tra le diverse opzioni.

L’atomo è considerato da Iezzi “ uno dei pilastri” di una politica energetica che intenda a ridurre le proprie emissioni da CO2 ma il punto è questo: chi ce l’ha (dunque, non l’Italia che vi ha rinunciato alcuni decenni addietro) non può dismetterlo senza arretrare sulla strada della lotta al cambiamento climatico. Dunque, gli tocca migliorarlo e, semmai, sostituirlo per accrescerne la sicurezza.

La storia dell’atomo italiano (e all’italiana) è soprattutto, invece, una “storia dello spreco di soldi pubblici” e, secondo Iezzi, sarebbe anche una storia che si ripete maldestramente, rinnovando la spaccatura tra la politica (come al solito divisa, con una maggioranza di centro-destra vogliosa di “accontentare” una banda di “produttori guidati dall’Enel”, un Pd che ammicca, della serie ‘vorrei ma non posso’, l’Udc, oggi forza di opposizione ma favorevole e i ‘sinistri’ che rispolverano le armi del terrorismo psicologico) e il (fantomatico) paese reale, risolutamente contrario a quelle che Adriano Celentano, con maggiore pathos del giornalista di Repubblica, descrive sullo stesso quotidiano, lo scorso 11 dicembre, come “centrali della morte”.

Dunque, in estrema sintesi: “il nucleare non può essere una scelta aprioristica nel tempo” (è infatti conveniente in certi periodi storici e non in altri), “e nemmeno nello spazio: è un passo obbligato in Inghilterra, ma privo di senso in Austria, la Francia è condannata ad essere all’’avanguardia mentre la Spagna difficilmente scenderà in prima linea”. E l’Italia? “L’analisi costi-benefici non dà un risultato netto, e molto dipenderà da come la legge ripartirà vantaggi e svantaggi”. E allora: “mostro o panacea”? La risposta, ancora una volta, è “nessuno dei due”. Secondo l’autore, neppure l’argomento dell’indipendenza energetica può essere utilizzato visto che il governo italiano sarebbe succube dell’alleato Putin.

Insomma, Iezzi sostiene che “nemmeno gli amministratori in buona fede potranno smentire che le centrali devono essere costruite solo per assecondare la richiesta di alcune aziende o per far pagare meno i grandi clienti”; che “l’arma propagandistica meno veritiera di una campagna pro nucleare è quella del portafoglio: anche se le centrali dovessero divenire realtà, la bolletta degli italiani se ne accorgerà appena”; che “le aspettative di lungo periodo ormai guardano altrove: al sole e alle forze naturali”. Infine (ma le questioni aperte dal nucleare sono come tante matrioske russe!) che “l’unica alternativa, per la politica, è far capire alle popolazioni che devono tornare a fidarsi delle istituzioni”.

Energie plurali

Pochi commenti a vantaggio di un’analisi critica della questione energetica.

Il primo problema è la sicurezza degli approvvigionamenti energetici che si consegue solo attraverso giusti mix di fonti. Non: atomo sì, atomo no; rinnovabili sì, atomo dipende; carbone ni e gas forse, ma tutto, altrimenti non ce la si fa. Non solo: la scommessa è, all’interno del mix, di aumentare la quota di energia pulita o, per dirla come Barack Obama, “decarbonizzare l’economia”. Dunque, di certo c’è che fino a quando il dibattito italiano si limiterà alle barricate contro il nucleare, da una parte, e ai pasdaran dell’atomo dall’altra, faremo poca strada.

L’autore che nelle premesse dichiara di voler deideologizzare la riflessione sul nucleare, finisce, nell’elaborazione successiva, per sviluppare una tesi che lo accompagna durante tutta la sua analisi. Naturalmente, fatti salvi alcuni passaggi in cui Iezzi è più esplicito (il futuro è delle rinnovabili, l’atomo italiano è voluto dall’Enel, il ritorno al nucleare nello stivale non è stata una scelta partecipata), su tutto il resto grava un pesantissimo e gigantesco “dipende”. Ma da cosa, visto che esistono anche certezze incontestabili.

I punti certi:

  • Per costruire una centrale nucleare occorrono tempi lunghi, mentre la bolletta del petrolio è altalenante nel breve periodo e ha bisogno di risposte immediate. Il nucleare quindi è una partita che si gioca sul lungo periodo (si semina oggi si raccoglie tra vent’anni) mentre è vero che molte rinnovabili hanno tecnologie ormai mature e che potrebbero essere impiegabili da subito. A questo proposito, gli operatori italiani e chi sostiene i loro interessi stanno aspettando di vedere quali saranno i dettagli delle regole definite dalle ampie deleghe in materia assegnate dal Parlamento al Governo in materia nucleare. E se qualcosa si muove, va più che nella direzione di un sostegno pubblico al nucleare – che al momento è praticamente a costo zero, con una dotazione prevista per la nuova agenzia di sicurezza nucleare di solo un milione di euro per il 2010 – nel ridimensionamento del ruolo delle fonti rinnovabili. Ma non per volontà degli operatori che, come Enel, hanno forti interessi anche nel settore delle rinnovabili, ma per quella degli economisti, di cui si è fatto portavoce il presidente dell’Antitrust Antonio Catricalà che, nel corso di una recente audizione al Parlamento, ha definito i meccanismi di incentivazione delle rinnovabili (il famoso Cip 6) “troppo oneroso e troppo prolungato nel tempo”.
  • Le rinnovabili sono state foraggiate dalle finanziarie dell’ultimo governo di centrosinistra (certificati verdi conto energia, 55% di detrazioni sulle ristrutturazioni ecc.) e dalla politica di coesione, che ha stanziato per il periodo 2007-2013, 4 miliardi di euro di cui quasi tre nelle regioni più arretrate. Ma anche se i fondi non mancano, il contesto è sconfortante: la rete elettrica di distribuzione non è adatto ad accogliere più centri di produzione (i pannelli che ciascuno di noi potrebbe mettere sul tetto) e i grandi impianti non sempre ricevono in tempi brevi l’autorizzazione a immettere energia in rete.
  • Spendiamo, ogni anno, trenta miliardi di euro per l’energia primaria, importiamo l’82 per cento del fabbisogno, l’energia elettrica prodotta, utilizzando soprattutto petrolio e gas naturale, costa il 60 per cento in più della media europea. Paragonando i costi di funzionamento delle diverse fonti primarie vediamo che il costo del chilowatt (kW(e)) è di circa 3 centesimi di euro per il nucleare, 4 centesimi per il carbone, 6 per il gas a ciclo combinato, 7 per l’olio combustibile, 11 per l’eolico, e circa 55 per il fotovoltaico.

I veri nodi

L’energia, per un paese come il nostro che non ha fonti proprie, dunque, costa. È evidente che in quale direzione spendere i soldi sia una scelta politica. Costano i barili di petrolio e le tonnellate di carbone che dobbiamo comprare, costano i brevetti e le componenti di rinnovabili e nucleare perchè da anni non si fa ricerca e innovazione in questi campi. Infatti, il governo con una mano vuole tornare a costruire centrali e con l’altra affossa la ricerca e con essa riduce seriamente la possibilità di avere un numero sufficiente di ingegneri che siano in grado da qui a cinque anni, di far funzionare questi impianti. Occorre, dunque, tornare a investire sui cervelli di casa nostra per impedire che vadano all’estero: i tagli ai fondi sulla ricerca, giustificati da ragioni di cassa, devono rientrare già dal prossimo anno. È attraverso la ricerca e l’innovazione che possiamo mantenere elevati gli standard di sicurezza, incluso il problema delle scorie su cui, paesi come la Francia sono all’avanguardia.

Ma un punto, sottolineato da Luca Iezzi, resta dirimente e spiega il coro di no al nucleare italiano, sollevato da quasi tutte le regioni italiane: il processo decisionale che porterà a riabbracciare l’atomo, deve essere il più possibile partecipato e non solo formalmente ed a posteriori attraverso formule compensatorie.

“Quello che sta succedendo in Gran Bretagna sul fronte del nucleare”, spiega Marco Ricotti del Politecnico di Milano, “andrebbe guardato con grande attenzione da parte di noi italiani che vogliamo tornare all’atomo. Il caso inglese mostra, infatti, molti elementi che dovremmo prendere in seria considerazione: intanto, il sistema con il quale è stata aperta una pubblica discussione pubblica per arrivare a definire i criteri per la scelta dei siti. Ma anche per quanto riguarda la scelta del tipo di Authority e per le licenze ai singoli impianti”. Insomma, il modello inglese “potrebbe davvero tornare utile per l’Italia”. L’effetto Nimby, naturale conseguenza di politiche calate dall’alto senza alcuna considerazione della volontà dei cittadini, dovrebbe mettere in discussione le stesse modalità di comunicazione delle decisioni pubbliche che riguardano il bene comune: questo non vuol dire bloccare il paese a causa di infiniti (ed eterni) veti incrociati ma avviare, quando si è ancora in tempo, processi partecipati, su modello di quel ‘consenso informato’ che è una conquista importante in ambito sanitario.

Infine, secondo l’ultimo rapporto dell’Osservatorio sui costi del non fare, promosso da Agici Finanza d’Impresa, l’immobilismo può costare più degli stessi investimenti.

Per quanto riguarda il comparto energetico i costi del non fare oscillerebbero tra i 34 e i 39 miliardi di euro. “Non sviluppare il settore elettrico” – ha dichiarato Stefano Clerici di Agici – “potrebbe generare un costo del non fare di oltre 12 miliardi di euro”. Circa 9, 7 miliardi nel non fare impianti termoelettrici e nucleari e 2,7 miliardi di euro nel non investire nelle rinnovabili.

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