domenica 1 marzo 2009

Buona ronda, mala ronda

Che brutta parola, «ronda»: eppure nasce con un significato esclusivamente tecnico, alla fine del Cinquecento e su prestito spagnolo, per indicare un «servizio armato svolto da più militari a scopo di vigilanza, specialmente notturna» (così il Cortelazzo-Zolli).
Oggi «ronda» significa piuttosto squadraccia, ed è questo il primo motivo per cui il provvedimento del governo ha suscitato tante reazioni negative. Il secondo motivo risiede nella natura di questo governo, o per meglio dire nella cultura politica che lo informa, non di rado autoritaria e xenofoba. Dobbiamo dunque compiere un doppio sforzo, lessicale e politico, per chiarirci le idee.
La democrazia, così come la scoprì Tocqueville in America, non è tanto il voto per delega (che anzi ne è una limitazione oggettiva, seppur dettata da motivi pratici), quanto l’autogoverno.
Jefferson invidiava gli Indiani d’America, la cui società non aveva (quasi) bisogno dello Stato perché tutti cooperavano alle imprese comuni. Una società che si auto-organizza, che cioè assume su di sé la responsabilità del proprio governo, delegando alla sovrastruttura burocratica statale soltanto il minimo indispensabile, non soltanto è una società più democratica, ma è anche una società più libera. D’altro canto, la storia è costellata di associazioni di cittadini di ogni genere.
E per ogni Ku Klux Klan ci sono centinaia di società di mutuo soccorso, gruppi di volontariato, associazioni civiche che hanno contribuito e contribuiscono meglio dello Stato al benessere della comunità.

L’autogoverno nasce dalla constatazione che se sono io ad occuparmi dei miei affari, è probabile che me ne occupi meglio di un altro; e dalla convinzione che il potere - qualsiasi potere - più è vicino e più è controllabile.
La storia della sinistra, poiché è anche in gran parte storia del divenire della democrazia e della libertà, è ricca di associazionismo: anzi, ne è forse la patria ideale. Perché dunque ci scandalizziamo tanto alle «ronde» di Maroni?
Il testo di legge e le dichiarazioni del ministro sono piuttosto chiari: i gruppi di volontari non saranno armati, verranno selezionati prevalentemente fra ex poliziotti ed ex militari, saranno addestrati con cura, servirà l’autorizzazione del prefetto... Insomma, dal punto di vista della legalità e dello Stato di diritto non sembrano esserci falle. Eppure le «ronde» ci spaventano.
Se però prescindiamo dal contesto politico, e ci togliamo gli occhiali dell’ideologia, scopriremo che le «ronde» in sé possono essere uno strumento di grande utilità non soltanto per rendere più sicuri i nostri quartieri (e non si capisce perché questo argomento debba essere appaltato in monopolio alla destra), ma anche per migliorare sensibilmente l’integrazione etnica nel nostro Paese.
Contro la violenza sessuale, negli Anni Settanta gruppi di femministe organizzavano pattugliamenti notturni delle strade, con l’intento di «riprendersi la notte» rendendola, semplicemente, un po’ meno buia e deserta. Le «ronde» - quelle femministe di trent’anni fa e quelle di oggi - sono come lampioni accesi nelle nostre strade. Una strada deserta è molto più pericolosa di una strada dove ogni tanto passa, o potrebbe passare, qualcuno. Il serial killer procederà indisturbato nelle sue malefatte: ma centinaia di balordi semplicemente gireranno alla larga.

Città rese pacificamente più sicure sono un diritto di ciascuno di noi; conquistare e difendere questo diritto senza affidarsi soltanto allo Stato rafforza i vincoli della comunità e allontana la paura; e se la paura se ne va, sarà più facile per tutti, e non soltanto per alcuni, distinguere fra un kebabbaro e un teppista.
Dovremmo riprenderci la notte tutti insieme: e organizzare in ogni città cento, mille ronde multietniche, allegre, colorate e chiassose. di Fabrizio Rondolino

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