martedì 12 aprile 2011

Debiti e abbracci

Ci siamo incontrate per strada, come accade quasi ogni giorno da un paio d'anni: io e il mio cane, lei e il suo. Sempre un sorriso, due chiacchiere sulla "community" di amici a quattro zampe, e via.
Oggi aveva l'aria imbarazzata. E l'espressione di chi vorrebbe dire ma non riesce a trovare le parole. Le chiedo se vuole bere un caffè insieme e mi risponde che "sì, ne ha proprio bisogno".
Ci sediamo sotto il gazebo del baretto di periferia: i cani stesi al riparo del tavolino, a dividersi lo stesso cono d'ombra; noi impegnate a prender tempo, separate da quel corposo imbarazzo tipico del "momento prima".
Le sue lacrime sciolgono il nostro torpore e gli danno calore, gli imprimono una direzione. Alla fine, lasciano anche spazio alle parole.
Penso subito che la sua storia sia quella che Bankitalia definirebbe di "sovraindebitamento": sorrido senza volerlo all'incasellamento delle vita degli altri entro categorie così ordinate e apparentemente innocue. E continuo ad ascoltare, chiedendomi quando sarebbe arrivato il momento della domanda esplicita.
Il marito in mobilità, lei con un misero part time, troppe spese e rate da pagare ("scelte di consumo avventate", penso ancora a Bankitalia).
Mi sta dicendo che è disperata: d'altra parte, posso vederlo con i miei occhi, e sentirlo, e provare un po' di quella stessa angoscia. E disperata deve esserlo davvero se ha avvicinato me che conosce a malapena: spera in un aiuto, anche piccolo.
Il punto è che lei e il marito avrebbero dovuto restituire molti soldi a un "parente" che tempo prima glieli aveva prestati: a quanto pare il "tempo era scaduto" e questa persona da gentile stava diventando minacciosa.
La interrompo: provo a spiegarle che a parer mio si sono messi nelle mani di un usuraio, che avrebbero dovuto sporgere denuncia, che la soluzione non era quella di continuare a indebitarsi, e che io, infine, non ho una lira.
Glielo dico, così, tutto d'un fiato, perché temo che a pezzetti, prendendo piccole pause per respirare, non arriverei fino in fondo.
Ma l'avrei aiutata, le prometto: a capire da che parte ricominciare, a fare un po' di chiarezza, a chiedere aiuto. Che può contare su di me: non per i soldi, purtroppo, che anch'io non dormo sonni tranquilli!
Mi sorride e poi riprende a piangere. Le offro subito un fazzoletto: senza dire nulla. Provo insofferenza per la mia incapacità di partecipare fisicamente al dolore degi altri. La stessa che tutte le volte riservavo al mio "strizza". Quando - mentre piangevo sul lettino - mi porgeva montagne di fazzoletti in religioso silenzio. Mentre io non smettevo di sperare in un abbraccio.

2 commenti:

  1. Una fotografia nitida dell'Italia, emersa in questi ultimi lunghi mesi agonizzanti. L'indebitamento italiano che avanza a mio avviso, non è solo monetario, ma anche e soprattutto culturale.
    E l'impatto con la realtà diventa gelido e alienante...
    Si contrappone per fortuna a quel calore tipico degli italiani ancora capaci di onestà, gentilezza e accoglienza. Anche se soldi non ce ne sono....

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  2. Vero. L'indebitamento culturale è la vera tragedia: ma differenza dell'altra, quella che ha a che fare con la crisi economica e con i soldi che mancano, per questo non esistono ricette 'pubbliche' e condivise. Forse solo un salvifico effetto 'contagio'.

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