"Ho bisogno di qualcuno che abbia bisogno di me"


"Il brutto della dipendenza è che non finisce mai bene. Perché ad un certo punto 
qualunque cosa sia quella che ti fa stare bene, smette di farti bene e comincia a farti male".
[Grey's Anatomy]

"Io ho bisogno di qualcuno che abbia bisogno di me, ecco cosa. Ho bisogno di qualcuno per cui essere indispensabile. Di una persona che si divori il mio tempo libero, il mio ego, la mia attenzione. Qualcuno che dipenda da me. Una dipendenza reciproca [...] come una medicina, che può farti bene e male al tempo stesso".
["Soffocare", Chuck Palahniuk]


Avete già capito: da un po' di tempo, il tema della dipendenza occupa il mio tempo solitario, fatto di ragionamenti spesso disarticolati, di parole senza voce, di sentimenti angosciati. La vedo dappertutto: la osservo mentre si insinua dopo lunghi periodi di tregua, nella vita esausta di amici fragili; la sorprendo dietro maschere perfette, convincere il mondo della propria forza: una forza talmente vuota da infrangersi al primo intoppo; la osservo in quei "no" rabbiosi, che rivendica autonomia e identità. Non ci sono antidoti, penso sempre: se non smascherarla senza remore, se non cacciarla a cacci nel culo, se non metterla alla porta, senza ripensamenti. Come ci si salva? Io non lo so se esista un modo efficace per tutti. So che quella stronza attecchisce insidiando l'anello più fragile della nostra catena più intima. 
E il mio anello debole è quello che collega me al mondo.

C'è stato un tempo in cui sono stata dipendente da una persona a cui ho voluto un grandissimo bene. Un altro, in cui lo sono stata da una persona di cui mi dicevo innamorata. 
Le parole. 
"Bene" e "amore" sono le più classiche tra le parole concave: possono essere riempite a piacimento da ciascuno, nell'ingenua illusione che le "cose" nominate diventino reali. Nel mio caso, quel bene immenso invece di appagare la mia sete di amore, mi rendeva ancora più assetata, ancora più fragile e arrabbiata per quel vuoto che si approfondiva sempre di più. 
E quell'amore, poi: una corsa assurda e solitaria contro il tempo, come se bastasse la volontà, come se bastasse l'oggi, come se il bisogno e le sue mille risposte fossero anche solo parenti lontani dell'amare, riamati e non suoi subdoli nemici. Quell'amore finì nello xanax per riuscire a dormire; quell'amore finì nella tristezza di non trovare più parole di comprensione: perché la rabbia che sopraggiunge alla lucidità, le spazza come questo vento di tramontana di oggi; quell'amore finì nel modo peggiore, sciogliendosi nella convinzione di essere stato concepito dall'illusione solitaria di poter amare per due. 

Perciò, quando quel giorno, ragazzina tredicenne, pensavo perennemente alla torta al cioccolato che mi aspettava nel forno, alla quarta fetta realizzai che "no, che quella torta stava prendendo il posto di un abbraccio, di una presenza, di una mano nella mano". Fu un'illuminazione più grande di me: di quei pensieri che formuli in maniera estemporanea, senza avere strumenti - poi - per elaborarli. 
Così, oggi, ogni volta che mi scopro debole e a rischio nei confronti di un sentimento, una persona, persino di un'amicizia - lo ammetto - io penso a quella torta al cioccolato. Penso a quell'acerba intuizione. E mi impedisco di mangiarne ancora.

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