"Il desiderio di essere come tutti"


Ora noi possiamo sentirci, in mezzo alle comunità, soli e diversi, ma il desiderio di rassomigliare ai nostri simili e il desiderio di condividere il piú possibile il destino comune è qualcosa che dobbiamo custodire nel corso della nostra esistenza e che se si spegne è male. Di diversità e solitudine, e di desiderio di essere come tutti, è fatta la nostra infelicità e tuttavia sentiamo che tale infelicità forma la sostanza migliore della nostra persona ed è qualcosa che non dovremmo perdere mai. 
Natalia Ginzburg


Mi imbatto in questa citazione della Ginzburg - bellissima e pesante - in  apertura del libro di Francesco Piccolo "Il desiderio di essere come tutti", a cui sono ricorsa, in queste ore, alla ricerca di una "stampella" interpretativa degli ultimi fatti politici che accanto a una certa delusione, mi hanno suscitato anche disorientamento e una scocciante (perché involontaria) crisi di rigetto.
Per inciso: credo che questo rigetto sia molto pericoloso perché una comunità (che può essere un quartiere ma anche un Paese) muore se la biografia del singolo si riduce a una catena "privata" di fatti, scelte, conseguenze. 
La comunità può salvarci la vita, solo che spesso non riusciamo a capirlo in tempo. 
Sarà che uno si fa forte di alcune di quelli che i "senzadio" chiamano coincidenze. Sarà che nulla avviene per pura casualità ma ha un suo senso, magari immanente, ma lo ha, insomma, io ho pensato a tutte queste cose tre giorni fa, ben prima che avessi tra le mani il libro di Piccolo (scaricato in un momento di sconforto dopo la scelta di Renzi di fare un proprio governo: evento che io, ben intesi, attendevo da tempo, ma non in questo modo) e ne leggessi, in prima pagina, la citazione di N.G.

Tre giorni fa, ero fuori la boutique, in orario di lavoro, a indicare il trasferimento temporaneo del negozio ai clienti: si avvicina una signora di ottant'anni che va a riscuotere la pensione. Cammina appoggiandosi a una stampella e così attacca bottone (un classico, insomma): mi chiede di accompagnarla fino a un certo punto della strada e le rispondo che sì, l'avrei fatto, ma fino all'angolo perché lavoravo. 

In dieci passi, fatti in dieci minuti, mi scappa una domanda: "Ma non ha nessuno da mandare alla Posta? ". 
Mi risponde che al ritorno, mi avrebbe raccontato la sua storia, la storia della sua famiglia e io penso, sollevando gli occhi al cielo: "Anche no!". 

E invece sì: lei torna e io, finito il turno, mi preparo a tornare a casa. Perché le coincidenze non esistono e io, la storia della signora Elena, dovevo conoscerla a tutti i costi.
Elena non è sola ma ha una figlia, Celeste, che prima del 2002 si chiamava Massimo: "Ha fatto un percorso molto lungo, sa!", mi dice come se io non avessi mai sentito parlare di percorso di transizione. Resto in silenzio ad ascoltare Elena che racconta di particolari irrilevanti ("ma a te il nome "Celeste" piace? perché io ne avrei preferito un altro..." e di passaggi cruciali, "Quando hanno chiamato Massimo dal San Camillo io ero felice: finalmente lui poteva iniziare a diventare quello aveva sempre voluto essere": come se fossero un tutt'uno, e avessero un senso solo se messi insieme.

Elena parla con un tono di chi ha compreso tutto perfettamente, senza sospesi: che Celeste ha scelto di "rinascere" solo dopo la morte del padre, e che lui non poteva capire, "era troppo indietro per farlo".

Io: "Ma lei? E' serena?"
Elena: "Sì, quando ho visto mia figlia felice ho pensato che era mio marito che proprio non riusciva a comprendere: l'ho visto piangere come un bambino quando gli hanno detto che Massimo vestiva come una donna e ho capito che la vergogna aveva soffocato completamente la verità. Un anno dopo è morto".
io: "Celeste come sta oggi?
E.: "E' felice! Vive con Barbara (che prima si chiamava Paolo e fa l'ingegnere), si vogliono bene: lavora al partito..."
io: "Quale partito?"
E.: "Comunista!"
io [sorridendo]: "Ah...perché esiste ancora?"
E.: "Sì! Solo che non la pagano".

Dopo ci salutiamo. Io le dico che può venire a trovarmi lì quando vuole. Lei mi fa una carezza. Quella che avrei voluto farle io senza esserne capace.

Rido dentro di me: rido per il partito "comunista", per il candore di questa donna, per la sua capacità di comprendere tutti, di aver liquidato la storia ed essersi portata avanti. 
Rido nell'immaginarmela invitare a pranzo, la domenica, Celeste e Barbara ("che è meglio di mia figlia sai?"), rido perché io, ogni tanto, mi sento disperatamente infelice. E intuisco, allo stesso tempo, che non c'è ragione alcuna per questa infelicità. 
Eccetto quella spiegata da Ginzburg: la consapevolezza di essere sola e diversa, e con la stessa potenza di quella solitudine e di quella diversità, sento il desiderio di essere come tutti. 
Come Elena, come Celeste.
Un'aporia assurda e umanissima. Una verità perfetta. 



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