Il tempo delle rughe

Deve essere così: tu sai che il tempo passa, solo perché lo osservi dall'esterno, come se fosse una questione che riguarda gli altri e mai te. Ci ho pensato tante di quelle volte in questi anni. 
La verità è che, a un certo punto, come se non ci fosse gradualità alcuna, come se avessi fatto il triplo salto mortale carpiato nel tempo, ti ritrovi col collo non più liscissimo (me ne sono accorta alle 10.30 di due martedì fa, in boutique, con un collega che mi guardava divertito come se fossi matta!), alle prese con un corpo serenamente (lui!) poco contemporaneo. 


E mi è risuccesso oggi, di "guardarmi dall'esterno", mentre ascoltavo un gruppo di trentenni parlare di cose fichissime. Mi sono sentita vecchia: loro impegnati a costruire una storia collettiva, con del tempo da spendere per disegnare un futuro comune, mentre io, in ritardo (come sempre), ancora intenta a chiudere il cerchio dei miei progetti personali.
Sempre distonica rispetto al tempo esterno.

Chi stabilisce il respiro del tempo? Può diventare affannoso per una ruga? O più lento per una resa? Si può fare pace con il tempo e scacciare questa tristezza?
Mi sa di sì, ma occorre generare altra vita, per capire quanto tempo ci sia fuori dalla nostra.

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