Ogni cosa ha un prezzo. Anch'io.



Se non vivessimo sempre "schiacciati" sulla terra, vedremmo cose di cui neppure ci accorgiamo.
"Ragionare astronomicamente", diceva l'autore di un testo sull'astronomia recensito, alcune settimane fa, su La Domenica del Sole. Che poi significa cambiare il proprio punto di vista, anche in termini geometrici.

Non è solo uno sforzo culturale, è anche (meglio: prima di tutto) un problema di punto di osservazione: da quale luogo guardi il mondo? In compagnia di chi sei? 
Perché, se parli solo con quelli che la pensano come te, che frequentano i posti che sono anche i tuoi, che hanno le medesime (più o meno) risorse e gli stessi limiti, beh sarà molto difficile tenere nel giusto conto l'eventualità che esistono cose che neppure immagini, vite inconcepibili, pensieri lontanissimi da quelli che riesci a pensare tu.

Bisognerebbe riuscire ad andare un po' in cielo, sorvolare le teste, attraversare dall'alto spazi che siamo abituati solo a calpestare, per vedere davvero quello di cui non riusciamo neppure a scorgere i contorni.
Sembrerebbero pippe mentali, e io stessa - invero - le giudicherei così se mi capitasse di leggere queste righe en passant, eppure c'è un preciso passaggio che me le ha ispirate. Sentite qua.

Tempo fa - ricordate questo post precedente? - il boutique manager mi chiama per la periodica verifica sul lavoro svolto e mi chiede: "Ilaria, se dovessi indicarmi il tuo problema principale nel rapporto con i clienti, quale sarebbe?". Io lo guardo con smarrimento,  e visualizzo mentalmente una lista interminabile di limiti/errori/omissioni/presunzioni a mio carico. Ma dopo aver scartato, a manciate, quel centinaio di tic che mi riconosco (da quando l'autodenuncia è un atto dovuto?), opto per una risposta filosofica (eh sì) e gli faccio: "Il mito della gratuità".

Lui non si è messo a ridere, non mi ha guardata come si guarda una pazza, avrebbe potuto, ma non l'ha fatto. Mi ha solo detto: "Ilaria, forse non dovresti più sottovalutare gli altri - e dunque il loro portafogli - perché sottovaluti te stessa".

Sono rimasta senza parole. Meglio, mi sono limitata a dire: "Hai ragione".

La verità era che sono approdata in una boutique del caffè per un part-time, perché fare la giornalista freelance non mi bastava più per vivere, e dopo decine di lavori, centinaia di scambi con direttori saputi, colleghi fichi, colloqui su colloqui, nessuno aveva mai centrato il punto. E il punto era che dovevo cambiare "posizione", angolo visuale, dovevo entrare in un mondo che non ha bisogno di chiamare le cose con un nome diverso, perché ogni cosa ha un prezzo e nessuno deve chiedere "per favore, puoi darmi cento capsule di caffè gratis?", oppure "ti spiace se affrontiamo l'argomento soldi in un secondo momento?". 

Certo, è da sempre un limite del mio settore, quello dello sfruttamento e della precarietà, ma c'è di più. Se tu non sei in grado di attribuire un valore a ogni cosa. Se nessuno ti ha mai insegnato che non c'è nulla di cui vergognarsi nel "dare a te stesso un valore", al di sotto del quale non scenderai mai e poi mai, il risultato è che il tuo rapporto con la realtà ne sarà alterato. 
Vuol dire che devi riuscire a guardare negli occhi questa disfunzione per andare avanti nella vita. Senza sensi di colpa, senza parole non dette, senza cadere nell'equivoco che fissare un prezzo per il tuo lavoro possa significare sminuirlo, ridurlo a due tre cifre messe in fila.

Ecco, nel commercio questa equazione è automatica e affermare il contrario sarebbe non solo risibile, ma folle. Per molti di voi sarà una scoperta banale, tardiva, e in parte lo è. Per me è una rivoluzione: è come camminare ad alcuni metri dal suolo. Vedi l'orizzonte, osservi il perimetro, studi bene le proporzioni. 
C'è una misura in tutte le cose, e io non soffro più di vertigini.



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