Il giorno delle anime

Il "Giorno delle Anime" lo chiamano in Brasile. Mentre qui è la giornata della commemorazione dei defunti, di chi si è sciolto da ogni obbligo terreno.
Ogni anno, prima del due novembre, mi preparavo psicologicamente ad essere triste. Ricordo persino che, da piccola, una mia amica mi intimò di non accendere la radio nella giornata dedicata ai morti: la musica avrebbe potuto offenderne il riposo. Ora ci rido su, ma l'ambiente intorno a noi, quando ancora non siamo abbastanza solidi, esercita una pressione incredibile sulle nostre vite.
"Devo essere triste perché mia madre è triste", mi ripetevo da piccola: uno stato d'animo che diventava un obbligo di solidarietà, impastato di amore e ricatti involontari.
Così, andare al cimitero era una tortura: diventavo tachicardica al solo pensiero della sofferenza che avrei letto negli occhi dei superstiti, e passavo il tempo a sorvegliare che nessuno della mia famiglia avesse il volto rigato dalle lacrime.


Oggi che sono più libera, ho scoperto di non esserlo ancora abbastanza: mi sono svegliata programmando questo giorno con un eccesso di enfasi, ho preparato un dolce e comprato un paio di scarpe nuove, ho rigorosamente scantonato certi pensieri ed evitato, con uno zelo eccessivo, di parlarne. Avevo l'aria un po' sospetta.
Poi, un amico mi ha parlato della "sua" festa siciliana dei morti: dei dolci e dei regali che trovava al risveglio, portati in dono durante la notte dal nonno volato in cielo, del sentimento di contentezza e di armonia che quella tradizione (risale al X secolo) gli sollecita.
E allora ho pensato di essere stata un po' sfigata a restare così a lungo vittima di una trappola - prima che affettiva - culturale. In cui un malinteso senso religioso (della religione cattolica) enfatizza la perdita terrena, il lutto come evento tragico della storia personale, impoverendolo, nella percezione soprattutto infantile, proprio della spiritualità, di quella dimensione che rimanda al senza tempo. L'unica che davvero potrebbe riguardare noi che siamo qui e chi non c'è più.


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