Su Oscar Giannino e un vecchio amore

Conosco Oscar Giannino per averlo osservato, (relativamente) da vicino, nel corso di alcuni anni: tempo fa, lavoravo nella redazione di una piccola rivista moderata e di stampo liberale che collaborava con l'Ibl e lui era, già allora, un punto di riferimento in quell'ambiente. Lo osservavo quando, in abiti eccentrici - da me molto ammirati - veniva ai workshop che organizzavamo: quella scelta di non passare inosservato per i colori e i tessuti indossati, un po' cozzava con il suo modo di fare che mi appariva, al contrario, schivo e "riparato". Questo contrasto, ricordo, mi piaceva moltissimo perché - pensavo - era rivelatore di una forza e, insieme, di una debolezza. E poi perché in un mondo che si sforza, costantemente, di apparire privo di aporie, il più possibile provvisto del marchio di fabbrica, lui esibisce così la propria "stranezza" che è anche estraneità.



Quando, ieri, ho letto della decisione di Luigi Zingales - uno dei fondatori di Fermare il Declino - di dimettersi perché Giannino avrebbe millantato titoli di studi mai conseguiti, sono stata invasa da una tristezza esagerata: non era delusione ma partecipazione, perché quando qualcuno sbaglia - per l'impulso narcisistico di far credere al mondo di essere più bravo, di avere più meriti, di valere di più - mi immedesimo a tal punto che mi prende male. E' imbarazzante doverlo ammettere, ma questo eccesso di umanità, vanitosa perché fragile e non in quanto arrogante, smuove corde profonde. E l'ingenua ritrosia di Oscar Giannino ad ammettere l'errore, dunque a perseverare nello sbaglio commesso - ha parlato di curricula che circolavano in Rete di cui lui non si era reso conto: peccato che un'intervista a Repubblica Tv testimoni il contrario - mi ha fatto pensare a quella volta in cui ho perso la testa per un tizio molto in gamba, intelligente, affermato, narciso, che tutti consideravano parecchio snob ma che, in realtà, era timidissimo e insicuro.

Un giorno, chiesi al mio analista di allora perché mai questo miscuglio di contraddizioni e fragilità mi avesse così tanto messa a tappeto: voglio dire, uno si può innamorare ma se poi si scopre fragile di fronte a certi meccanismi, non può non farsi delle domande. E allora, lui, il mio saggio dottore, mi sorrise come faceva sempre prima di dirmi qualche verità difficile da metabolizzare, e sparò: "Lei si sente tanto indulgente perché, nel suo profondo, sente l'umanità di questa persona, ne avverte le paure più nascoste, perché sono le sue, partecipa al suo dolore di non essere apprezzato dagli altri, perché è il suo. Insomma, lei ha trovato quella parte di se stessa per cui prova imbarazzo in quest'uomo che tanto la coinvolge".

Io credo ci sia del vero in questa analisi. Credo che Giannino abbia sbagliato, che abbia delle responsabilità e debba riconoscerle. E non parlare semplicemente di una svista: che debba chiedere scusa proprio perché ha fatto del merito (che però è diverso dai titoli che possono anche essere carta straccia) la caratteristica distintiva della propria battaglia politica. Ma penso anche che debba restare al proprio posto: se fossimo tutti un po' più umili e meno sprezzanti, rivolgeremmo altrove il nostro sarcasmo censorio. A partire da noi stessi.

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