mercoledì 14 novembre 2012

Vorrei usare parole perfette

A me la ciclicità fa paura. Tanta, forse troppa. Peccato sia il tic umano più diffuso, l'abito più indossato.

Discuto con me stessa mentre mi colgo in flagranza di reato: mi detesto con forza, ogni volta che commetto gli stessi errori, quando mi abbandono a identiche illusioni (che ho passato al vaglio, analizzato, razionalizzato, esaminato a prova di entomologo), riaccarezzo ipotesi scartate da tempo e ridò corpo a pensieri vaporizzati sul nascere, evanescenti, troppo per reggere allo scontro la realtà.
E basta!
Gli altri, solo quelli da cui mi sento circondata come da un esercito minaccioso, mi sono tutti complici in questo eterno tornare sui propri passi: sembra che l'unica cosa che ci unisce sia quella di fare infiniti giri intorno al tavolo della realtà parallela, quella che non esiste.



Ma dico io (e su questo, qualche psicoterapeuta provasse a darmi torto che gli faccio vedere io): possibile che la consapevolezza non serva proprio a un cazzo? Cioè, tu hai messo a fuoco l'impossibile - compresa la parte di mondo che è abbondantemente "fuori campo" - e nonostante questo, resti vittima di un'idea senza sostanza, di una fantasia scolorita, di un sogno in bianco e nero e anche ridicolo?
E basta!
Cosa li abbiamo spesi a fare tutti quei soldi dallo "strizza"? Cosa? Un investimento che legittima l'insanità mentale, una ridicola assicurazione contro gli infortuni che puntualmente ci andiamo a cercare, un'assurda ricerca che non avrà mai fine, ché mai sarà sanata la nostra ferita e mai verrà compensata abbastanza la perdita originaria. E allora, finiamola!

E voi, che siete lì, fuori dalla porta, a ripetere continuamente gli stessi passi - uno avanti e due indietro, uno indietro e due avanti - a bussare e sparire, a suonare "dolcetto o scherzetto?", vorrei dirvelo in un modo migliore di questo, chiamare a raccolta parole perfette, che vadano meglio in profondità e diano conto - almeno in parte - di sentimenti opere e omissioni, ma non mi viene nulla di diverso, niente di meglio: voi avete rotto i coglioni.

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