Te li do io i centri per l'impiego

Da alcuni mesi, da quando la crisi economica picchia più forte e le mie collaborazioni sono diventate più discontinue, mio fratello mi fa la telefonata settimanale, da Lecce, per ripetermi - in tono rassegnatamente severo - che "sì, ok, zero aspettative, fiducia minima, ma che i centri provinciali per l'impiego esistono, ed io ho l'obbligo morale di iscrivermi, e sarei una stupida a non farlo". 

Piccolo passo indietro: io e mio fratello siamo orfani per cause di servizio. Dunque, apparteniamo a una categoria protetta: al pari di chi è portatore di disabilità, degli invalidi di guerra (ma ormai sono tutti morti) e degli orfani di guerra (in pensione). 
La legge 68/1999 stabilisce percentuali e modalità di inserimento delle categorie protette, agli articoli 7 e 9.


Io - ogni volta - lo ascolto, e dico "sì, sì, questo passo va fatto, almeno solo formalmente, ché sarebbe da stupidi non farlo, accontentarsi di quello che passa il convento"; poi chiudo la telefonata e finisce lì.

Altro passo indietro: tutti facciamo dei buoni propositi all'avvio del nuovo anno solare, poi li ripetiamo ogni capodanno per riesumarli l'anno dopo. Sempre così. 
Oggi, 21 settembre, è capitato che la lavatrice si sia rotta, la serranda pure, che il tecnico della caldaia abbia sussurrato (temendo reazioni isteriche) che nel giardinetto "è possibile che nottetempo ci sia passato un topino: signora, non un topo di città eh, perché le cacchette" (ha detto proprio così: facendo uno sforzo titanico di delicatezza e considerazione che io ho molto apprezzato) "sono minuscole, ma un piccolo topo di campagna. Io ho reagito con estrema compostezza, come conviene a una "signora".

Ora, a parte che la favola dei due topi che mi leggevo (da sola), quando ero bambina, mi ha sempre lasciato indifferente; che oggi ero già tanto provata da questo luddismo autodafè; a parte anche la considerazione, comprensibile a tutti, che in momenti come questi (in cui l'attacco di sfiga è convulso e privo di qualsiasi soluzione di continuità), la lucidità va serenamente affanculo; a parte tutto, cosa avrei potuto fare se non una cosa pericolosissima e ad alto rischio, come quella di infilarmi nel tunnel dei centri per l'impiego?

Naturalmente, ho optato per la politica dei piccoli passi: 1. ho inviato una mail per richiesta informazioni. Pronta la risposta: "I'm sorry to have to inform you that your message could not be delivered to one or more recipients". 
2 Dunque, ho optato per il contatto diretto, sebbene telefonico. E ho chiamato il numero fisso, pubblicato online: tu-tu-tu-tu. Occupato. 
Ho riprovato, riprovato, riprovato... Finalmente, un'impiegata emotivamente fragile, afflitta da qualche grave dilemma - je rodeva manco je avessi detto 'brutta stronza maledetta' -  risponde che "no, devo chiamare un numero verde per le informazioni", che "lei non può darmele". 
E sbuffando, con l'aria di chi sta per amputarsi il dito (medio), dice in un soffio - 800... -  accelerando di botta quando capisce che sto per rivolgerle un'altra domanda. Poi, chiude.

Chiamo l'800... - ormai, me maledetta, ho scelta? - lo faccio solidamente presaga del paradosso umano oppure  del disguido tecnico che è lì, pronto, a stringermi in un abbraccio mortale. 

E infatti la voce automatica risponde: "Siamo spiacenti, la chiamata proviene da un'area non abilitata". Che cazzo vuol dire? 

Non lo so. E per ora non voglio saperlo.

 A questo punto, prima di infilarmi in nuove avventure (che certamente sono lì ad attendermi) chiamo l'altro orfano per cause di servizio e gli spiego due cose. 
:)


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