E di nuovo cambio casa

Sto per cambiare casa. Chiamo a raccolta gli oggetti che hanno abitato con me questo posto negli ultimi quattro anni. Una conta impossibile: quello che cerco non lo trovo, e al suo posto si presentano ricordi e pensieri ben custoditi nelle cose che ho raccolto.
I traslochi sono didattici: ti insegnano che gli spazi non sono solo luoghi da riempire ma anche luoghi che ti riempiono. Non è che li vivi per un pezzo e loro restano neutri: tu ci litighi, soffri, senti, urli di gioia, piangi, ridi e tutto quello che esce da te si incrosta sulle pareti, scorre nelle insenature dei marmetti, si insinua nelle pieghe dei divani. Fa ridere, ma quando sei in affitto, non pensi mai che una casa possa essere davvero tua. Poi, di fatto, lo diventa, perché troppe ne ha sentite e viste per restare solo un'estranea.

Così, ora che sto per salutarla, provo anche un po' di dolore: per il tempo finito, per gli sprechi, perché qui avrei voluto vivere meglio, e non ci sono riuscita.
Perché non è vero che i luoghi sono sostituibili. Perché quando cambi casa, come canta Fossati, cambiano anche l'orizzonte, il tempo e il modo di vedere... E sarà questo momento storico, saranno le fragilità indotte dalla crisi, ma questo passaggio biografico, questa fine e questo inizio al tempo stesso, mentre tutto - fuori - sembra essere sospeso, come ipnotizzato, mi pare sia una campana stonata, assordante in questo silenzio compatto.

Ho paura di lasciare. Anche queste mura che non sono mie. Proprio perché non sono mie. Come si fa ad assicurarsi contro questo genere di "infortuni"? Quattro anni sono tante cose. Tanta vita che una sola casa è riuscita a custodire dentro di sè: protetto, accarezzato anche. Mica ti respinge mai una casa in cui vivi. Eppure finisce qui.

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