La crisi è anche crisi di libertà

Pensavo alla crisi ieri. Ne parlavo con un'amica: le dicevo di quanto tutto sia diventato difficile, di come sia impossibile mettere soldi da parte e semplice indebitarsi, e che per fortuna c'è la 'famiglia' d'origine a sostenere noi ex-giovani a caccia di futuro, lei sì che funziona veramente come forma di welfare alternativo...
La mia amica, che faceva sì con la testa e mi comprendeva davvero, è appena uscita fuori da due anni di cassa integrazione e l'hanno richiamata in azienda da poco, al prezzo di andar via da qui e fare su e giù ogni settimana. A 48 anni.
Parlavamo fitto, e facevamo di conto, quando incontriamo lei, F., giovanissima ragazza madre, sudamericana, amica di quartiere: vive con la figlia in casa di un signore che assiste e che in cambio dà loro vitto e alloggio.
Ma da qualche settimana F. si sente poco bene: è gonfia, ha la pressione alta, si sente depressa, non ha le forze, le gambe non le reggono. Mentre ce lo racconta si mette a piangere: ripete di essere  preoccupata soprattutto per la figlia, è un pensiero fisso "se dovesse succedermi qualcosa, lei che farebbe?".


L'abbiamo incoraggiata, rassicurata, le abbiamo detto che al "centro" avremmo organizzato qualche evento per aiutarla... Ci siamo salutate, alla fine.
Ho pensato che fosse assurda la sensazione che si prova quando incontri qualcuno animato da una disperazione tanto forte da rendere il tuo disagio, in fondo, poca cosa.
Noi che facciamo presto a parlare di donne, a manifestare per i diritti, a ripetere 'se-non-ora-quando', noi che quella libertà la riteniamo una premessa ormai data - e sappiamo bene che non è per tutte così - ma siamo sconvolte all'evidenza che per alcune sia addirittura una conquista: chi, per campare, ha dovuto rinunciare perfino alla propria libertà di movimento, per barattarla con la sopravvivenza; chi ha paura di ammalarsi perché non se lo può permettere; chi non ha neppure uno straccio del 'nostro' welfare familiare; chi ha dovuto emigrare dal proprio paese, e crescere da sola un figlio, e vederlo mentre si abitua a stare al mondo, convivendo col dolore, con la malattia, con gli alti e i bassi che accompagnano sempre tutte le solitudini.
F. è tutto questo insieme e davvero mi chiedo, da quando l'ho incontrata, come faccia ad andare avanti.
Mi chiedo anche se questa crisi non metta in discussione libertà e diritti cui siamo "abituati" e che riteniamo ormai "acquisiti". E che pezzetto dopo pezzetto vediamo compressi per necessità. Mai come in questo momento, vedo assottigliarsi le possibilità di vita (un tempo, potenzialmente infinite). F. mi ha ricordato, invece, che sono finite.

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