Io, un progetto a termine

Tra qualche giorno mia madre compirà 71 anni. Il suo invecchiare è il principale indicatore anche del 'mio' tempo. Soprattutto della provvisorietà di cui lei è diventata negli anni una testimone muta, perché ha smarrito oramai le parole per spiegarla anche a se stessa.
Questa precarietà la porto con me come una colpa: mia madre non la comprende fino in fondo, perché è intrisa di quella tipica, severa, ignoranza di chi ha avuto per una vita il posto fisso, una stabilità scontata, conquistata a ventiquattro anni, prima di essere - nell'ordine - moglie e madre.


Io non sono nulla di tutto questo: è vero, all'inizio è stato anche per scelta. Una scelta che oggi è diventata sistema: dieci anni fa - quando ho capito che non riuscivo a essere 'produttiva' se ciclicamente non rompevo gli schemi e  ricominciavo da capo - ho scelto di rischiare. Poi, è successo che - tra un cambiamento e l'altro, un inizio e una fine - la precarietà sia diventata l'unica cosa stabile del mio tempo: tanto che ha ormai acquisito l'assetto, paradossale, della solidità (ho ricevuto una sola volta la tredicesima, non ho mai timbrato cartellini, e ho concordato le ferie nel mio primo contratto, non ricordo più quanti anni fa).

Oggi sono stanca e quando mi è scappato di dirlo a mia madre, a lei è scappato un feroce 'te l'avevo detto'.
Bene così.
Mi sembra giusto.
Se fossi stata più coraggiosa, avrei anche aggiunto che ho la sensazione di costruire con la paglia, di essere diventata io stessa un progetto a termine, di 'scadere' ogni sei mesi - il progetto più lungo - e alternativamente, di essere 'scaduta', inutile-finita-persa-inerme nei momenti di 'vacanza'. Tanto che mi sembra anche di essere animata da sentimenti che mutano in continuazione: la precarietà è contagiosa, non puoi iniziare e finire tutte le volte qualcosa e pensare che il resto sia per sempre.
Non riesco a dire a mia madre quanto io sia triste in certi momenti. Quanto senta pesantemente la vita passare. E la solitudine degli inizi e delle fini.  Non riesco a farle cambiare idea su sua figlia: che sono meno incosciente di quello che immagina. E più persa.

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