mercoledì 25 aprile 2012

Il divieto di pensare in proprio

Siamo condannati a restare per l’eternità figli della Controriforma? Domanda inquietante.
E se lo chiede, più o meno con queste parole, Ermanno Rea, nel suo “La fabbrica dell’obbedienza” (Feltrinelli editori). Il che non significa semplicemente che ci affidiamo ancora alla parola dei papi e delle gerarchie ecclesiastiche, ma che abbiamo una specie di propensione naturale – data dal fatto che “noi siamo le nostre esperienze” – a seguire ciecamente una fede, intesa come visione “autoritativa” delle cose del mondo.
Rea si spinge a sostenere infatti che “gli italiani furono costretti a vivere l’esperienza di una sottomissione di cui continuano a pagare le conseguenze”, proprio attraverso quel “divieto di pensare in proprio che si trasformerà ben presto in conformismo coatto e cortigianeria”.
Perché se ieri (?) era la Chiesa, l’unica titolata a pronunciare sentenze di merito, e non soltanto nel campo etico e in quello dei comportamenti quotidiani, ma persino in quello scientifico, oggi, quello strapotere – che pure resta ben saldo tanto da influenzare l’agenda politica – sembra si sia liquefatto, disperso in mille rivoli, spezzettato tra mille pseudo-autorità – auto-elettesi tali – che dispensano opinioni, prendono posizione, orientano la pubblica opinione come se fossero trendsetter alle prese con le nuove tendenze. Tutt’intorno il vuoto.
Mode. Ne leggo i segni nella quotidiana frequentazione di blog, social network, siti di micro-blogging: nell’entusiasmo irrazionale con cui è accolto il “verbo” dell’opinion maker del momento, nelle centinaia di “condivisioni” (“share it!”) degli ennesimi audio delle ex “Olgettine”, nel qualunquismo sdoganato e promosso a pensiero intelligente (“certo, se Giorgio Gaber si è sposato una come la Colli con quella carriera politica lì, qualcosa di strano doveva avercelo!”), della stupidità a buon mercato che cerca sempre bersagli umani e mai, per definizione, di mettersi in discussione attraverso l’esperienza degli altri-diversi-da-sé.
Ci vorrebbe un altro Giordano Bruno: che interrompesse questo flusso continuo di parole e pensieri etero-diretti. Lui, che morì sul rogo convinto che “la libertà di giudizio è tutto e senza libertà di giudizio la vita non è più un bene, non vale nulla”.
Pensateci. Pensiamoci.
(micromega.it)

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