Il “femminicidio” e tutto quello che c’è prima

È da giorni che ci penso. Da quando, questo femminicidio in corso – come lo chiama Adriano Sofri oggi su la Repubblica – ci “consegna”, ogni due giorni, il corpo ucciso di una donna per mano di un uomo, quasi sempre del suo uomo o dell’ex.
Penso a quando ho conosciuto Angela – il nome vero è un altro e non tocca a me dirlo – brillante, bella, sfuggente, ombrosa, lunatica, a un aperitivo con altre amiche. Mentre, nel locale affollatissimo, si ride e si brinda, sperimentando la tipica leggerezza alcolica, Angela fissa come ipnotizzata il telefono che trilla insistente: sms, telefonate, squilli a valanghe. Per un’ora, senza sosta. All’inizio, ignora e sdrammatizza ma poi si adombra, va in bagno e ritorna al tavolo stravolta.

La sua storia è quella di una donna perseguitata dal proprio uomo. I due hanno una relazione, apparentemente normale, all’inizio appassionata, poi sempre più malata: di dipendenza da una parte e di violenza psicologica dall’altra. Non dimenticherò mai il suo sguardo mentre ci raccontava del suo “amore”: uno sguardo disperato, in cui la consapevolezza di essere vittima di un uomo disturbato, ossessivo nel vivere i sentimenti e le relazioni, faceva il paio con una fragilità emotiva fortissima. E sempre ricorderò le sue parole di quella sera: “So di vivere una relazione malata, so che quando dico – lo dico a voi come a me stessa e a lui – di amare il mio uomo, dico una cosa assurda perché nessuno di noi due è libero (lui pensa di possedermi e io ho bisogno di essere posseduta) ed entrambi viviamo un’infelicità assoluta, estrema e senza rimedio”.
Pensai subito e glielo dissi quasi sottovoce, che la sua non era un’infelicità senza rimedio perché senza rimedio è solo la morte.
So che poi Angela e il suo compagno si sono fatti aiutare, che le cose vanno meglio anche se il loro percorso – come quello di ciascuno, in fondo – è nient’affatto lineare. Quante “Angela” non ce la fanno però? Quante restano vittime? Quante perseguitate? E quante sono le relazioni a limite: in cui due persone instaurano un rapporto sempre in bilico, di schiavitù, e non lo sanno neppure chiamare per nome?
Penso a Maria, Sofia, Celeste, Roberta, Giovanna che invece non ce l’hanno fatta: perché quello a cui assistiamo tutti, ogni giorno, è solo l’emersione di tante biografie che finiscono in tragedia. Non conosciamo nulla delle loro storie, di quello che hanno vissuto prima, delle piccole e grandi sottomissioni cui si sono dovute sottoporre, dei compromessi, dei taciti silenzi complici, che, spesso, per debolezza, paura e cultura, vengono scelti: per non affrontare, fingere che vada tutto bene, “che tutto poi si aggiusta”.
Certo, le varianti sul tema sono migliaia: eppure il filo di queste storie spezzate è sempre lo stesso. I dati ci sono e sono chiari: l’80 per cento delle vittime sono di sesso femminile, di età compresa tra i 18 e i 45 anni e nel 50 per cento dei casi il “carnefice” è un ex partner della vittima, da cui fugge, magari senza riuscirci.
C’è un numero, però, allarmante, e che tuttavia offre una speranza, accende una luce: chi subisce atti persecutori, gli inglesi li chiamano stalking, comportamenti morbosi, ripetuti, di invasione e minaccia, all’interno di un contesto relazionale, non denuncia il proprio molestatore in una percentuale compresa tra il 45 e il 70 per cento.
Lo stalker potenzialmente può diventare aggressore e assassino.
Questo significa che esiste una certezza: le strategie di difesa che si rivelano più efficaci sembrano essere proprio quelle legate alla ricerca di supporto e condivisione da parte di altre figure significative, che includono appunto il rivolgersi alle forze dell’ordine e alla rete di sostegno sociale.
Per noi donne, questo è fondamentale: nel momento in cui smettiamo di essere sole, in cui decidiamo di voler essere libere e riusciamo a tessere alleanze per uscire allo scoperto e chiedere aiuto, e salvarci, in quel preciso momento, abbiamo una possibilità in più di rinascere. Ancora. Ci vuole coraggio per avere coraggio.
micromega.it

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