Bolle e il "degrado" dei senzatetto


La prima volta che venni a Roma, quindici anni fa, fu per tre giorni, accompagnata da un amico che nella capitale aveva vissuto gli anni dell’università. Al nostro arrivo – era sera, molto tardi – passammo velocemente per via Marsala, la strada che affianca la stazione Termini, la stessa strada che, anni dopo, avrei percorso centinaia di volte, avendo scelto come “base” il quartiere di San Lorenzo. E nonostante il decennio romano, appena festeggiato, i ricordi di quella sera sono rimasti come scolpiti nella mia memoria, tanto fu intenso lo stupore che mi colse: c’erano, lungo il marciapiede che scorre accanto alla stazione, riparati sotto le pensiline, decine di corpi, messi uno dopo l’altro, come in una corsia di ospedale ma semplicemente infilati in dei sacchi a pelo, oppure avvolti in coperte e giornali, riposti su un letto di cartone. Accanto a loro, spesso, riuscivo a distinguere alcuni contenitori di Tavernello oppure buste di latte.
Ricordo con precisione ogni fotogramma, ogni più piccolo particolare di quel momento. Chiesi al mio amico che guidava di fermarsi un attimo: avevo bisogno di vedere meglio, di fermarmi davanti a tutta quella vita, così drasticamente ridotta in miseria. Lo feci per alcuni minuti, in silenzio. All’epoca i “senzatetto” erano per me un oggetto piuttosto misterioso: ne conoscevo l’esistenza ma nel piccolo paese del Salento dove ero cresciuta, naturalmente, non vi è alcuna traccia visibile di povertà ed emarginazione tanto estreme e violente.


“I senzatetto che s’accampano e dormono sotto i portici del Teatro San Carlo, gioiello di Napoli, sono un emblema del degrado di questa città” è stato il tweet lanciato, ieri, dal ballerino Roberto Bolle che ha scaldato gli animi dei napoletani e scandalizzato i (finti?) progressisti.
Naturalmente, non sono nella testa di Bolle e non ho la minima idea se, il degrado denunciato dall’étoile fosse il fatto che quei disperati riposassero proprio sotto i portici del San Carlo – e che dunque un monumento di pregio, per il suo valore artistico e storico, non possa essere, in quanto tale, ricovero di fortuna di clochard e senza fissa dimora – oppure, se già la presenza per strada di esseri umani in difficoltà e senza una casa dove dormire, costituisca di per sé una realtà degradante per qualsiasi città, qualunque sia il posto dove i poveretti trovino rifugio.
Voglio sospendere il giudizio.
Anche se il botta e risposta col sindaco de Magistris, la cancellazione del tweet incriminato, i messaggi riparatori successivi, hanno complicato la faccenda: se si sceglie di esprimere un pensiero in 140 caratteri – tanti ne dà a disposizione la piattaforma di microblogging – da un lato, per chi scrive, comporta il fatto di correre dei rischi, tra cui quello di essere frainteso, e dall’altro, per chi legge, di lasciare un piccolo spazio al dubbio e di non indulgere al “totalitarismo del pensiero unico”.

Per deformazione professionale, tuttavia, mi sono chiesta perché Bolle abbia scelto proprio il termine “degrado” e non altri. Me lo sono chiesto, non solo perché “le parole sono importanti” ma anche perché, spesso, le scegliamo involontariamente ma non per questo rivelano meno cose di noi e delle nostre (migliori o peggiori) intenzioni.
“Degrado”, ad esempio, deriva dal latino gradus (scalino, ma anche rango, dignità) con la particella de che “indica un movimento dall’alto verso il basso”. Il primo significato è quello di “discesa, calo, ma nell’accezione più comune segnala una situazione problematica, di perdita di dignità”. Il dizionario specifica, inoltre, che “degrado si usa principalmente in relazione a un ambiente”.
È così: non solo Bolle, ma anche tanti amici politicamente corretti con cui parlo ogni giorno, commentano situazioni di disagio sociale evidente, di miseria, esclusione, di perdita totale di visibilità agli occhi del mondo, mettendole esclusivamente in relazione all’ambiente in cui si trovano: come se, a richiedere tutela, a trovare protezione, non debba essere la dignità umana ma l’ambiente in cui viviamo, le nostre città, i luoghi che abitiamo. Attenzione: non sostengo che i luoghi non siano da custodire e preservare, ma dico che restano un palcoscenico, su cui tutti ci muoviamo, anche piuttosto rozzamente. Un teatro che vorremmo mantenere il più possibile integro, lindo, senza aporie. Che vorremmo non ci desse, come fa ogni santo giorno, pugni nello stomaco o calci in faccia.
E, invece, cari miei, ce li dobbiamo prendere entrambi. E portare a casa. Perché, ogni sera, quando andiamo a dormire, non dimentichiamo che lì fuori, c’è gente che dorme per strada.
Come succede a me. Lo shock che ho vissuto la prima volta che misi piede a Roma, deve essere stato talmente forte che, ogni volta che sono a casa mia, in Puglia, e mi dicono “Beata te che vivi nella città più bella del mondo!”, per uno strano gioco di collegamenti che il mio cervello misteriosamente mette in moto, non penso mai alla “mia” Roma – alla vita di oggi, agli amori vissuti, agli amici, alla mia casa romana – ma a quella sera lì, di quindici anni fa.
(http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/category/ilaria-donatio/)

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