Sopravvissuta

Mi siedo al mio posto: 32C, rigorosamente corridoio perché quando volo e c'è brutto tempo, dispero di poter arrivare a destinazione, e mettermi dalla parte del finestrino mi pare autolesionistico.
Sono proprio arrabbiata: sveglia all'alba, tante ore di lavoro e di tensione. Cosenza, poi, è stata particolarmente inospitale oggi. O, forse, ero io a non voler essere accolta.

Insomma, mi siedo al mio posto, incazzata più del solito. Una statua di sale sarebbe stata più espressiva. Immobile, sguardo fisso, non ringhio solo perché non ne ho le energie. Decido di chiudere gli occhi per estromettere la realtà.
A un certo punto, arriva il passeggero di fianco: mi chiede permesso ed io sono costretta ad alzarmi per farlo passare. Non mordo ma potrei.
Lo guardo di nascosto e il nervosismo aumenta: un ragazzotto sorridente neanche avesse vinto alla lotteria, dalla faccia buona e gli occhialetti simpatici.
Praticamente lo odio.
Ci involiamo e l'aereo inizia a ballare in cielo: mi impietrisco mentre il comandante invita tutti a restare seduti e avvisa che il servizio di mini-bar non sarebbe stato erogato per via delle turbolenze. Sudo freddo: panico.

Uno smottamento, ecco quello che avviene dentro di me: la  rabbia si scioglie e diventa prima paura, poi angoscia, poi terrore. Mi viene da piangere e ora il tizio che odiavo, me lo abbraccerei forte, chiedendogli di perdonarmi. Capisco che mi tiene d'occhio: si è accorto che sono vicina a una crisi di nervi. Ecco, mi chiama, proprio mentre sento la prima lacrima rotolare giù per la guancia: mi vergogno ma non ci posso fare niente. La tensione si è liquefatta e mi inonda senza pudore.
Sento chiedermi: "Ha paura?". E io: "Sì", con una voce tremante che denuncia una compiuta regressione. Mi tende la mano: "Forza! Andrà tutto bene". Io lo guardo chiedendogli scusa in silenzio. E piango.

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