Il gioco delle somiglianze

Un vecchietto mi ha fermata per strada stamane. Passeggiavo con il mio cane per le stradine strette vicino casa, attendendo nervosamente che facesse i suoi bisogni alla svelta.
Sulle prime, ero certa volesse rimproverarmi qualcosa: Totò faceva una pipì lunghissima sul lampione riverniciato da poco e l'idea di contribuire a sporcare qualcosa che è di tutti, mi solleva sempre sensi di colpa esagerati. Inutili.
E invece questo signore rugoso mi fa: "Ma lei, signorina, è figlia della buonanima di Enzo?". Io, presa di sprovvista e già pronta alla controffensiva, rispondo - al contrario - indebolita: "Sono io! Lo conosceva?". E lui, un po' commosso: "Sì, era sempre gentile e sorridente: faceva molto bene a tutti". Al che io l'avrei abbracciato a prescindere: per ringraziarlo di avermi offerto un ricordo di mio padre.
Mi sono trattenuta per non metterlo a disagio ma ne ho approfittato: "Come ha fatto a capire che sono sua figlia? Manco da tanti anni da qui e non ci conosciamo...".

Lui, allora, mi sorride per la prima volta. Resta qualche secondo in silenzio e poi riesce a dire: "I nostri figli hanno sempre qualcosa che ci ricorda: la mia femmina ha gli stessi miei occhi mentre il maschio ride come me ma poi è tutto sua madre...". Gli dico, con delicatezza, che mi interessava sapere di me e lui finalmente mi accontenta: "Io la ricordo molto piccola, poi non l'ho più vista. Così, oggi, mentre pedalavo ho rallentato e l'ho sentita parlare col suo cane: ha la stessa energia e lo stesso sorriso di Enzo, è incredibile".
Mi sono emozionata. Quando vivevo ancora qui, a Sud, era bello incontrare qualcuno che anni prima mi aveva vista, piccola, in braccio a lui; che mi raccontava dei comizi che faceva in piazza durante le campagne elettorali; che mi osservava per rintracciare lui in me. Ricordo ancora quanto questi incontri casuali mi rendessero felice e riuscissero a restituirmi tutti gli anni cancellati dalla mia memoria dopo che lui è scomparso.

Da quando sono a Roma, io sono solo io. E ogni volta che cammino per strada, con le cuffie alle orecchie, ascoltando musica immersa nei miei pensieri, mi chiedo come sarebbe se, invece di andare tutta sola per le strade del mondo, fossi rimasta dove sono le mie origini: dove un pezzo della mia vita che sembra perduto per sempre, sarebbe ancora recuperabile. Attraverso le parole, gli sguardi, i gesti di persone sconosciute.
Estranei mandati da chissà chi, che escono fuori da un passato remoto e me lo presentano. Forse, così, la smetterei di scambiare un dolore per un altro.

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