"Di cosa ha paura?"

Ho il terrore di ammalarmi. Sono angosciata dall'idea di avere una qualche malattia che non riesco neppure a nominare. E questa sensazione mi blocca, mi toglie il respiro: in alcuni momenti mi sembra che sia solo una questione di tempo. Poi, per andare avanti, rimuovo.

L'altro giorno ho detto al dottore: "Devo dirle una cosa ma mi vergogno". E lui: "Coraggio...". Dopo alcuni minuti di silenzio imbarazzato, ci sono riuscita: "Ho paura di avere qualche male e per non scoprirlo non mi decido ad andare a farmi visitare: ammesso che io non abbia nulla, la mia è ipocondria, ed è pure grave vero?". E lui, con indulgenza: "Di cosa ha paura precisamente? Del dolore, della morte...?". Non ho avuto incertezze nella risposta: "Di stare male, di vivere male il mio tempo, di non averne abbastanza per vivere certe cose, di non poterle più fare. Come posso vincermi?".


Purtoppo lui non mi ha dato una risposta precisa. Ha suggerito però alcune strade: ad esempio quello di dare un nome a questa angoscia, di parlarne ad alta voce e non solo con me stessa. Di provare a guardarla negli occhi, insomma, a sfidarla: perché, a  quanto pare, nel silenzio i contorni delle cose si allargano, i piccoli fantasmi diventano mostri e le paure si trasformano in fobie.
Oggi ci ho pensato, quando mi sono imbattuta nella notizia della coppia di anziani, morti a Bologna: lei ammalata di Alzheimer da anni, lui che la curava e le dedicava tutte le sue giornate. A un certo punto, la donna si è aggravata e il marito ha deciso per entrambi: ha spinto prima lei dal balcone e poi si è gettato subito dopo: "Così potrò curare la mia bambina", diceva il biglietto lasciato in casa.

Mentre mi sentivo invasa anch'io dalla disperazione muta che deve aver accompagnato quell'uomo, ho capito che si ha davvero paura di quello che non si conosce. Ho sempre associato la morte a qualcosa che arriva subito e ti porta via, a un'irruzione violenta, a uno strappo talmente veloce che lì per lì non ti fa neanche male. Il dolore arriva dopo, con calma, e magari non ti passa mai. Io così l'ho conosciuta la morte e grazie a dio non l'ho mai sperimentata come graduale spegnimento, lento consumo del corpo, dolore fisico.

Per questo, se penso alla malattia, mi viene il panico. Per questo, riesco a raccogliere tutte le mie forze per accettare una perdita, per incassare il colpo quando qualcuno va via dalla mia vita, ma non chiedetemi di assistere a qualcosa, mentre muore. Non ne ho la forza.


Commenti

Post popolari in questo blog

In cerca di preti, nelle chat popolate di solitudini

"Il desiderio di essere come tutti"

"Todo cambia" nel film di Moretti