sabato 5 novembre 2011

Lo dovrò dire al mio analista

Chi ha visto, giovedì sera, il nuovo programma di Michele Santoro “Servizio Pubblico”, avrà anche seguito l’intervista a Chiara Danese, una delle ragazze portate dal direttore del Tg4, Emilio Fede, ai festini di Arcore. Chiara dice di essersi sentita male nell’assistere a spogliarelli e palpeggiamenti, ai corpi seminudi di finte infermiere, tutte lì riunite a celebrare l’impotenza del presidente del Consiglio e a guadagnarsi un posto nella sua tv spazzatura. Chiara non se l’aspettava, ha voluto credere alla versione di una cena elegante a Villa San Martino e, dopo una primo momento di imbarazzo – al prezzo di alcune toccatine sul sedere a cui non ha saputo reagire – ha voluto andar via, accompagnata da un Fede tranquillizzante e falso come un rolex napoletano.

Naturalmente è legittimo chiedersi se Chiara, ottenuto l’agognato ruolo di meteorina, avrebbe parlato lo stesso, e se lo stia facendo anche perché nulla di quanto le era stato promesso, si è poi realizzato. Poco importa, potreste osservare voi, con una qualche ragione: ora che il re è nudo, ha i giorni contati, e siamo alle prese con una bomba ad orologeria – la crisi economica e il rischio default – il “bunga bunga”, che continua a far ridere il mondo, è alle nostre spalle.
Ogni tanto spunteranno nuovi particolari, oppure vecchi racconti rispolverati in chiavi diverse; le ragazze rilasceranno interviste in cui saranno svelati altri squallori, e questa storia dello “statista” ormai decaduto, auto-proclamatosi tale, col cerone e i capelli trapiantati, somiglierà sempre di più alle soap americane tipo Beautiful, oggi alla milionesima puntata.
Andrà certamente così: gli uomini, anche quelli pubblici, con le loro miserie – a volte vere disfunzioni – scompaiono allo stesso modo in cui sono comparsi sulla scena per la prima volta. Con la stessa tragicità, che spesso sfuma in commedia dell’arte. Morendo nell’irrilevanza.
Cosa resta, invece, confinato nell’imprevisto? Cosa non riusciamo, oggi, a prevedere?
Il modo in cui proveremo a ricostruire sulle macerie: non di una classe dirigente da rottamare (meglio: da riformare radicalmente), non di regole da riscrivere (e che presto o tardi) saranno sostituite, ma di un intero Paese, di tutti noi – uomini e donne – il cui “privato” è stato invaso, inquinato, frastornato da un assordante “silenzio” pubblico. E le cui biografie sono state sconquassate: restano, oggi, smarrimento e confusione.
Leggo in queste ore, “L’uomo duplicato” di José Saramago. A un certo punto, lo scrittore portoghese scrive: “Trovarsi d’accordo non sempre significa condividere una ragione, la cosa più abituale è che un gruppo di persone si riuniscano all’ombra di un’opinione come se fosse un parapioggia”.
Io mi sento così: non riesco più a capire con chi sono d’accordo e perché. Lo dovrò dire al mio analista.
(micromega.it)

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