Facili generalizzazioni


Sulla stampa internazionale è tutto un tripudio di commenti all’indomani delle dimissioni di Silvio Berlusconi: su alcuni – per la verità – sarebbe stata auspicabile una sana autocensura. Ad esempio: la Repubblica di oggi, a pagina 16, ci propone un estratto degli sguardi che ci giungono dal mondo in queste ore. E forse perché estremamente condensato, il pensiero di alcuni intellettuali e commentatori esteri sulla capitolazione dell’ex presidente del Consiglio, appare un po’ banale, oltre che arrogante. Tra Bill Emmott, ex direttore dell’Economist e Nicolas Demorand, direttore di Liberation, spunta – in taglio basso, centrale – l’intervento di tale Jane Kramer, corrispondente per l’Europa della prestigiosa rivista Usa, New Yorker.
Qui, la giornalista sostiene di avere una discreta conoscenza dell’Italia e degli italiani, per via di una casa che ha acquistato nel nostro Paese, dove trascorre le sue vacanze: una “metafora”, spiega la Kramer, “degli anni di Berlusconi”.
La ragione? Non è poi così complessa: si tratta di una dannata “pompa dell’irrigazione”, rotta, sistemata e poi spacciata per nuova da una ditta imbrogliona. La brutta esperienza con il mondo delle tecnologie agricole ha portato la commentatrice del magazine americano più radical-chic della Grande Mela, a tirare alcune (sommarie) conclusioni.
La prima: gli italiani (avremmo voluto leggere “alcuni” ma la generalizzazione è assoluta) sono diventati imbroglioni come chi li ha rappresentati negli ultimi decenni; la seconda: ci pervade l’idea di impunità allo stesso modo in cui Silvio Berlusconi, per anni, ha governato credendo di “farla franca” rispetto ai suoi conti in sospeso con la legge. La terza: l’ex premier ha dato al popolo italiano la licenza di mentire e imbrogliare senza tener conto delle conseguenze.
Vorremmo avere la possibilità di approfondire il pensiero della Kramer, per essere certi che lei non creda che tutti gli italiani siano una massa di impuniti imbroglioni e mentitori. È matematico che una parte di loro – di noi – certamente lo sia, ma pensiamo (siamo sicuri) che questa parte non superi – in proporzione – la quota di imbroglioni che esiste negli altri popoli del mondo.
Vorremmo, inoltre, che la corrispondente di un antico giornale come il New Yorker, provi ad elaborare un pensiero più complesso e che, agli amici americani che le chiedono il perché, noi italiani, abbiamo scelto per tanto tempo Berlusconi, non continui a raccontare la storia della pompa di irrigazione: non perché non sia un fastidioso saggio di cialtroneria e di “paraculaggine”, ma proprio perché è solo questo e non un trattato di antropologia culturale.
Vorremmo poterla anche rassicurare su quanto non sottovalutiamo affatto le conseguenze della (cattiva) politica, dei modelli (sub)culturali che quella ha legittimato, e del vuoto di pensiero che si è consolidato. Ma da qui a sdoganare l’idea che gli italiani, dai deputati agli operai, abbiano “annidato un Berlusconi dentro di loro”, questo ci pare grossolano e sconfortante.
L’anno scorso sono stata per un breve periodo a New York: ogni mattina, attraversando Central Park, incrociavo splendide donne che facevano jogging, spingendo il passeggino: a bordo, non c’erano bimbi sorridenti e addormentati ma cani, inebetiti e in miniatura. Nonostante questo, non ho mai pensato che le femmine americane siano tutte delle rincoglionite.

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