Via dall'Italia senza diritti

In questi mesi di presentazioni e dibattiti su Opus gay, mi sono spesso chiesta come fossi percepita da quel pubblico così coinvolto, attento e da cui, alcune volte, mi sentivo osservata in modo (giustamente) guardingo: mi sembrava che tutti quegli occhi mi rivolgessero un'unica domanda, "che vuoi da noi visto che non puoi capire sul serio, se non dall'esterno, quello che viviamo?".
Quel pubblico era per lo più composto da gay e lesbiche. Che, spesso, mi chiedevano la ragione "vera" delle mie inchieste, del mio indagare; mi sembrava diffidente. La mia "verità" non poteva essere spinta più di tanto e, dunque, speravo sempre che potesse essere colta senza tante parole.
Non volevo cavalcare nessuna "battaglia", non ne sarei stata capace; non volevo "sfruttare" nessuna "causa": perché la questione dei diritti, e - in particolare - quella dell'appartenenza a una comunità di credenti, da persone omosessuali, mi stava a cuore come se mi investisse direttamente. Lo facevo, per quanto sembri patetico dirlo, "per amore": se vuoi bene a qualcuno, lo ami e ti sta a cuore, non ne puoi non condividere la "sorte".

Oggi, giorno in cui è stata affossata - per la seconda volta - la legge contro l'omofobia, mi è venuta alla mente una domanda che - sempre - tutti mi hanno rivolto: cosa manca in Italia? E io a rispondere, non senza frustrazione, con una frase che - alla lunga - mi ha provocato una nausea fortissima, fisica. Citavo un celebre detto attribuito a Gesù: "Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio". Per sottolineare un'evidenza, tutto sommato, tipicamente italiana: inutile prendersela con la Chiesa, e col Papa, e con i vescovi, e con il Vaticano e suoi "diktat". Il vero tema è la laicità (che manca), e l'inettitudine della politica, quella di casa nostra.
Oggi sono triste: perché mi pare sia tutto inutile. Il lavoro di quelli che combattono la battaglia dei diritti civili in Italia; l'opera di diffusione culturale e di "contagio" delle coscienze in cui tante sensibilità diverse sono impegnate; l'attivismo di tanti gruppi di gay e lesbiche credenti (e non). Stasera è il momento del silenzio, della tristezza, delle domande senza risposta, di sguardi bassi, e sì, anche di rabbia: Walt Whitman diceva, "Io non accetterò nulla che tutti non possano avere allo stesso modo". Io ci credo davvero. Per il nostro Parlamento, il parlamento italiano, non siamo tutti uguali. E ci sono persone che pagano le tasse e votano, ma che possono essere ammazzate di botte, e derise, e umiliate, perché gay e lesbiche. Per loro, quest'aberrazione è giusta. Per questo, oggi, noi vorremmo solo non essere italiani.

Commenti

Post popolari in questo blog

In cerca di preti, nelle chat popolate di solitudini

"Il desiderio di essere come tutti"

"Todo cambia" nel film di Moretti