A occhi alti

Tanto tempo fa, mi capitava di camminare per strada, facendo lunghi chilometri a piedi. Allora, ero ancora in Puglia e lì non è come in città: nei paesi, esiste l'idea che solo quelli un po' matti girovagano senza sosta né meta. Me lo disse, un giorno, in dialetto anche mia madre: "Ma camini comu li pacci?". Oggi so di aver deciso, in quel preciso momento, che da quel posto che amavo molto, sarei dovuta andar via.

Arrivai a Roma infatti. I primi tempi, mi spostavo solo a piedi: a fine giornata ero sfinita e mi dicevo: "Ilà, ricordati di questo momento: ancora sei piena di stupore rispetto a quello che ti circonda. Poi ti abituerai". Il passaggio dallo stupore al dolore fu terribile. Vivevo a San Lorenzo, e non mi stancavo mai di osservare tutto: avevo incamerato molta sofferenza e bastava un piccolo particolare fuori posto, una cosa che stonava con il mio entusiasmo, con la mia curiosità, con la mia emozione che andava tutto a gambe per aria. Mi sentivo come una che andava in giro senza il cappotto di inverno: scoperta, sovraesposta.
Una sera incrociai un ragazzo che era completamente fuori di sé: lo vidi da lontano, che barcollava, urlando e piangendo. Era fatto: mi cascò quasi addosso. Io mi fermai: lo fissavo immobile, a terra, lo sguardo perso, le ossa di fuori, la pelle ferita. Iniziai a piangere e non riuscii più a fermarmi. Mi aiutò una signora: chiamò per lui il 118 e mi prese per un braccio, facendomi appoggiare al muro. Dopo quel giorno e per diversi mesi, camminai con lo sguardo basso. Mi rivolsi a uno "strizza": "Non riesco più a guardare il mondo, ho paura". Lui mi rispose: "Fai un esercizio: ogni volta che cammini per strada, mettiti alla prova e solleva lo sguardo per alcuni minuti: ogni giorno, ripeti l'esperimento e aumenta il tempo in cui tieni alti gli occhi. Vedrai, che alla fine riprenderai coraggio". E' dovuto passare del tempo. Ora, quando ho la tentazione di schiacciare lo sguardo per terra, combatto. Per essere libera.

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