La libertà non è star sopra un albero (a proposito di Santoro)

Finalmente Michele Santoro è fuori dal servizio pubblico e il giovedì, potrò stordirmi – senza fastidiosi sensi di colpa – con la mia serie tv preferita, “The disperate housewives” che, con perfetta sincronia, la terza rete mandava in onda da alcuni mesi a questa parte. Mi mancava il Santoro che se ne “fotte”, e che – sempre fottendosene – non resta dove non è voluto, non continua a cercare le parole più adatte per mandarla a dire e non indulge a spiegazioni verbose alla ricerca di un compromesso impossibile. Impossibile perché l’esercizio del sacrosanto diritto di critica – sacrosanto per ciascun uomo libero, indipendentemente da quale parte politica voti – diventa premessa indispensabile allo svolgimento della professione giornalistica: perché in assenza di questa condizione, tecnicamente, non sei giornalista ma – nell’ordine – portavoce, portaborse, addetto stampa, portantino, assistente alla regia. Altro, insomma.
E d’altra parte, uno come lui, non corre certo il rischio – patetico quant’altri mai – di passare per un martire dell’informazione: perché i martiri, si sa, fanno una brutta fine. I martiri sono un’altra roba, e soprattutto, hanno un altro destino. Ecco, secondo me negli ultimi mesi, Michele pretendeva di essere libero “sopra un albero”, al contrario di quanto avevano cantato prima Giorgio Gaber e poi lui stesso, in dura polemica con il direttore di rete, Mauro Masi, e con il presidente del Consiglio Berlusconi, nella memorabile puntata di Annozero, nell’ottobre scorso. Poi vennero: il “vaffanbichiere”, la sospensione di dieci giorni, la sospensione della sospensione. Insomma, tutte cose di cui avremmo fatto volentieri a meno. Ma che non sarebbero accadute se Santoro fosse sceso subito dall’albero. Libero.
Ora, accade, che l’intellettuale di riferimento del centrodestra, Marcello Veneziani, corsivista de “il Giornale”, a proposito dell’uscita dalla Rai di Santoro, ragioni su un’idea di servizio pubblico che vale la pena di riproporre:
“Visto che è impossibile e forse noiosa una tv tutta neutrale, innocua e cerchiobottista, allora cerchiamo di diversificare l’offerta. Magari una rete, l’ammiraglia, tenda all’obbiettività, e le altre due offrano punti di vista opposti, opinioni forti e schierate. Sì a Santoro se c’è un AntiSantoro, e il cittadino-utente decide sovrano con lo zapping”.
Dunque, secondo questa tesi, Santoro avrebbe potuto far bene il proprio lavoro anche alla Rai, se ci fosse stato un suo pari, purché di segno opposto: in virtù della bislacca (ma culturalmente interessante) idea secondo cui un segno più e un segno meno si azzerano. Cosa resta ai telespettatori? Il nulla. Ed è proprio quello che si intende realizzare.
C’è di più. Per quale ragione, si chiede l’editorialista, “Berlusconi non ha mai sfornato dalla sua premiata ditta o nella stessa Rai un AntiSantoro?”.
Già, perché? La verità, per Veneziani, è che il presidente del Consiglio avrebbe potuto farlo, ma che abbia preferito una tv che “intrattenga e magari porti il consenso tramite l’evasione, salvo poi porgere ossequiosa e silente il microfono alla politica”.
La spiegazione proposta, dunque, è che “Berlusconi resti “impolitico e anti-ideologico, forse perché è egocentrico e monarchico, forse perché preferisce le barzellette e le canzoni. Ma questa è l’asimmetria tra chi è di sinistra e chi non lo è”.
Questo significa parlar chiaro! Si tratta della più classica giustificazione (pseudo)culturale al berlusconismo televisivo: tramortisco il cittadino, realizzando la sua regressione a telespettatore. Ma noi la possiamo anche chiamare “metamorfosi al contrario”: quella in cui la farfalla si trasforma in bruco. E non può più volare. Santoro qui non c’entra nulla: si tratta di libertà. Per Veneziani (o chi per lui), invece, solo del “volo di un moscone”.

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