martedì 14 giugno 2011

"Alzati che si sta alzando la canzone popolare"

  Diceva Georges Bataille, “La messa a morte del re è la più grande affermazione della sovranità”. E dal momento che in politica si può morire in molti modi (pur rimanendo vivi) e che la sovranità è una categoria che andrebbe “smontata” semanticamente, più che di regicidio – oggi – possiamo parlare di sostituzione: di un soggetto in crisi di sovranità – la classe politica – con un altro che fino a ieri appariva semi-dormiente, apatico, “senza testa”: i cittadini. Milioni di cittadini, più precisamente: che, sì, sarebbero potuti andare al mare come invitava a fare il governo; per i quali, è vero, sarebbe stato più naturale e semplice fare spallucce al solito (rassicurante) pensiero qualunquista, “tanto va tutto a puttane come sempre”; ma che, invece, hanno scelto l’esercizio della sovranità senza intermediari, hanno detto finalmente sì a un diritto che da sedici anni era stato di fatto svuotato e hanno deciso attraverso il ricorso a uno strumento di “democrazia diretta” come i referendum.

Ora c’è chi, come Vittorio Feltri, dalle colonne del Giornale parla di “cittadini suggestionati” e di “pubblicità ingannevole” e chi, come Maurizio Belpietro ne fa una questione di emotività. Oppure, c’è Massimo Gramellini che sulla Stampa parla di “successo senza padri”, della vittoria di “una rabbia e una speranza indefinite”, del “Noi che torna dopo tanto tempo a prevalere sull’Io”, di “migliaia di cittadini riuniti nelle nuove famiglie elettroniche dei social network, dove si va a votare perché ti ha informato l’amico e non il partito”.
Chi ha vinto dunque? Non Bersani, non la sinistra, non un’ancora insperata (e organizzata) alternativa al governo di centrodestra (quale? L’avete vista voi?); tanto meno un movimentismo indefinito che, pure, nei mesi scorsi, era riuscito a mobilitare il dissenso, portando in piazza - con successo – migliaia di persone. Il punto è proprio questo (vivadio!): nessuno dei nostri politici può, onestamente, attribuirsi la paternità del successo referendario. Eppure è un po’ quello che rischia di accadere in queste ore: è il momento del “siamo tutti referendari”, del “i cittadini vogliono mandare a casa Berlusconi”, del “la gente si è espressa e ha scelto con chiarezza”. Nella realtà, lo strumento dei referendum è sempre stato sottovalutato e ridicolizzato dai nostri politici. Quasi tutti intenti a metterne in risalto i rischi di demagogia e strumentalizzazione. Ancora: nessuno – a sinistra – si è mai speso realmente nella raccolta delle firme su un tema specifico da sottoporre al legislatore (non solo: si possono contare le forze politiche – Radicali e Idv – che si sono, al contrario, attivate in questo senso). E se non altro per questa ragione, sarebbe bello e onesto da parte di tutti i partiti, un sobrio passo indietro nelle analisi sul post-voto. Perché se ha vinto qualcuno, quella è stata la cittadinanza attiva: che ha scelto, ha esercitato un proprio diritto, dato corpo alla propria sovranità, attribuito senso alla partecipazione civica. Popolare. Hanno vinto i cittadini: che dalla politica di questi anni si sono sentiti beffati, ignorati, prevaricati. Dalla politica tutta, dalle sue regole di democrazia (forse) formale ma non sostanziale; da una legge elettorale fatta su misura, e utile a un solo scopo: quello della conservazione del potere e della casta. Il tema è, certamente, che Silvio Berlusconi è stato “ucciso” dal voto referendario. Ma non basta. Il vero risultato dell’esito referendario è la consapevolezza che questa politica non funziona più così com’è. E questo ha portato ventisei milioni di noi a dare un’indicazione precisa: abbiamo scelto che occorre cambiare passo. E direzione. Ivano Fossati che canta “La canzone popolare” ci sta tutto.

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