(Uomini) che odiano le donne

Se c'è un universo che conoscevo poco e male, è sempre stato quello femminile. E se c'è, invece, una porzione di mondo in cui oggi sono immersa, questa è fatta di donne. Di sole donne.
Per anni, ci siamo guardate di traverso, collegate da un sentimento di reciproca diffidenza. Io, comodamente seduta su una rete di rapporti maschili, mi trovavo meglio a giocare a guardie e ladri che non con le bambole. E sono venuta su molto rudemente, a discapito di una certa malizia, tuttora acerba: il ritardo accumulato è difficilmente colmabile, ormai.
E dunque, il destino (inevitabile) è un presente molto in stile 'Desperate housewives': meno glamour ma anche meno "desperate": normale insomma.
Se non fosse che, ogni tanto, inciampo in qualche storia che mi smaschera, mi mette all'angolo e svela tutta la mia inadeguatezza.
Lei è una cara amica di una mia carissima amica. L'ho incontrata, in sette anni, una decina di volte: sempre rimaste l'una sulla soglia dell'altra. A guardarci con distaccata simpatia: "Non si può essere amici di tutti", rispondo sempre quando qualcuno mi rimprovera una certa indulgenza ad attendere l'iniziativa degli altri.
Fino ad alcune sere fa. Dormo male da allora.
Appena raggiungo la mia amica, vedo lei: occhi spenti e una strana ombra sul volto. Mi avvicino a darle un bacio di saluto: non era un gioco di luci. Ma un livido. Lo noto subito e faccio finta di nulla. Lei lo sa.
Iniziamo a mangiare: poche frasi di circostanza. Preparatorie. Interrotte dal suo telefono. Squilla a lungo: lei dapprima lo ignora, poi ci guarda come per scusarsi. La nostra amica le copre la mano con la propria, per darle coraggio. E farla sentire meno sola. Quel contatto, una mano sull'altra in segno di una forza che si raddoppia, deve aver sciolto quel grumo di dolore e rabbia che la tiene in ostaggio; e quella particolare durezza che, tutti, vestiamo per sopravvivere: inizia a piangere, poi a singhiozzare, poi a tremare. Si rifugia in bagno, in un estremo (e vano) tentativo di proteggersi dagli sguardi. Una decina di minuti, riempiti dalla mia amica con poche parole di spiegazione: le solite che raccontano di una relazione violenta, un compagno persecutore che la ricatta emotivamente. E da qualche tempo anche con le botte. E di lei, che oscilla tra il "voglio dargli fiducia, mi ha chiesto scusa in ginocchio, è disperato senza di me", e "lo denuncio, sono terrorizzata, voglio solo morire".
In alto mare.
Io vorrei alzarmi e andare via. Non so cosa mi trattenga: forse, il solito deficit di fattività. Decido di torturarmi. Mi vedo: impotente, stupida e inutile. Piccola e distante. Senza parole intelligenti da spendere. Né gesti di cui sia capace, da regalare. Pianto gli occhi nel piatto.
Lei torna: ha riconquistato la calma. Mi chiede scusa. Lei chiede scusa a me per l'imbarazzo: "ti ho imposto questo livido, questa disperazione, questo pianto plateale", dice. Io, in silenzio, le sorrido triste. Prendo fiato. La mia amica sa, perché mi conosce, che sto per scoppiare, e tace anche lei. Poi le dico forte, ricacciando dentro la vigliaccheria: "A volte non c'è speranza: e noi non dobbiamo cercarla a tutti i costi. Dobbiamo poterci rassegnare, a volte. Fermarci, dire basta. Oppure 'affanculo'". Lei mi sorride e capisco che deve finire lì.
Alla fine siamo riuscite anche a cenare. E dopo il vino, a ridere. Noi tre, tra donne.
So che è partita alcuni giorni dopo e che lui sta facendo i salti mortali per raggiungerla. E riconquistarla.
Io spero che tenga duro. L'amore malato fa morire.

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