Riti

Ognuno ha in tasca i propri riti di ringraziamento: generalmente sono segreti e restano ben nascosti agli occhi del mondo. Che comunque non saprebbe come leggerli: servono a segnare il passo e andare avanti, quando prima tutto tirava indietro, a trovare finalmente un briciolo di forza, quando ancora mancano le energie. A relativizzarsi anche.
Sono parole (poche) e gesti (appena accennati), che rivolgiamo solo a noi stessi: riescono a fermare proprio quel momento lì, a ringraziare qualcuno che era assente da troppo tempo, a promettere solennemente a se stessi che "la prossima volta ci crederò di più e non di meno", a giurarsi che "non mi siederò più sulle cose tanto a lungo", e che "non ripeterò come un mantra, il lamento dell''ho sbagliato tutto' o - in alternativa -  del 'cosa ho fatto per meritarmi tutta questa sfiga?'".
Quando accade qualcosa di buono dopo un lungo silenzio - fatto di attesa ferma e di eterno presente - oltre a sorridere devi dire grazie: è proprio un dovere che fa la differenza e ti apre la porta di domani. Un grazie sommesso, accompagnato dal pensiero che nell'attesa, qualcuno si perde e non ce la fa, qualcun altro smette di cercare e si ferma.
 In alcuni momenti l'ho pensato anch'io: ho creduto di essere sola e non era vero, di meritare silenzi e "no" ma era una cazzata, di avere sbagliato tutto mentre avevo sbagliato solo qualcosa.
Poi accade un piccolo movimento, generato da qualcuno che, ignaro di tanta vita (ché altrimenti si farebbe pagare lui:), ti dà fiducia: e puoi andare avanti. Finalmente.
Però prima devo dire grazie. Non a lui, ma a me. E a chi so io.

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