giovedì 7 aprile 2011

Escort

Anni fa lavoravo in un posto dove avvenivano interessanti giochi di prestigio. Una collega, chiamiamola 'freelance', scompariva per giorni. Anche un'intera settimana: cellulare irraggiungibile, persone che la cercavano in ufficio invano, nessuna spiegazione. Né prima né dopo. Riappariva con grande disinvoltura, come fosse uscita dalla porta per una decina di minuti, giusto il tempo di caffè e sigaretta: quasi sempre abbronzata, perfetta, magrissima e attillata.

Ricordo una sera che facemmo molto tardi in ufficio: era appena riapparsa e indossava un jeans che la strizzava in maniera imbarazzante. Ma quello che mi lasciava senza parole erano gli stivali: altissimi, di vernice rossa. All'epoca non avevo una grande esperienza del mondo, ero più giovane e insicura, ma mi ricordo benissimo che mi attardavo alla mia scrivania, solo per evitare di andare via insieme a lei: ero veramente a disagio ma, incapace di risolvere la questione, finimmo con l'uscire nello stesso istante e, per mia sfortuna, facemmo anche un pezzo di strada insieme. Quello che temevo, accadde: le macchine rallentavano, ci mancò poco che avvenisse un tamponamento sotto i nostri occhi, gli uomini al volante si affacciavano dal finestrino e a volte commentavano senza alcuna autocensura. Io sudavo freddo. Lei era indifferente.
Ricordo benissimo questo particolare perché dovette colpirmi molto. Tanto che ne parlai con i colleghi, il giorno dopo (lei era nuovamente scomparsa) chiedendo informazioni sul suo conto: loro, dapprima mi guardarono come si guarda una un po' tonta e poi mi risposero con una domanda: "ma perché? non l'hai ancora capito cosa fa?". Io, che ero davvero arretrata e ignoravo persino l'esistenza di una categoria di persone che potessero condurre una vita normale e, altrettanto normalmente, 'darla via' a pochi selezionati, dovetti farmelo ripetere più volte: "Fa la escort".
Ero l'unica a non sapere: gli altri conoscevano perfettamente movimenti, nomi, viaggi, tutto il meccanismo della "compravendita": c'era il politico o il giornalista o l'imprenditore che organizzava il weekend ai tropici o a sciare e se la portava appresso, come in valigia. E poi regali, abiti firmati, ogni sera una festa: una vita 'fuori'.
Ricordo il giorno in cui mi dissero che sarebbe andata via, che aveva fatto carriera e voleva brindare. Era arrivata.
Non riesco, però, ancora a dimenticare che mi faceva una grande simpatia: non so spiegare il perché. Mi faceva tenerezza e non schifo. Mi sembrava una persona fragile, e probabilmente lo era. Deve essere terribile avere un  prezzo.

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