mercoledì 16 marzo 2011

Diario della mia vita da commessa

15-03-2011

Dunque. Da due giorni, lavoro sul serio: dopo vent'anni che ho solo fatto finta, questo è un evento da festeggiare. O almeno da segnare sul calendario biografico. Tra le date importanti. Sono diventata commessa (part-time, perché il troppo storpia sempre), in una boutique di intimo e calze (per pochi intimi): il negozio è in piazza di Spagna.

Già la location ha il potere di farti sentire meno sfigata: un potere non solo psicologico, dal momento che ieri, primo giorno della mia vita da commessa, ho dismesso i miei abiti da squatter/giornalista-freelance-alternativa, e truccata e vestita da femmina, ho affrontato la società. E ho imparato: che un paio di calze valgono quanto nessuno ha mai pagato un mio articolo. Che esistono costumini per bimbi di 12 mesi, che possono costare quanto la mia spesa settimanale (fatta in un hard discount, naturalmente). Che tutte le signore che entrano in boutique sono bionde, con gli occhi azzurri, magre ed hanno anche le mutande, firmate. Quasi sempre, all'anulare, indossano un diamante grosso quanto il neo di Bruno Vespa, hanno il cuoricino Tiffany pendulo, e portano con disinvoltura borse sovradimensionate rispetto alla loro magrezza. Una di loro, oggi, ha staccato un assegno di 950 euro - 950 - così, con una levità che io - lo ammetto - ho invidiato profondamente.
Ho poi scoperto che: "a Santa Marinella sono arrivati i romeni", infatti, "i furti sono aumentati e io quando dormo sola in villa, devo letteralmente barricarmi dentro: altrimenti, succede come alla mia amica, che durante la notte ha solo sentito 'psss': narcotizzata!". E senza cambiare tono: "Signorina, mi fa vedere un collant 'fatal, opaco, iglou'?".
Ecco, tutto questo non mi indigna affatto, ci tengo a dirlo. Sinceramente, ho superato con successo la fase della 'critica-alla-società-del-capitalismo-ingiusto-e-violento'. Che il più delle volte si limita a violente 'rosicate'. Tutto questo fa parte, invece, della mia vita da commessa: a gambe all'aria. Vedo tutto capovolto: lo sguardo punta diritto ai piedi degli altri, le loro teste mi sono lontanissime. Come diceva Wittgenstein, "tutto ciò di cui non si può parlare, si deve tacere".

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