“Così il governo uccide lo Stato di diritto”



Perché questa riforma è stata definita punitiva per i cittadini?L’Italia è l’unico paese al mondo ad aver deciso che il problema di questa epoca è la giustizia e non la crisi economica. Il monopolio dell’informazione diventa anche monopolio della formazione delle menti di milioni di persone: la rappresentazione del reale è stravolta. Ad ogni modo, il vero pericolo non si trova in questo megaprogetto futuribile ma nelle pieghe nascoste di altre leggi già approvate ed in vigore.


Per esempio, appena pochi giorni fa tutti hanno riportato le denunce del Procuratore Generale della Corte dei Conti sull’enormità degli sprechi. Ma nessuno ha detto che una legge del 2009 ha depotenziato la Corte, stabilendo che dinanzi ai rilievi della Corte, fatti per “gravi irregolarità gestionali”, il ministro competente può cavarsela semplicemente comunicando al Parlamento ed alla stessa Corte “le ragioni che impediscono di ottemperare ai rilievi formulati dalla Corte”. Può opporre la ragion politica, insomma.
In Gran Bretagna i rilievi della Corte dei Conti sono discussi in apposite sessioni del Parlamento con l’obbligatoria presenza del ministro interessato che deve rispondere, pena le dimissioni.
In Italia, invece, il ministro è stato autorizzato per legge a non rispondere nemmeno.

Un altro esempio?

In uno dei tanti pacchetti sicurezza è stata inserita una norma che ha eliminato di fatto la possibilità tecnica di ricorrere al cosiddetto procedimento per decreto penale, che era un rito speciale che consentiva di definire i procedimenti per reati bagatellari (reati con pene inferiori a 2 anni, ndr) senza fare l’ennesimo processo. Il risultato è stato un ulteriore aggravio processuale. Nessuno lo dice. Qualche giorno fa la Procura di Agrigento ha dovuto iscrivere 6mila tunisini sul registro degli indagati: risultato? Sono 6mila processi in più grazie all’inutile reato di clandestinità. Da dove vengono tutti questi processi se non da una legislazione incomprensibile?

Su "Il Foglio" dell’11 marzo, veniva sottolineata l’utilità di questa riforma nella direzione di una migliore organizzazione dell’attività giudiziaria. Questo, secondo l’autore del pezzo – Carlo Stagnaro che confrontava dati a livello internazionale – deve avvenire tramite “incentivi corretti per gli attori del sistema: per esempio separando le carriere della magistratura inquirente e giudicante allo scopo di rimuovere eventuali conflitti di interesse”. Che ne pensa?I meccanismi di ipnosi collettiva rischiano di drogare il dibattito. È surreale: il rapporto giudici-pm non ha niente a che fare col concetto di “conflitto di interessi” ma con quello della comune cultura giurisdizionale. Fin dal 2000 una raccomandazione del Consiglio d’Europa suggerisce a tutti gli stati europei di consentire un interscambio costante delle varie funzioni in modo che lo stesso pubblico ministero si formi nella cultura delle garanzie e dell’imparzialità del giudice. È nell’interesse di tutti che il magistrato inquirente venga nutrito dello stesso abito mentale di quello giudicante, che sia indipendente nella valutazione delle prove, che sia capace di fare da freno anche ad iniziative investigative orientate alla ricerca di un colpevole, quale che sia, per tacitare “i moti di viscere” della folla. Sono momenti storici che abbiamo già vissuto.

Sempre secondo il pezzo pubblicato su "Il Foglio", che cita il rapporto “European Judicial Systems” della European Commission for the Efficiency of Justice, la giustizia sarebbe tutt’altro che sottofinanziata in Italia: la spesa per abitante è pari a 47 euro per i tribunali e 20 euro per i pubblici ministeri: e rispetto all’Europa sarebbero in linea con la media la prima, nettamente superiore l’altra. Lei come commenta questi dati?I dati del rapporto CEPEJ vanno letti tutti: la spesa è maggiore semplicemente perché l’Italia è il Paese europeo col maggiore carico penale, che è esattamente il doppio di quello francese. La legislazione di questi anni è orientata verso il panpenalismo assoluto. Anziché esser messi in condizione di dedicarci ai grandi fenomeni criminali, siamo obbligati a fare processi penali per qualsiasi cosa, si introducono continuamente nuovi microreati, si tagliano le risorse. Per cinque anni il ministero Castelli ha ritardato i concorsi di assunzione, col risultato che per fronteggiare un carico di lavoro sempre più pesante, oggi, abbiamo 1200 magistrati in meno, con un deficit ormai cronico. Ed ora che la giustizia è in coma, la responsabilità viene scaricata sulle spalle dei giudici, con una propaganda che ci accusa sistematicamente di lavorare poco e male. Di qui, le proposte di riforma della responsabilità civile. La distorsione logica è evidente.

Chi è il giudice?
Il giudice non fa l’ingegnere, decide i contenziosi. Ed è un potere dello Stato, non è un professionista privato.
Che si tratti di un litigio condominiale o di un divorzio piuttosto che del processo Parmalat, la magistratura deve sempre attribuire delle responsabilità. Ogni atto del magistrato incide sugli interessi di qualcuno. Anche quando si archivia si delude chi ha fatto la denuncia.
Rosario Livatino – magistrato siciliano assassinato dalla mafia – era contrario al principio della responsabilità diretta dei magistrati, appunto, perché si rischierebbe un giudizio di danno per ogni provvedimento preso. Ecco perché la legge Vassalli impone un filtro e consente l’azione di danno solo alla fine dei tre gradi. La verità è che il vero risultato di queste riforme sarà quello di moltiplicare le possibilità di sostituire il giudice sgradito con meccanismi automatici lasciati totalmente nelle mani degli indagati: una specie di giustizia rimessa completamente nelle mani di Bertoldo che non si deciderà mai a scegliere l’albero o il giudice naturale. Una riforma di questo tipo bloccherebbe l’intera giurisdizione, sicuramente bloccherebbe quella impegnata contro i portatori di interessi forti.

Morale?
L’architettura dello stato democratico risponde al principio della cupola del Brunelleschi, con delle istituzioni di controllo che con la loro assoluta autonomia fanno da contrappeso alle istituzioni della rappresentanza e della decisione politica. L’equilibrio è stabile ma delicato. Se l’autonomia del potere giudiziario viene meno, l’intera volta rischia di cadere.
L’esempio della Corte dei Conti è emblematico. Sono in crisi tutte le forme di vigilanza liberale del potere. D’altronde c’è chi è arrivato perfino a sostenere che l’unica legittimazione del potere politico è la semplice vittoria elettorale mentre il principio fondamentale dello Stato di diritto è che tutti i poteri dello stato – anche quelli elettivi – sono subordinati appunto al diritto, che è un concetto molto più ampio del semplice voto popolare e della stessa legge. Insomma, ci sono enormi rischi di involuzione autocratica. E una magistratura che denuncia simili rischi non fa una invasione di campo.
Perchè denunciare pericoli così gravi vuol dire solo non abdicare alla nostra coscienza critica di uomini liberi e portare almeno un contributo di ragionevolezza tecnica. Prima che sia troppo tardi.

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