sabato 26 marzo 2011

CommonGoods.net, l'altra economia

Il sistema è piuttosto semplice e la logica è quella tipica dei social network più diffusi, come Facebook: la condivisione di informazioni che crea un “sapere” e, dunque, una comunità di utenti-consumatori che fanno rete. La piattaforma su cui si sviluppa “CommonGoods” è gratis, dunque, accessibile a tutti: un motore di ricerca permette di verificare se, in una determinata area, esista o meno quel prodotto che cerchiamo – e, dunque, il business ad esso collegato – e sulla base dei risultati della ricerca, un’impresa già esistente è in grado di migliorare la conoscenza di un determinato territorio (in cui opera o vorrebbe operare): i suoi bisogni, le opportunità, gli operatori in campo.


Ma anche i consumatori possono avere tutte le informazioni prima di scegliere questo o quel prodotto. Con un risultato: quello di “fare sistema”. Così, è la “comunità” intera a trarne beneficio: intesa come comunità di interessi e, dunque, come porzione di un mondo produttivo capace anche di intessere relazioni eque, senza squilibri di potere, ma anche come cittadini-utenti a cui viene reso un servizio.

“Il nostro progetto”, c’è scritto sul sito di CommonGoods è quello di sviluppare, gradualmente, una comunità economica internazionale che rifiuti la classica logica che sottende il mercato: tutte le informazioni nelle mani di pochi soggetti che le utilizzano a piacimento”. Questo - si legge - influisce enormemente sulle nostre vite e sugli stessi stili di consumo, “perché orienta il mercato non sulla base dei bisogni dei cittadini ma nella direzione in cui decidono pochi manager, poche società”, che “utilizzano il denaro che noi spendiamo anche per influenzare la politica”.


Ed ecco l’obiettivo del network: riprendere il “controllo dell’economia”, costruire un “mondo, sempre più vasto, in cui ciascuno lavori non solo per sé ma anche per le generazioni future”, nel “rispetto dell’ambiente”. Questo sarà possibile, semplicemente, condividendo sempre più informazioni, aumentando la quota di “sapere” in comune: così che gli strumenti a disposizione siano sempre più alla portata di tutti, sia per chi voglia fare impresa, sia per chi deve scegliere cosa consumare, in modo consapevole.

Chi l’ha detto che “beni comuni” sono solo l’acqua che beviamo, l’aria che respiriamo e la terra che calpestiamo? Qualcuno, a quanto pare, alla domanda: “In che genere di mondo vorresti vivere?”, ha trovato una risposta possibile, e ce la propone: “Come individui, noi, abbiamo pochissimo potere nelle nostre mani. Mentre, insieme, possiamo cambiare le cose”. Anche in economia!

Nessun commento:

Posta un commento