Ci sono "Valori" e valori


Se esiste un’affinità “elettiva”, emersa in maniera prepotente nell’ultimo decennio di governo del centrodestra, è quella che collega il berlusconismo alla chiesa cattolica – più precisamente – alle gerarchie vaticane: una sorta di parentela acquisita che il filosofo e psicoanalista Umberto Galimberti individua e chiama con il suo nome.


“Sia la chiesa, sia la cultura berlusconiana”, scrive Galimberti, “fanno riferimento a coscienze che non pensano e aborrono la problematizzazione, più che a uno scambio di favori tra i due o alla negoziazione di ‘valori non negoziabili’, entrambi sono inconsapevolmente affini per il loro riferimento a un ‘popolo’ (di Dio o della Libertà) più desideroso di ubbidire a chi decide per lui che di pensare”.

Insomma, altro che i “cattolici adulti” di prodiana memoria! Alle gerarchie, dispiace constatarlo, è funzionale il “gregge” di fedeli tanto quanto al nostro Presidente del Consiglio preme avere un pubblico applaudente, lo stesso delle sue televisioni. Elettori da evocare nelle situazioni più problematiche, come negli Stati autoritari, teste manipolabili a piacimento, da stupire con effetti speciali, a cui raccontare barzellette abitate sempre da eroi “semplici”, come loro: scanzonati, mediocri, “dalle battute da bar” che tanto piacerebbero al cittadino medio.

Strano. E sì, perché la Chiesa ha una tradizione “alta” a cui oggi, a suon di contestualizzazioni e richiami alla fedeltà rivolti ai politici cattolici, davvero non rende merito: è quella che si appellava alla coscienza, “un tribunale piccolo, ma supremo”. La definiva così, nel Cinquecento, il filosofo Tommaso Moro, patrono dei governanti. San Tommaso diceva che “l’uomo non si può separare da Dio, né la politica dalla morale”. E nella sua opera più famosa, Utopia, descriveva una società pacifica dove è la cultura a dominare e a regolare la vita degli uomini. Trecento anni prima, un altro Tommaso, san Tommaso d’Aquino, chiedeva a chi si dovesse obbedire in caso di conflitto tra la parola del magistero e la voce della coscienza. E rispondeva convinto che «il magistero non è che parola di uomo, mentre la coscienza è voce di Dio». Nell’Ottocento è vissuto, invece, il cardinale John Henry Newman, beatificato pochi mesi fa, da Benedetto XVI: nel suo saggio “Sulla coscienza”, usando parole che al tempo scandalizzarono molti, affermava: “Sembra che vi siano casi estremi nei quali la coscienza può entrare in conflitto con la parola del Papa e che, nonostante questa, debba essere seguita”.

Sembrano parole lontanissime dalle posizioni ufficiali, assunte negli anni, dalle gerarchie cattoliche. Le stesse da cui il centrodestra è andato a fare anticamera, puntualmente, e a farsi dettare l’agenda politica alla vigilia di battaglie cruciali.

A questo proposito, leggiamo nei documenti ufficiali del magistero della chiesa: “Il cristiano è chiamato a dissentire da una concezione del pluralismo in chiave di relativismo morale, nociva per la stessa vita democratica, la quale ha bisogno di fondamenti veri e solidi, vale a dire, di principi etici che per la loro natura e per il loro ruolo di fondamento della vita sociale non sono “negoziabili”.

Ma se è vero che la Chiesa cattolica interviene nella vita pubblica non come autorità politica ma come autorità morale; e se è vero che i valori cui fa riferimento il mondo cattolico non dovrebbero mai “essere trattati come merce di scambio”, tanto da meritare la definizione di “principi non negoziabili”, allora non ci resta che una domanda, la più importante, in questo momento storico: perché la Chiesa, nella sua rappresentazione più elevata e ufficiale, il Vaticano, così come si esprime con nettezza sui diritti civili, le unioni di fatto, il fine vita e l’aborto, non ha mai detto una sola parola – chiara e definitiva – sul concetto di etica pubblica che il berlusconismo ha incarnato e incarna tuttora? Sul suo disprezzo della legalità, sull’uso spregiudicato di riferimenti propri della cristianità – vedi la “famiglia” prêt-à-porter – sulla consuetudine a selezionare la classe dirigente sulla base di criteri altri rispetto a merito e capacità, su una concezione degradante e mortificante della donna, infine, su stili di vita e comportamenti distantissimi da sobrietà e limpidezza, entrambi valori evangelici.

Perché la Chiesa tace o, al più, sceglie una posizione fatta da prudenti distinguo e pelose equidistanze? Non possono bastare, per quanto importanti, le critiche affidate all’unico editoriale di censura pubblica, scritto dal direttore del quotidiano dei vescovi, l’Avvenire, oppure la voce dissenziente del settimanale paolino, Famiglia Cristiana.

Non possono bastare: perché la determinazione con cui, direttamente dal pulpito vaticano, sono emesse molte delle condanne che colpiscono tantissimi cittadini solo per il loro orientamento sessuale; oppure le famiglie di malati terminali, ferite nella propria libertà di scelta; o, ancora, tante donne, considerate incapaci di qualsiasi decisione che riguardi del loro corpo e viste come costantemente in balìa della volontà dell’uomo; quella determinazione diventa silenzio e omissione grave nell’assistere a ben altri mercimoni.

Forse che, per la Chiesa, l’etica pubblica è un valore negoziabile mentre sulle scelte dei singoli è ancora necessario esercitare un controllo?

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