Ferrara, dalle “Lezioni d’amore” ai comizi vaticani


Qualcuno ricorderà la trasmissione “Lezioni d’amore”, condotta in tandem, su Italia Uno, dall’attuale direttore del Foglio, Giuliano Ferrara e dalla moglie Anselma Dell’Olio. La coppia, che aveva ideato il format, parlava di sesso in tv in modo esplicito, ispirandosi idealmente al film “Comizi d’amore” di Pier Paolo Pasolini.
Nulla di scabroso naturalmente, forse un tantino comico, se proprio si fosse costretti a esprimere un giudizio. Ma, insomma, le “lezioni di intimità” ebbero vita breve: precisamente, fino a quando alcuni deputati democristiani, convinsero Silvio Berlusconi a intervenire (“Una trasmissione senza scrupoli”, la definirono pubblicamente). E infatti il presidente del Consiglio invitò subito il direttore di rete, Carlo Freccero, alla massima prudenza. Intervenne anche il Garante e, nel più “autentico” spirito italico, prima si provò a spostare le chiacchiere sul sesso in seconda serata (per non dare troppo scandalo), e poi si scelse la soluzione definitiva e… fine delle trasmissioni! Con buona pace dei coniugi Ferrara e del loro format.

Quasi vent’anni dopo, i democristiani hanno cambiato nome e sono deflagrati (ma non esiste partito che non ne abbia una piccola o grande rappresentanza), mentre Berlusconi ha – come allora – il controllo del governo (e delle reti Mediaset).
Chi ha sorprendentemente attraversato una sorta di mutazione genetica è stato Giuliano Ferrara che, svestiti i panni di alfiere della laicità e della libertà di informazione, ha indossato quelli dell’“ateo devoto”: dice di non essere cattolico ma di essere “filosoficamente su posizioni teiste”. Dunque? Crede in un Dio personale (il che, a papa Ratzinger, non dovrebbe proprio far piacere) ma, in compenso, la Chiesa cattolica e, in particolare, il Vaticano, hanno sempre ragione.

Ecco che l’ultimo outing del Papa contro il monopolio statale nell’educazione civica e sessuale, ha trovato un porto sicuro nelle parole del direttore del Foglio. Interpellato dal quotidiano torinese, La Stampa, Ferrara tuona: “Non ho alle spalle duemila anni di ragione, però era meglio ciò che accadeva in passato quando del sesso si parlava in famiglia attraverso le favole oppure in strada. E con un po’ di pratica in più”. Che strano! È vero che accadeva una vita fa, ma parlare di sesso in televisione non è esattamente come raccontare la favola dell’ape e del polline cara, forse, ai nostri nonni. Ma “dell’educazione dei figli” se ne devono occupare le famiglie, dice il papa e ripete Ferrara, a modo suo. E quale principio invoca Benedetto XVI? Quello della sussidiarietà: concetto inflazionato, di questi tempi e, spesso, citato a sproposito.

In effetti, la sussidiarietà sancisce la fine del monopolio statale nella “definizione e nell’attuazione dell’interesse generale”. E fa riferimento a un modello di governance (laico, innanzi tutto, e non confessionale) in cui istituzioni e cittadini collaborino nel governo della cosa pubblica. Ma questo significa ridistribuire diversamente poteri e risorse tra stato e cittadini, a vantaggio di questi ultimi. Non solo. Sancisce anche la fine di un altro monopolio: quello della rappresentanza di partiti e sindacati. Siamo certi che il Papa (e il Ferrara nella versione “familista”) stessero parlando di questa sussidiarietà? Perché la famiglia non è (solo) quella cattolica. Ma ha una particolarità, sempre. È costituita da cittadini. Che scelgono il tipo di formazione che vogliono ricevere, che esercitano poteri e responsabilità, che – addirittura – si auto-organizzano. Loro, a differenza dei cattolici, non sono una categoria alla ricerca di agevolazioni fiscali, finanziamenti pubblici e concessioni.
Sono cittadini. E tanto basta, nell’anno di grazia 2011.

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