domenica 8 marzo 2009

Nucleare/GB: Ambientalisti si convertono all’atomo


Il Regno Unito deve abbracciare l’opzione nucleare se vuole tenere fede ai propri impegni nella lotta al cambiamento climatico. Avvertono quattro dei principali ambientalisti del Paese.

Quelli che erano un tempo strenui oppositori dell’atomo, tra cui l’ex numero uno di Greenpeace, hanno dichiarato all’Independent di aver cambiato idea sul nucleare a causa dell’urgente necessità di limitare le emissioni di diossido di carbonio.

I quattro ambientalisti in questione, che oggi fanno aperte pressioni a favore dell’opzione nucleare, sono Stephen Tindale, ex direttore di Greenpeace; Lord Chris Smith di Finsbury, presidente dell’Agenzia sull’ambiente; Mark Lynas, autore del libro scientifico dell’anno della Royal Society (Accademia britannica delle scienze) e Chris Goodall, un attivista del Green Party e futuro candidato al Parlamento.

Tutti appoggiano, dunque, l’idea che la costruzione di nuove centrali nucleari sia oggi un imperativo e che ritardare il lungo processo di accertamenti pubblici e ricorsi legali, potrebbe gravemente compromettere l’impegno inglese nella lotta alle emissioni di Co2 e il traguardo di ridurle dell’80% entro il 2050.

Il dietro-front giunge nel momento in cui il governo britannico - attivamente impegnato a collaborare alla selezione, strategicamente importante, di siti da costruire entro il 2025 - ha abolito la propria moratoria, che si era auto-imposta, sulla realizzazione di impianti nucleari di nuova generazione.

L’intervento dei quattro, è tanto più importante perché è la prima volta che ambientalisti di vecchia data rompono gli indugi e appoggiano pubblicamente l’atomo, facendo così cosa gradita al governo, ma destinata a sollevare forti proteste.

Tindale, in carica alla guida di Greenpeace fion al 2005, aveva in passato attaccato in maniera veemente l’energia nucleare, “in parte”, ha spiegato al quotidiano inglese, “per via della questione delle scorie e dell’inquinamento ma, soprattutto, per il rischio della proliferazione di armi nucleari”. “Il cambiamento di approccio”, ha detto, “è stato graduale ed è durato oltre quattro anni. Ma il momento chiave è stato quando i ghiacciai siberiani iniziarono a sciogliersi, rilasciando metano: questo avrebbe provocato gravissimi problemi al mondo”. “È stata come una conversione religiosa”, ha proseguito Tindale: “L’essere anti-nuclearista è stata a lungo, una caratteristica essenziale del percorso ambientalista ma ora si sta diffondendo sempre più l’idea che l’atomo, pur non essendo l’opzione ideale, è da preferirsi al cambiamento climatico”.

Per Lord Smith, che descrive se stesso come uno scettico di lunga data rispetto al nucleare, “la questione che prima tra tutte ha modificato” il suo modo di pensare, è stato “l’imperativo assoluto di ridurre le emissioni da diossido di carbonio”. “Quindici anni fa”, ha spiegato Smith, “si sapeva molto meno del cambiamento climatico, soprattutto, non se ne conoscevano i tempi”. Oggi che è esploso il problema, “l’impegno fondamentale non può non essere la lotta a ridurre le emissioni da Co2, insieme al bisogno di decarbonizzare l’economia, nel corso dei prossimi 20-30 anni”. Ed ha aggiungiunto che “le energie da fonti rinnovabili”, pur necessarie nella lotta al global warming, “non raggiungeranno gli obiettivi di produzione energetica a basso contenuto di carbonio, senza l’apporto dell’atomo”.

Sorprendenti le dichiarazioni di Lynas: “Diventare pro-nucleare è come ammettere ai propri genitori di essere gay perché hai le stesse preoccupazioni di non essere accettato”! Ed ha concluso: “Finora, da anti-nuclearista, ripetevo il solito mantra, secondo cui l’atomo è sporco, pericoloso e non necessario”. Cosa lo ha ‘convertito’? “La difficoltà di trasformare l’economia, al cento per cento, rinnovabile e l’aver realizzato che per combattere il riscaldamento globale, abbiamo bisogno di una nuova generazione di impianti nucleari”.

E l’ex capo dei consulenti scientifici del governo britannico, ora direttore dello Smith Centre di Oxford, David King, fornisce la stessa motivazione circa il proprio orientamento rispetto all’atomo: è stato scettico fino a quando non ha scoperto i dati relativi al problema globale del cambiamento climatico.

domenica 1 marzo 2009

Un dubbio...


Come al solito, è su La Stampa che leggo le analisi 'meno ideologiche' e 'a senso unico'.
Non sappiamo ancora se e quando lo strumento che, in senso spregiativo, è stato subito battezzato come 'ronde', sortirà effetti: ma le analisi negative, apriori, di singole risposte a fenomeni complessi (che richiedono, dunque, strumenti altrettanto complessi per essere affrontate: culturali, infrastrutturali, di attivismo civico) mi insospettiscono, invitandomi a guardare con attenzione ancora maggiore "alle ragioni degli altri", facendomele studiare meglio e non liquidarle, frettolosamente, come 'fasciste', 'squadriste' o che so io.. Al solito, il dibattito italiano si incancrenisce sulle premesse e ne impedisce anche gli sviluppi più positivi. Sarà volgare, ma temo che sia, tra l'altro, uno dei grandi problemi che ha sul groppone questa sinistra.

Tra le poche cose di cui sono certe c'è l'assoluta inutilità di quelle posizioni così identiche a se stesse, sempre sospettose rispetto a strumenti che non sono né di destra né di sinistra e che andrebbero considerati solo rispetto alla risposta che offrono a un problema.

C'è un 'pericolo nimby' anche sulle questioni sociali e politiche?

Buona ronda, mala ronda

Che brutta parola, «ronda»: eppure nasce con un significato esclusivamente tecnico, alla fine del Cinquecento e su prestito spagnolo, per indicare un «servizio armato svolto da più militari a scopo di vigilanza, specialmente notturna» (così il Cortelazzo-Zolli).
Oggi «ronda» significa piuttosto squadraccia, ed è questo il primo motivo per cui il provvedimento del governo ha suscitato tante reazioni negative. Il secondo motivo risiede nella natura di questo governo, o per meglio dire nella cultura politica che lo informa, non di rado autoritaria e xenofoba. Dobbiamo dunque compiere un doppio sforzo, lessicale e politico, per chiarirci le idee.
La democrazia, così come la scoprì Tocqueville in America, non è tanto il voto per delega (che anzi ne è una limitazione oggettiva, seppur dettata da motivi pratici), quanto l’autogoverno.
Jefferson invidiava gli Indiani d’America, la cui società non aveva (quasi) bisogno dello Stato perché tutti cooperavano alle imprese comuni. Una società che si auto-organizza, che cioè assume su di sé la responsabilità del proprio governo, delegando alla sovrastruttura burocratica statale soltanto il minimo indispensabile, non soltanto è una società più democratica, ma è anche una società più libera. D’altro canto, la storia è costellata di associazioni di cittadini di ogni genere.
E per ogni Ku Klux Klan ci sono centinaia di società di mutuo soccorso, gruppi di volontariato, associazioni civiche che hanno contribuito e contribuiscono meglio dello Stato al benessere della comunità.

L’autogoverno nasce dalla constatazione che se sono io ad occuparmi dei miei affari, è probabile che me ne occupi meglio di un altro; e dalla convinzione che il potere - qualsiasi potere - più è vicino e più è controllabile.
La storia della sinistra, poiché è anche in gran parte storia del divenire della democrazia e della libertà, è ricca di associazionismo: anzi, ne è forse la patria ideale. Perché dunque ci scandalizziamo tanto alle «ronde» di Maroni?
Il testo di legge e le dichiarazioni del ministro sono piuttosto chiari: i gruppi di volontari non saranno armati, verranno selezionati prevalentemente fra ex poliziotti ed ex militari, saranno addestrati con cura, servirà l’autorizzazione del prefetto... Insomma, dal punto di vista della legalità e dello Stato di diritto non sembrano esserci falle. Eppure le «ronde» ci spaventano.
Se però prescindiamo dal contesto politico, e ci togliamo gli occhiali dell’ideologia, scopriremo che le «ronde» in sé possono essere uno strumento di grande utilità non soltanto per rendere più sicuri i nostri quartieri (e non si capisce perché questo argomento debba essere appaltato in monopolio alla destra), ma anche per migliorare sensibilmente l’integrazione etnica nel nostro Paese.
Contro la violenza sessuale, negli Anni Settanta gruppi di femministe organizzavano pattugliamenti notturni delle strade, con l’intento di «riprendersi la notte» rendendola, semplicemente, un po’ meno buia e deserta. Le «ronde» - quelle femministe di trent’anni fa e quelle di oggi - sono come lampioni accesi nelle nostre strade. Una strada deserta è molto più pericolosa di una strada dove ogni tanto passa, o potrebbe passare, qualcuno. Il serial killer procederà indisturbato nelle sue malefatte: ma centinaia di balordi semplicemente gireranno alla larga.

Città rese pacificamente più sicure sono un diritto di ciascuno di noi; conquistare e difendere questo diritto senza affidarsi soltanto allo Stato rafforza i vincoli della comunità e allontana la paura; e se la paura se ne va, sarà più facile per tutti, e non soltanto per alcuni, distinguere fra un kebabbaro e un teppista.
Dovremmo riprenderci la notte tutti insieme: e organizzare in ogni città cento, mille ronde multietniche, allegre, colorate e chiassose. di Fabrizio Rondolino