lunedì 15 febbraio 2010

Fini: “Ecco la mia nuova destra”. Ma tra il dire e il Farefuturo…

di Ilaria Donatio

Gianfranco Fini è compiaciuto nel ricordare le parole con cui Nancy Pelosi lo ha salutato mentre era in visita, alcuni giorni fa, a Washington: “Uno dei più strenui difensori dei diritti in Italia”, lo avrebbe definito la speaker di origini italiane. E l’accento bolognese del presidente della Camera che insaporisce le parole di soddisfazione si offre alla sala pienissima e raccolta in silenzio, a Palazzo San Macuto, per assistere alla presentazione del nuovo numero di Charta minuta – la rivista della fondazione Farefuturo. In copertina, un albero della vita che – alla base del tronco, proprio al posto delle radici – indica la sfida nascente, a destra: “La nostra nuova politica”. Ma lo sforzo, spiega Fini, è “semplicemente quello di 'alimentare' quella vecchia”, di “metterle addosso un po’ di sale”, di cercare “altre sintesi”: perché “pensavamo che questa potesse essere una legislatura costituente e così non è stato”.

Ma anche di lanciare qualche provocazione, a quanto pare: “La vogliamo smettere di avere questo senso di inferiorità rispetto alla così detta egemonia culturale di sinistra?”, chiede Fini agli astanti. E detta le condizioni: “La dobbiamo finire col pensiero unico del centrodestra”. Come? Superando il “timore di confrontarsi con la questione dei diritti”, un “mare certamente insidioso” ma “essere conservatori non vuol dire essere pigri”.

Ed ecco l’alfabeto che la “nuova destra” dovrebbe apprendere: diritti, integrazione, laicità positiva, patto di cittadinanza, sussidiarietà, legalità, green economy. Oltre le “vecchie categorie” della politica, lontanissime da quello che “la gente sente e vuole”, la nuova “politica post-ideologica” non ammette più “eresie o ortodossie” ma “sa ascoltare” e, perché no, anche “educare”. Una politica che guardi avanti ma non con “lo specchietto retrovisore”, che vada oltre gli “schemi del secolo scorso”, che smetta di “confondere laicità con laicismo” e che scommetta sulle “riforme di partecipazione del cittadino”. Una politica che si scrolli di dosso anacronistiche nostalgie “di quanto erano belli i partiti” e punti a forme intermedie, come ad esempio le organizzazioni di cittadinanza attiva. Perché “ci sono due modi per vincere le elezioni: quello di giocare sugli errori altrui oppure quello di puntare sulle proprie convinzioni”. “A noi”, dice Fini, “non resta che mettere una pietra, anzi un mattone, perché le pietre si lanciano” (e possono far male), mentre noi vogliamo costruire”.

Gli interventi raccolti nel fascicolo di Charta minuta, effettivamente, disegnano la mappa della nuova politica, spiegata dallo stesso Fini nel suo editoriale di apertura. Diritti delle coppie di fatto (etero ed omo), il nodo di politica e religione, testamento biologico, integrazione e diritti dei migranti, sostenibilità ambientale. La sensazione è che si tratti un vero e proprio manifesto che non corrisponderà a “una nuova corrente” (altrimenti, “ricoverateci”, ha scherzato Fini, “visto che An aveva il 12 per cento dei consensi e l’abbiamo sciolta”) ma che certamente rappresenta la piattaforma ideale di un nuovo soggetto politico, che “punta a dettare la linea e a indicare strategie”, che ha una “visione” altra rispetto al proprio contesto di riferimento. Un “nuovo corso finiano”, lo definisce nel proprio intervento Alessandro Campi (direttore scientifico di Fare Futuro e, di fatto, spin doctor di Gianfranco Fini) che tenta di “battere strade diverse” da quelle intraprese dal Popolo delle Libertà, ma anche dallo stesso dibattito tra opposti schieramenti, liquidato dal presidente Fini come il “solito ping pong”. “Noi diciamo solo cose che altrove, in Europa, sarebbero ritenute normali, e qui sono liquidate come provocazioni”, ha aggiunto.

Ora la scommessa è questa: come farà “la nuova destra”, o almeno quella che oggi si presenta come tale, a passare da (queste) premesse politico-culturali, dal dibattito sulle idee alle politiche di governo, alle leggi sull’immigrazione, a quelle, ancora attese, sui diritti delle coppie gay e lesbiche, alla legge sul bio-testamento: quali compromessi sarà costretta a chiedere a se stessa, e come farà scendere a patti con chi, quotidianamente e con precisione chirurgica, quei diritti che il presidente della Camera citava una frase sì e una no, mette letteralmente sotto i piedi? Risponderanno che loro volevano solo provocare? Stimolare il dibattito? Proprio oggi, la notizia che il ministro per gli Affari regionali Raffaele Fitto ha annunciato ricorso in Corte costituzionale contro la legge regionale sull’accoglienza ai migranti. Il terzo in venti giorni. Sarebbe bello che Fini, oltre a parlar chiaro, facesse anche qualcosa di realmente nuovo. Una cosa di destra, per carità, ma a un certo punto i dibattiti finiranno. E anche i mattoni per costruire. A sinistra ne sanno qualcosa.

mercoledì 10 febbraio 2010

Dalla “centrale” di Springfield all’atomo spagnolo: viaggio attraverso l’(eterno) incantesimo italiano


Come Homer Simpson

Su Facebook esiste un contatto che ha un nome lungo un’intera frase: “Vorrei lavorare in una centrale nucleare e fare come Homer Simpson…dormire”. Esilarante. Soprattutto perché l’autore, uno studente di scuola media che vorrebbe dormire di più, cita una cosa così lontana dalla sua realtà di adolescente, com’è una centrale nucleare (e una centrale in Italia!), dove lavora come capo della sicurezza (!) proprio Homer Simpson, l’antieroe per eccellenza. L’impianto, Springfield è il nome di fantasia, è (naturalmente) teatro di incidenti e stupidaggini incredibili, tanto da essere in totale dissesto e generare pesante inquinamento per la città.

Ora, il produttore dei Simpson è andato a girare un documentario all’interno di una vera centrale, quella di Grand Gulf del Mississippi per confrontarsi con i lavoratori e verificare se il punto di vista espresso dai personaggi della serie non distorcesse eccessivamente la realtà. Chapeau! Naturalmente, non ci attendiamo chissà quale cambiamento nella politica editoriale della serie più politically uncorrect che ci sia, ma possibilmente fonti di diversa ispirazione. Come quelli forniti dalla realtà che offre molteplici spunti.

I cugini spagnoli

Alla fine i voti del Psoe, i socialisti spagnoli, hanno bloccato il progetto di installazione dell’Atc, il Magazzino Temporaneo Centralizzato di scorie nucleari, nella regione autonoma di Castilla-la-Mancha. Lo ha scritto, El Mundo, dopo l’esito del dibattito avvenuto in seno al consiglio regionale della comunità autonoma. Ritirate, dunque, tre delle undici candidature e precisamente quelle di Yebra (Guadalajara), Villar de Cañas (Cuenca) e Villar del Pozo (Ciudad Real). E ieri si è aggiunto lo strano “pentimento”, riportato dal quotidiano spagnolo, del sindaco (socialista) del comune di Campo San Pedro (nella regione autonoma di Castilla e Leon): il primo cittadino nega che la propria candidatura si sia perfezionata, “sebbene”, assicura, “l’avrebbe desiderato”

La notizia che ben dodici comuni (diventati in corso d’opera undici, per il ritiro del municipio di Santiuste e le relative dimissioni del sindaco del Pp, messo in minoranza) si fossero candidati a ospitare un cimitero temporaneo di scorie nucleare, aveva fatto molto rumore lo scorso 29 gennaio, termine di scadenza del bando, pubblicato il 23 dicembre dal Ministero spagnolo all’Industria, Turismo e Commercio (“Boletín Oficial del Estado”) per la “selezione dei municipi candidati”.

La valanga di soldi promessi dal bando (700 milioni di euro di investimenti) e posti di lavoro (per la costruzione dell’impianto se ne prevedono circa 300 nei primi cinque anni, con punte di 500) fanno davvero gola a questi minuscoli comuni rurali, piegati dalle conseguenze della crisi economica, da problemi di spopolamento e dall’invecchiamento della popolazione. E la prospettiva di ospitare, sul proprio territorio, un mega silos (che si estenderà su una superficie di 13 ettari e che esiste già in Francia, Regno Unito, Ungheria, Stati Uniti e Olanda) dove depositare le scorie, è stata vista immediatamente come un’opportunità, anzi, come “la” soluzione di molti problemi. E a giudicare dalla bilancia costi-benefici, il rischio (percepito) per la salute degli abitanti (elemento fondamentale per la realizzazione di qualsiasi progetto, e indipendente dalle garanzie che ciascun governo è in grado di offrire) è stato azzerato dalla certezza delle compensazioni offerte (che si calcolano in alcuni milioni di euro ogni anno). Tutto lineare, trasparente e pubblico. Nonostante i dibattiti della politica.

Come statue di sale

Si sa, l’atomo è un invito a nozze per il solito battage dei partiti: la contrapposizione tra socialisti e popolari in Spagna riflette quella italiana, in piena campagna elettorale per le regionali. E qui si respira aria di attesa tanto che anche candidati politicamente schierati a favore del sì all’atomo (ad esempio la Polverini che corre per la poltrona di governatore della Regione Lazio), imboccano la strada della prudenza e della cautela. Insomma, è come se tutti stessero giocando al famoso ‘chi ride per primo’: facce immobili, scrutanti, ben attente a non fare il minimo gesto, ché le squalificherebbe subito dal gioco. Statue di sale e per di più imbarazzate. Intanto, attraversiamo da anni un infinito stand-by che ci fa perdere tempo, risorse, innovazione e ritarda la ricerca.

Fino ad ora, solo tre regioni hanno detto sì al nucleare, Veneto, Friuli Venezia Giulia e Lombardia, sollevando un coro di proteste dall’opposizione, che per l’occasione sfodera le (poche) idee chiare che ha almeno su un argomento, e accusa: “Avrà devastanti conseguenze per la salute delle persone e l’integrità del territorio”. Amen.

L’essere ‘pro o contro la qualsiasi’ sembra essere, oggi, l’ultima occasione di ‘lotta’ politica, di contrapposizione dura tra opposti schieramenti. Ma in gioco non è tanto (e quasi mai) il (fantomatico) bene comune (perché in questo caso, non ci sarebbe molto da discutere), quanto spesso il desiderio di far valere gli interessi della parte che si rappresenta: la presunta ‘bontà’ delle ragioni del no (no Tav, no nucleare… ) contro la ‘cattiva coscienza’ di quelle del sì. E quando entrano in gioco i temibili spiriti animali, la battaglia diventa irrazionale e a perdere sono sempre i cittadini.

Secondo i dati del Nimby Forum, sono 190 le infrastrutture e gli impianti, a essere oggetto di contestazioni. Ma in discussione, non è tanto la sindrome Nimby (not in my backyard) quanto il meno noto effetto Nimg (not in my generation), che porta alla netta opposizione a qualsiasi cambiamento nel proprio tempo, passando il testimone della sfida alle generazioni future. Quando probabilmente sarà troppo tardi.

Che cosa si può fare per mettere sullo stesso piano progresso e tutela del territorio, interessi pubblici e privati, impresa e governo, sviluppo e sostenibilità? Potrebbe sbloccare la situazione, come propone il ministro Scajola, la scelta di togliere potere in materia di energia alle regioni? Non si può immaginare di imporre al territorio una tecnologia che non è condivisa. Ma non si può neppure credere di giocare a mosca cieca per un tempo infinito. Perché è la politica che blocca la politica, che stabilisce regole e le cambia un attimo dopo, che gioca su entrambi i campi. Mentre noi altri stiamo a guardare. Cosa? Il simpatico Occhione, il pesce con tre occhi dei Simpson, mentre sguazza allegramente per le acque (inquinate) di Springfield.