giovedì 26 novembre 2009

La giustizia incivile. Perché un elefante non può crescere più di un elefante

Una convenzione con le poste o le banche per ottenere un estratto conto semestrale sulle somme di giustizia giacenti; la stessa destinazione dell’otto per mille. Sono alcune delle proposte per una riforma della giustizia dalla parte cittadini, avanzate da Giuseppe Bianco, sostituto procuratore della Repubblica a Firenze. Che critica le “cicale dello pseudogarantismo obeso”, i tanti ‘giure-inconsulti nostrani’ e parla di antimafia e lotta alla corruzione. Che nasce e cresce, assicura Bianco, “finché ha il controllo della conoscenza dei fatti”.

Intervista a Giuseppe Bianco di Ilaria Donatio
www.micromega.net

“Sono anni che noi magistrati chiediamo una riforma a costo zero dell’autofinanziamento: le somme delle confische e delle spese di giustizia, reinvestite nello stesso settore, farebbero raccogliere un totale di circa 2 miliardi di euro: ne basterebbe un terzo, e magistratura e forze di polizia avrebbero tecnologie avanzate, personale, macchine”. Parla Giuseppe Bianco, sostituto procuratore a Firenze, ‘reduce’ dalla Procura di Agrigento e dalla Dda di Reggio Calabria.

Al centro di una ‘buona’ riforma della giustizia, ci sarebbe la questione delle risorse, dunque. Il presidente Fini ha chiesto uno “stanziamento straordinario”. Lei, da operatore, che dice?
Dico che oggi stiamo scoprendo l’acqua calda. Il rapporto 2003 sulla politica globale della Ue contro la corruzione aveva esplicitamente chiesto agli Stati membri “elevati investimenti” in questo settore. Ma la Finanziaria del 2008 prevede solo tagli: oltre a quelli precedenti, ci sarà il 30 per cento in meno nel 2010 ed il 40 per cento nel 2011. I ministri accampano meriti nella cattura dei latitanti. Ma i latitanti li catturano le forze di polizie nonostante i ministri. Un esempio? Per la cattura del latitante Raccuglia, la squadra mobile di Palermo ha dovuto arrangiarsi con i pochi mezzi che aveva, mentre da mesi aspetta gli straordinari. È tutto abbandonato...

Allora?
Allora, nessuno ha mai pensato di fare una semplice convenzione con le poste o le banche per ottenere un estratto conto semestrale sulle somme di giustizia giacenti. Lo ha dovuto proporre un’associazione di cittadini e consumatori come Cittadinanzattiva, l’anno scorso. Ancora: penso al sistema dell’otto per mille. Ampliamo le possibili opzioni di destinazione: alla Chiesa Cattolica o alla Tavola Valdese o alla Giustizia o alla Sanità o ad altro. Gli Abruzzesi darebbero l’obolo a monsignore o, più probabilmente, alla sanità pubblica o alla protezione civile? Sono solo alcune proposte, ma finiscono tutte contro il muro di gomma di una classe politica mediocre. La verità è che la politica italiana è corrotta e la politica corrotta non può voler bene alla giustizia. Ma non sempre c’è malafede in tutto questo: il processo di selezione della classe politica è costruito ormai sul rapporto fiduciario fra signorotti e vassalli. Alla lunga, la qualità dell’agire politico ne risente. Così il governo del paese è affidato all’improvvisazione di chi non ha idee.

Occorrerebbe assumere il punto di vista dei cittadini, che poi sono quelli che ci vanno di mezzo. A questo proposito, è stato pubblicato, in questi giorni, il Primo Rapporto Pit Giustizia di Cittadinanzattiva. Il sistema giudiziario italiano ne esce con “le ossa rotte”: cittadini che attendono anche oltre trent’anni per ottenere una sentenza definitiva; legali che non spiegano le scelte ai propri assistiti, non li mettono al corrente di possibilità diverse dal ricorso alle aule giudiziarie (mediazione, conciliazione eccetera), o non li informano delle possibilità di fare ricorso al patrocinio gratuito; consulenti Tecnici di Ufficio che depositano la propria documentazione con anni di ritardo o che, addirittura, rappresentano la parte che chiede giustizia e quella che si difende; giudici che rinviano ripetutamente le sedute, o che, all’interno di una stessa causa, vengono più volte sostituiti.
L’impressione che si riceve è che il cittadino viva una sorta di smarrimento all’interno delle tante facce della giustizia, con l’amaro risultato, troppo spesso, di vedere il proprio diritto negato da una semplice prescrizione. Non c’è solo il tema delle risorse, dunque...
Brecht diceva che un elefante non può crescere più di un elefante, così non si possono creare ogni anno nuovi reati – vedi quello dell’immigrazione clandestina – senza che un organismo già malato ne risenta. Il nostro sistema penale – come ogni organismo esistente in natura – ha una capacità limitata di espansione. La prima fonte di risorse, dunque, è il risparmio delle risorse. E poi il processo è un sistema di regole ma con uno scopo preciso che è quello di accertare delle responsabilità: quindici anni di riforme alla Ghedini ci hanno imposto ormai un sistema di regole senza scopo. De jure delendo, per anni, si sono inserite nel processo cento micronorme di pseudo garanzia, senza nessuna attenzione ai risultati complessivi. Un giorno ci siamo svegliati ed abbiamo scoperto che una pena a ventiquattro anni si riduceva di fatto a cinque o sei. Nessuno dei tanti “giure-incosulti” nostrani si era mai accorto che i sempre nuovi benefici giudiziari si cumulavano ai vari benefici carcerari, finendo col tempo per vanificare il principio beccariano della certezza della pena. Oggi le stesse cicale dello pseudogarantismo obeso di ieri hanno scoperto lo slogan altrettanto vuoto della tolleranza zero. Ma è tolleranza zero non contro la corruzione – come ci chiede la UE fin dal 2003 – ma contro intere etnie. campagne mediatiche di stampo fascista contro i rom in quanto rom, contro gli extracomunitari in quanto tali. Con il risultato di moltiplicare i processi bagatellari. A cui si aggiungono le spedizioni punitive della suburra contro gli omosessuali, il nigeriano che passa per la strada, contro i diversi. Ci ricorda qualcosa tutto questo?

Parliamo di antimafia.
Una vecchia proposta di Michele Pantaleone era che il nome dei mafiosi venisse affisso sui muri dei paesi di mafia. Oggi qualcuno riderebbe. E invece Pantaleone aveva ragione. Il potere mafioso si basa sull’immagine di impunità di cui gode presso i sudditi. Mi risulta direttamente che anche di recente alcuni boss di ‘ndrangheta hanno fatto carte false per tenere nascosta una condanna: non vogliono che i loro sudditi sappiano che lo Stato li ha battuti, che non sono invincibili. Per esempio, i provvedimenti di confisca dei beni potrebbero essere affissi sui muri delle case degli stessi mafiosi. Anche perché in certi paesini dell’entroterra, la gente forse non legge molto la grande stampa ma il manifesto sì e rappresenterebbe un marchio di sconfitta per il signorotto locale. Questa è solo una delle tante cose possibili. Contro la mafia occorre potenziare soprattutto i controlli amministrativi: la mafia non è affare della sola magistratura. Cosa fanno gli altri poteri dello Stato? Cosa fa la pubblica amministrazione? Cosa fa la politica ?

La politica rema contro...
Ad ogni inchiesta della magistratura, la politica corrotta protesta e si oppone. Per mantenere in sella personaggi oscuri, si invoca il principio di non colpevolezza. Ma il principio di non colpevolezza riguarda solo le garanzie relative al processo penale e non è estensibile analogicamente all’amministrazione che, invece, sarebbe obbligata ad intervenire in virtù di un altro principio democratico che gli statisti improvvisati ignorano e cioè quello della leale collaborazione fra poteri dello stato. È questo rifiuto esplicito, sistematico, teorizzato della leale collaborazione con un potere dello stato come quello giudiziario, ad essere eversivo dell’ordine democratico.
Un gruppo politico che teorizza e pratica sistematicamente il rifiuto di collaborazione fra i poteri è un gruppo eversivo. La verità è che la corruzione del sistema politico italiano è una grande questione costituzionale. Ed è dai tempi di Mani Pulite che una simile questione è diventata evidente. Un simile livello di corruzione politica, in questo paese, incide ormai direttamente sui meccanismi della rappresentanza democratica, con una profonda deviazione degli organismi istituzionali dai loro compiti primari. È stata una lenta marcia della parte corrotta del nostro paese che ora è riuscita ad impadronirsi di luoghi del potere e del sottopotere, prima impensabili e al di sopra di ogni sospetto. Ma vista la debolezza strutturale della nostra democrazia era tutto ampiamente prevedibile.

Chi lo aveva ‘previsto’?
Pino Arlacchi per fare un esempio, in alcuni vecchi studi dell’anno di grazia 1983. Il risultato dei nostri errori di sottovalutazione è che oggi stiamo vivendo una fase di transizione da una – appunto – democrazia debole ad un regime autoritario e corrotto, perché lo sbocco politico della corruzione è sempre il dispotismo. Ed è una fase molto avanzata.

Se c’è una speranza, qual è?
Lo sbocco autoritario definitivo è un passaggio che possiamo ancora impedire, se decidiamo una volta per sempre di avere la memoria delle cose e di stare ai fatti. La corruzione nasce e cresce finché ha la possibilità di deformare i fatti storici, finché ha il controllo della conoscenza dei fatti. Finchè riesce a fare quello che Foucault chiamava “il sequestro del sapere”. Ecco perchè dobbiamo cercare la verità dei fatti fuori dal circuito ufficiale. Le armi di resistenza sono là, nei fatti che qualcuno nasconde. È tutto scritto, ormai, sulla Rete, nei libri fuori dal main stream, nelle sentenze che nessuno vuole far leggere e conoscere. Pasolini scriveva di sapere i nomi. Quei nomi sono noti. E sono scritti nei processi. In quelli fatti. Ed in quelli che vogliono impedirci di fare.

mercoledì 4 novembre 2009

L’influenza A tra bufale (d’oro) e allarmismo di Stato

“Questa storia dell’influenza A è una bufala pazzesca”. Lucia Lopalco è a capo dell’unità di Immunobiologia di Hiv del San Raffaele e insieme al suo staff, pochi mesi fa, si è aggiudicata un premio di 100 mila dollari assegnato dalla fondazione statunitense Bill and Melinda Gates Foundation.

Una bufala che riempie tutte le prime pagine di oggi, però... Infatti, se non fossi tanto disgustata dall’assenza di professionalità che viene fuori da questa vicenda (identica all’altra di qualche anno fa, nota come influenza aviaria), ci sarebbe solo da ridere. L'unica cosa vera è che il virus H1N1 è particolarmente virulento per tutte le persone gravemente immunocompromesse. Ma si tratta di una normale influenza che una persona in salute (cioè non affetta da gravi patologie) cura con una settimana di riposo nel letto di casa propria: lo scorso anno sono morte 30 mila persone a causa dell’influenza stagionale.

Il vaccino, dunque, che senso avrebbe? Il vaccino deve essere assunto solo da chi è affetto già da gravi patologie: un paziente sieropositivo, dunque immunodepresso, piuttosto che rischiare la vita e contrarre il virus, ha senso che faccia fronte a possibili effetti collaterali del vaccino stesso. Per le persone sane, invece, è dannoso: non ci sono controlli, in compenso, è in corso un rumorosissimo battage pubblicitario.

Pandemia sì, ma di guadagni per le case farmaceutiche? Il farmaco è stato sviluppato da Novartis (multinazionale farmaceutica svizzera, ndr) che ha concluso con il governo un contratto capestro che la Corte dei Conti ha giudicato non valido. Il punto è che sulla base di questo contratto, se intervengono effetti collaterali dopo l’inoculazione del siero, non ne risponde la casa farmaceutica (come dovrebbe) ma lo Stato. Cosa vuol dire?

Ce lo dica lei.Che ha pochissime sperimentazioni e, infatti, moltissimi medici (che sono i principali untori) si rifiutano di farlo.

Si può parlare di una concentrazione di casi a Napoli, come già si sta facendo (più della metà delle 17 vittime è campana ndr)?Solo se le vittime fossero 100 e i casi riscontrati in Campania fossero 80, potremmo fare una valutazione e spingerci in un’analisi che avrebbe un senso. La domanda è: a Napoli, quanti casi di morte per l’influenza stagionale abbiamo avuto negli ultimi 10 anni? Se fossero superiori alla media nazionale, poi, dovremmo ragionare di malasanità. Ma quella è un’altra storia.

Cosa deve fare una persona sana che contrae il virus A?Niente allarmismi: basterà una dose doppia di tachipirina. E l'assunzione di antibiotici, per evitare infezioni batteriche in chi abbia le difese immunitarie già compromesse.

Omofobia: tutta casa e Chiesa

Quando il prete azzurro Giovanni Baget Bozzo, nel lontano duemila, rivelò di aver provato “sentimenti omosessuali”, la Chiesa reagì con fermezza chiarendo, con le parole dell’allora segretario di Stato vaticano, cardinale Angelo Sodano, di “rispettare tutti, di amare tutti”, ma che “non le si poteva chiedere di chiamare bene il male”. Don Baget Bozzo ridimensionò immediatamente la portata del proprio “male”, semplicemente smentendolo.
La gerarchia vaticana ha tanto timore dell’omosessualità da non riuscire neppure a distinguerla dall’omofobia, dunque, dalle forme di razzismo, violenza e avversione nei confronti di gay, lesbiche, bisessuali e transessuali (glbt).
Alla manifestazione contro tutti i razzismi dello scorso 24 settembre, indetta in seguito ai ripetuti episodi di omofobia degli ultimi mesi, il Vicariato romano era rappresentato dal nuovo direttore della Caritas diocesana di Roma, monsignor Enrico Feroci, ma quando MicroMega ha contattato il monsignore per conoscere le ragioni di quella adesione e sollecitare una riflessione sull’omofobia, il portavoce del Vicariato ha spiegato che la presenza alla manifestazione era giustificata dal suo carattere di “genericità” (il no al razzismo) e che sull’omofobia non poteva dire nulla in quanto la Chiesa non ha “una posizione ufficiale” a riguardo. Vale a dire: va bene il no al razzismo solo se è di principio, dunque inoffensivo, quanto ai gay possono continuare a essere discriminati (ma in silenzio!).

L’omofobia va a messa
“È imbarazzante che il Vaticano dichiari di non avere una posizione ufficiale sull'omofobia: sarebbe naturale che operasse almeno un distinguo tra omofobia e omosessualità”. Parla Andrea Rubera, consigliere di Nuova Proposta, associazione laica che opera nella capitale da quindici anni e che riunisce uomini e donne omosessuali cristiani: “Ci sono moltissimi omosessuali credenti che si nascondono, non rivelano la propria identità sessuale e continuano a frequentare i normali ambiti parrocchiali o i movimenti cristiani”.
“Alcuni giorni fa”, racconta, “abbiamo inaugurato il nostro anno sociale con un primo incontro. È venuta una coppia di ragazze lesbiche: una molto interessata, l’altra che, visibilmente, mostrava enorme disagio a stare con un gruppo di persone che si definivano cristiane. Alla fine, sono andate via perché la seconda non tollerava di essere in un posto di persone che, definendosi cristiane e con il dono della fede, secondo lei, appoggiavano la ‘Gerarchia Vaticana’ anche nelle esternazioni omofobe”.
La contraddizione esiste, in effetti, almeno da uno sguardo esterno. Ma si riesce a cogliere anche il dolore di chi deve gestirla: “Ci fa soffrire il non poter essere visibili all’interno della comunità di credenti: pensiamo che la spiritualità sia una questione con cui ogni essere umano debba fare i conti ed essere ridotti a fantasmi da quella stessa Chiesa cui sentiamo di appartenere, è mortificante. Ciò nonostante il messaggio di Cristo per noi non è rinunciabile, perché l’omosessualità è dono di Dio”.
Ma l’omofobia, precisa Andrea, “non è solo violenza”: il ragazzo accoltellato vicino al gay village romano o le bombe carta scagliate sulla folla della gay street, sono certamente il sintomo di un “clima peggiorato” ma, chiede, è questo il problema? “Noi crediamo di no”, si risponde subito, “e non per sottovalutare gli ultimi fatti omofobi: purtroppo, ora se ne parla di più perché hanno fatto più notizia e forse anche perché qualcuno ha esagerato, ha calcato troppo la mano”. “La violenza è la causa, non il sintomo” e “se il sindaco di Roma, da una parte solidarizza con la comunità gay e dall’altra afferma che ‘non tutti gli amori devono essere riconosciuti’, beh, lui è omofobo”.
Il “tema”, dunque, è un altro: è pretendere “uguali diritti, riaffermare il no ai ghetti, poter andare in ogni posto”, e non “accontentarsi di ottenere maggiore sicurezza nella gay street”.
Il punto è “essere visibili” per Andrea che, in fondo, chiede solo di poter fare “vita di parrocchia” e ne avrebbe il diritto, visto che è credente. Ma il prezzo è sempre lo stesso: l’invisibilità, esserlo ma non dirlo. Nel frattempo, i gay cristiani della capitale si danno appuntamento in una Chiesa valdese.

Un numero verde aiuta
Gay Help Line è il contact center antiomofobia del Comune di Roma sostenuto anche dalla Provincia e dalla Regione Lazio.
Secondo i dati raccolti, nei primi sei mesi del 2009, si è assistito a un costante aumento, rispetto all’anno precedente, dei contatti ricevuti da Gay Help Line: una media di oltre 2 mila contatti mensili, con picchi sino a circa 4 mila, nei mesi di aprile e maggio.
“Le segnalazioni di discriminazioni e violenze omofobe”, spiega il presidente Fabrizio Marrazzo, “sono raddoppiate (da mille a duemila al mese), intanto, perché finalmente c’è uno strumento a cui rivolgersi e ottenere consulenza (psicologica, legale, medica) gratuita”. Ma quello che è cambiato, secondo Marrazzo, è il tipo di reati commessi ai danni di gay e lesbiche: “C’è una maggiore aggressività negli ultimi tempi, forse perché, chi li commette, si sente indirettamente legittimato dalla destra che continua a seminare insicurezza nei confronti del diverso, chiunque sia”.
Ma è un altro il dato importante che emerge dall’analisi dei casi denunciati al numero verde: come per le violenze sulle donne, anche la gran parte delle aggressioni ai danni di ragazzi omosessuali, tutti giovanissimi, si consuma in famiglia. Ben il 32 per cento di chi contatta il numero verde anti-omofobia ha meno di 18 anni (il 46% è di sesso maschile, il 42% di sesso femminile, il 4% è transessuale). Questo dato spiega il perché le violenze consumate in famiglia, spesso, non emergano: “Raramente il figlio arriva a denunciare il genitore, proprio per via del rapporto di amore-odio che continua a legarlo a lui, nonostante le violenze”, spiega Marrazzo.
Quanto alla provenienza geografia, si nota la marcata predominanza delle regioni centrali, con il 38 per cento di telefonate. Altro elemento di un certo interesse è la “categoria di chiamate”, vale a dire, la ragione che spinge a contattare il contact center. Aumentano i contatti per richiedere consulenza legale (l’11 per cento del totale): lesbiche e gay sono tra i primi, infatti, ad aver subito licenziamenti, a causa della crisi economica (vi è stato, ad esempio, un incremento di casi di mobbing del 20 per cento e del 3 per cento di discriminazioni sul lavoro). Quanto a chi chiama per “ragioni sociali”, circa il 40 per cento, sempre più giovani denunciano problemi a scuola o in famiglia e i ragazzi che lamentano problemi psicologici (circa il 34 per cento delle chiamate) sono aumentati, rispetto al 2008, del 3 per cento.

Familismo amorale
Potremmo andare avanti molto a lungo, fornendo dati e cifre molto accurati, tutti di non difficile interpretazione: il vero nemico da riconoscere e combattere nella lotta all’omofobia, è l’ignoranza. Famiglie apparentemente “per bene”, dice Marrazzo, che prima di conoscere la reale problematica dei propri ragazzi, a parole, si dichiarano molto tolleranti e politicamente corrette nei confronti del mondo omosessuale, per poi arrivare a “punire” il figlio o la figlia che fa outing: nel migliore dei casi, rimuovendo il “problema” e facendo finta di nulla. Nel peggiore, con le botte, con i calci, i pugni e le armi.
Colpisce la violenza, certo, ma soprattutto l’ignoranza di questi padri e queste madri che, magari, santificano la domenica e si scambiano pure il segno della pace. La stessa ignoranza che ha portato il padre di Massimo, giovane docente di storia e filosofia, a intimargli di utilizzare asciugami diversi dal proprio. Lui ora è in terapia da anni, per questa e altre violenze. Mai denunciate.
E “Ignora(n)ti” è il nome dell’iniziativa di cui si è fatto promotore il circolo di cultura omosessuale Mario Mieli: quella di leggere, davanti alla Camera dei deputati, alcune pagine di libri che nei secoli hanno raccontato “l’amore omosessuale, saggi che raccontano la normalità del nostro amore e delle nostre famiglie, che parlino di noi, delle nostre vite, dei nostri desideri e delle nostre istanze”. “Il vero nemico delle persone glbt non è la violenza ma l’ignoranza e per combatterla servono impegno e cultura”, spiegano.

Girotondi gay
“We have a dream”: prende in prestito le parole pronunciate da Martin Luther King in occasione della storica marcia per il lavoro e la libertà dei neri americani, il nuovo fenomeno dei “micropride” spontanei. “Persone che spontaneamente si aggregano per proclamare il loro sogno di libertà: libertà dalla violenza, dal razzismo, dell’omofobia e della transfobia”, racconta Federico Boni, responsabile della redazione romana del sito d’informazione gay più accreditato e famoso d’Italia nonché blogger d’eccezione. Un movimentismo diverso, spontaneo, alimentato dal desiderio di normalità, di essere e farsi presenti. Ma anche di slegarsi da targhe e sigle. Federico è molto severo con la comunità gay: “Le diverse sigle che dovrebbero rappresentarla”, dice, “in realtà, non rappresentano più nessuno, impegnate come sono a farsi la guerra tra loro”. E ritorna sulla questione della visibilità: “Non vogliamo zone a traffico limitato per poi arrenderci a essere fantasmi, relegati in un cono d’ombra, magari, pure protetto da due petardi lanciati da qualche cretino, ma pur sempre una riserva indiana”. “Perché devo andare all’estero per vedere riconosciuti i diritti che qui mi negano e per fare una vita normale, senza aver nulla da temere?”. Già, perché?

Gay di destra
“Chi aggredisce una coppia omo-affettiva o un transessuale, è cretino oppure ignorante”. Non c’è un “problema politico”, dunque, per Daniele Priori, vicepresidente dell’associazione Gaylib, i gay “liberali di centro-destra”. Daniele parla infatti di veri e propri “episodi di delinquenza”.
Si stima che il 40 per cento dei gay votino per il centro-destra: se il 5 per cento della popolazione è gay (pari a 2 / 3 milioni di abitanti) e se si sottrae da questa cifra chi non vota, possiamo stimare che circa un milione di gay italiani vota per questa parte politica.
Ma che rapporto hanno, loro, con questa maggioranza di governo? E come fanno a votarla, quando se va bene, questo centro-destra neppure li riconosce in quanto “soggetti di diritto” e, quando va male (vale a dire molto spesso), li insulta: “Un rapporto certamente dialettico: le persone comuni, di idee liberali, sono molto più intelligenti e concrete dei nostri ‘nominati’, questo è certo!”.
“Un centro-destra rivoluzionario che finalmente si pone di pari passo alle formazioni simili del resto d’Europa?”. Non ci crede troppo Oliari, presidente di Gaylib, secondo cui una legge antiomofobia pare essere “la battaglia più importante (e forse la sola rimasta) del movimento omosessuale italiano”: l’unica che fino ad oggi abbia “trovato disponibilità presso la maggioranza di centro-destra”. In realtà, per Oliari, si tratterebbe della “conquista meno costosa in termini politici”.
“Davvero crediamo”, chiede, “che una legge contro l’omofobia sortirebbe l’effetto di fermare la mano dell’omofobo violento”? E conclude: “Solo nelle società in cui i gay sono percepiti come persone normali si ha un reale decremento del tasso di omofobia e questo avviene dove gli omosessuali hanno i diritti e i doveri di tutti, dove non è lo Stato per primo a ritenerli cittadini di serie B o, peggio, peccatori immorali”.

Una leggina. Per iniziare
Paola Concia, la deputata del Pd che per prima, un anno fa, ha presentato una proposta di legge per combattere l’omofobia, concorda: “È vero, prima ancora di una legge che combatta le discriminazioni ai danni di persone omosessuali, sarebbe necessario che lo Stato riconosca loro uguali diritti”. Ma nel frattempo, “che si fa? Si sta ad aspettare che qualcosa avvenga o si lavora per ottenerlo?”, chiede.
Intanto, qualcosa si muove.
Lo scorso 2 ottobre la commissione Giustizia della Camera ha concordato il testo base della legge anti-omofobia, di cui è relatrice la Concia. Un iter interminabile a quanto pare: “Si è cominciato a parlare, in Parlamento, di omofobia nel 2002 e da oltre due anni le associazioni gay denunciano casi di discriminazioni, aggressioni e violenze quotidiane”, sottolinea la Concia.
Il testo ha raccolto i voti di Pd, Pdl e Lega, mentre si sono espressi contro Idv (che aveva presentato una proposta di legge autonoma) e Udc.
L’ipotesi originaria di estendere la legge Mancino del ’93 - “Misure urgenti in materia di discriminazione razziale, etnica e religiosa” - ai reati commessi in ragione dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere, è naufragata. Ha detto no il Popolo delle libertà, temendo che si potesse configurare un reato di opinione e che la semplice manifestazione di pensiero potesse dare luogo al reato d’opinione (con la Lega perseguita, una frase sì e una no, per istigazione all’odio!). La soluzione adottata, dunque, è stata quella, alla francese, dell’aggravante sessuale: un articolo che aggiunge la discriminazione sessuale tra le aggravanti di reato previste nel codice penale.
Per l’Italia dei Valori il “compromesso” raggiunto da Pd e Pdl non darebbe “una risposta adeguata ad un fenomeno di gravità enorme”. Ma è la cattolicissima Unione di Centro che si distingue per le ragioni del no: “Chi subisce violenza a causa del suo orientamento sessuale”, spiega durante il dibattito in Commissione l’onorevole Roberto Rao, “riceverebbe una protezione privilegiata rispetto alla vittima di violenza tout court, con conseguente violazione del principio di uguaglianza”.
Nel frattempo, è saltata anche l’indicazione dell’identità di genere che serviva a tutelare i transessuali, i più colpiti dalle discriminazioni e violenze.
“Anch’io avrei voluto un altro testo”, spiega la Concia, “ma questo è il massimo che si poteva ottenere con questa maggioranza (non abbiamo né la Merkel né Sarkozy in Italia!): quanto alla lotta alla transfobia, troveremo certamente una soluzione con gli emendamenti”.
Paola Concia è andata fino a Casa Pound, famoso centro sociale neofascista, a discutere di diritti civili: per questo è stata molto criticata dai compagni di partito. “Non si capisce dalle mie parti il perché abbia accettato l’invito di Casa Pound: forse perché loro sono destra fascista, estremista, sono degli impresentabili, non da salotto buono? Perché non avrei dovuto accettare un invito da un’associazione di destra che si vuole porre il problema della sua cultura politica verso i diritti civili? Forse l’unica ragione per cui non sarei dovuta andare a Casa Pound è che ho tanto lavoro ancora da fare in casa mia, dove devo convincere la Binetti che non sono malata e tanti altri dirigenti che le coppie di fatto non fanno male al matrimonio e, infine, che l’omosessualità non è una scelta”.