Il corpo

L'altro giorno, in treno, mentre mi godevo la stanchezza per la notte insonne e ragionavo sulla bellezza dello stare al mondo senza, per questo, essere sempre presenti a se stessi, ho visto sfilare per il corridoio, stretto tra le due file di sedili, una madre e una figlia. Si somigliavano molto: stessa paura della realtà, che le faceva muovere con accortezza; identico sguardo un po' perso, di chi vive difendendosi continuamente. Si muovevano con circospezione, attente a non sporcarsi, a scansare gli ostacoli, le persone, il mondo che viaggiava su quello stesso treno. Tutte e due  senza colore, diafane, esili: la figlia, in questo, superava la madre. Era un filo d'erba, con due gambe e due braccia che sembravano non avere spessore. Era ammalata, anoressica.
Non si poteva non guardarla senza avvertire uno smottamento dentro: una specie di piccola frana interiore che costringeva a sospendere tutto, anche il contatto con il proprio corpo.
Mamma e figlia, dopo una lunga trattativa, riescono a trovare due posti isolati, sufficientemente distanti dagli altri passeggeri: lì, finalmente, si sentivano al sicuro. La donna, ora, le accarezza il braccio. Senza tregua. Una dedizione che, a principio, mi intenerisce, e da cui finisco col sentirmi soffocata: devo distogliere lo sguardo. Non una pausa, una distrazione, una piccola interferenza esterna: sono un nucleo impenetrabile, chiuso dall'interno. Mi chiedo cosa provi il filo d'erba: quella figlia dagli occhi tristi, e il corpo esangue; quella giovane donna che non vuole futuro, o che lo vuole troppo per accettare la vita e la sua imperfezione.
Tanti anni fa, quando ne avevo 13 e assistevo impreparata ai cambiamenti del mio corpo, ebbi chiare due cose, immediatamente: che, da un lato, avrei voluto restare per sempre acerba e piccola e figlia; e, dall'altro, che quella metamorfosi era un'occasione meravigliosa. Per riscattarmi dalla perdita. E rinascere.
Quel giorno, in treno, ho pensato che sarebbe stato bello che quella govane sconosciuta riuscisse a bloccare la mano della madre. Ad abbracciarla, andarsene lontano. E vivere.

Commenti

  1. L'accettazione di sé stessi è come l'essere consapevoli di occupare uno spazio, osservandosi per la prima volta in un'immagine specchiata, propria dell'infante. Riguarda in entrambi i casi il riconoscersi come esistente, nel senso più stretto del suo proprio significato.
    Ma magari sono solo un cazzaro egodotato.
    A presto.
    A.

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  2. :)
    accettarsi è il lavoro più difficile del mondo. e richiede indulgenza e costanza. a volte ci si ammala. ma quando si ha la meglio sui propri fantasmi, è come rinascere. ps no, non credo tu sia un cazzaro. sull'egodotato, non dare retta, un po' fa bene ;) ciao.

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