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Famiglie

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Ci sono parole che smuovono macigni, sciolgono ghiacciai come fossero nodi, provocano realtà più dei fatti, e creano cambiamento. Una di queste, per me, è famiglia. Quando ce l'hai in ordine, ciascuno al proprio posto e nessuno che manca all'appello, famiglia è quel posto da cui vuoi allontanarti. Dove accetti di tornare per un tempo sufficientemente limitato da permettere partenze commosse e voglia di altri ritorni. E in cui trascorri sereno e al sicuro il tempo di preparazione alla vita. Ma quando qualche pedina del tuo presepio personale salta troppo presto, o si perde per strada senza più fare ritorno a casa (neppure quella della memoria),  allora l'affare si complica e il tuo destino è segnato:  "famiglia" diventa chiunque ami.

Debiti e abbracci

Ci siamo incontrate per strada, come accade quasi ogni giorno da un paio d'anni: io e il mio cane, lei e il suo. Sempre un sorriso, due chiacchiere sulla "community" di amici a quattro zampe, e via. Oggi aveva l'aria imbarazzata. E l'espressione di chi vorrebbe dire ma non riesce a trovare le parole. Le chiedo se vuole bere un caffè insieme e mi risponde che "sì, ne ha proprio bisogno". Ci sediamo sotto il gazebo del baretto di periferia: i cani stesi al riparo del tavolino, a dividersi lo stesso cono d'ombra; noi impegnate a prender tempo, separate da quel corposo imbarazzo tipico del "momento prima". Le sue lacrime sciolgono il nostro torpore e gli danno calore, gli imprimono una direzione. Alla fine, lasciano anche spazio alle parole.

Di ulivi e famiglie

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La mia famiglia vive all'ombra degli ulivi. Quando, anni fa, andai via da lei, sapevo che sarebbe stato per sempre, anche se ad alta voce ripetevo "per ora". Il tempo mi aspetta a casa e solo qui: ogni volta che torno, come in questi giorni, ripristino il contatto con il tempo che passa. Solo qui lo "misuro": perché rallenta fino a fermarsi. E si fa cogliere. Ne vedo i segni: lo leggo sul viso di mia madre, nella lentezza di gesti che un tempo erano lesti, lo rintraccio negli sguardi bassi dei miei nipoti, per l'emozione e per quella speciale timidezza dei bambini. Che li assale quando gli adulti si assentano a lungo e vorrebbero, al ritorno, ristabilire un contatto, abbracciare i loro corpi come se nulla fosse.