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Lo dovrò dire al mio analista

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Chi ha visto, giovedì sera, il nuovo programma di Michele Santoro “Servizio Pubblico”, avrà anche seguito l’intervista a Chiara Danese, una delle ragazze portate dal direttore del Tg4, Emilio Fede, ai festini di Arcore. Chiara dice di essersi sentita male nell’assistere a spogliarelli e palpeggiamenti, ai corpi seminudi di finte infermiere, tutte lì riunite a celebrare l’impotenza del presidente del Consiglio e a guadagnarsi un posto nella sua tv spazzatura. Chiara non se l’aspettava, ha voluto credere alla versione di una cena elegante a Villa San Martino e, dopo una primo momento di imbarazzo – al prezzo di alcune toccatine sul sedere a cui non ha saputo reagire – ha voluto andar via, accompagnata da un Fede tranquillizzante e falso come un rolex napoletano.

La libertà non è star sopra un albero (a proposito di Santoro)

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Finalmente Michele Santoro è fuori dal servizio pubblico e il giovedì, potrò stordirmi – senza fastidiosi sensi di colpa – con la mia serie tv preferita, “The disperate housewives” che, con perfetta sincronia, la terza rete mandava in onda da alcuni mesi a questa parte. Mi mancava il Santoro che se ne “fotte”, e che – sempre fottendosene – non resta dove non è voluto, non continua a cercare le parole più adatte per mandarla a dire e non indulge a spiegazioni verbose alla ricerca di un compromesso impossibile. Impossibile perché l’esercizio del sacrosanto diritto di critica – sacrosanto per ciascun uomo libero, indipendentemente da quale parte politica voti – diventa premessa indispensabile allo svolgimento della professione giornalistica: perché in assenza di questa condizione, tecnicamente, non sei giornalista ma – nell’ordine – portavoce, portaborse, addetto stampa, portantino, assistente alla regia. Altro, insomma.