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Visualizzazione dei post con l'etichetta lavoro

Un corpo senza testa

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Non aggiorno questo blog da troppo tempo. La ragione è doppia e incide tanto sulla vita privata che su quella professionale . Dal 2008 lavoro come giornalista freelance.  All’inizio è stato molto esaltante e avevo la sensazione di essermi riappropriata finalmente del mio tempo, esterno ed interno. Quando gli effetti reali della crisi finanziaria hanno iniziato a picchiare giù duro, i collaboratori esterni sono stati i primi a saltare e ho dovuto fare i salti mortali per pagare affitto e bollette: negli ultimi tempi, la situazione economica è peggiorata e per la mia serenità, ho aumentato l’impegno negli altri lavori “di rinforzo”. Quello attuale è di “coffee specialist” in una boutique del caffé dove, per 21 ore a settimana, spiego miscele pregiate di arabica e robusta, i modelli delle macchine e offro caffé in degustazione ai clienti che vengono ad acquistare. Ho ricevuto, così, i miei primi buoni pasto, per la prima volta ho un badge che utilizzo all’ingresso e all’uscita, ...

Ripensando a quel "choosy", nella giornata del recupero crediti

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Ripensavo, oggi, a tutta la querelle sulla scelta della Fornero del termine "choosy". Ero a un pranzo con altri colleghi dopo aver partecipato a una conferenza stampa alla Camera e, tipicamente, in queste situazioni si demarca il territorio (sì, un po' come fanno i nostri cani quando pisciano  su un ciuffo d'erba o all'angolo della strada già innaffiato da qualcun altro): "tu per chi scrivi?", "dove lavori?", "di cosa ti occupi?". Insomma, ci si prende reciprocamente le misure. C'erano due colleghe dell'Ansa, più grandi di me, molto gentili. Ho detto loro che faccio la freelance e che quel pezzo sarebbe andato (il condizionale è sempre d'obbligo) su LaStampa.it, tra gli approfondimenti realizzati da Greenews. Tante parole per spiegare una semplice corrispondenza di tipo giornalistico, tanta discontinuità, troppa fatica a star dietro a tutto (ché questa è solo una parte). Nel dirlo, mi sono ascoltata, ho guardato le coll...

Te li do io i centri per l'impiego

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Da alcuni mesi, da quando la crisi economica picchia più forte e le mie collaborazioni sono diventate più discontinue, mio fratello mi fa la telefonata settimanale, da Lecce, per ripetermi - in tono rassegnatamente severo - che "sì, ok, zero aspettative, fiducia minima, ma che i centri provinciali per l'impiego esistono, ed io ho l'obbligo morale di iscrivermi, e sarei una stupida a non farlo".  Piccolo passo indietro: io e mio fratello siamo orfani per cause di servizio. Dunque, apparteniamo a una categoria protetta: al pari di chi è portatore di disabilità, degli invalidi di guerra (ma ormai sono tutti morti) e degli orfani di guerra (in pensione).  La legge 68/1999 stabilisce percentuali e modalità di inserimento delle categorie protette, agli articoli 7 e 9.

Io, un progetto a termine

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Tra qualche giorno mia madre compirà 71 anni. Il suo invecchiare è il principale indicatore anche del 'mio' tempo. Soprattutto della provvisorietà di cui lei è diventata negli anni una testimone muta, perché ha smarrito oramai le parole per spiegarla anche a se stessa. Questa precarietà la porto con me come una colpa: mia madre non la comprende fino in fondo, perché è intrisa di quella tipica, severa, ignoranza di chi ha avuto per una vita il posto fisso, una stabilità scontata, conquistata a ventiquattro anni, prima di essere - nell'ordine - moglie e madre.

L’Italia non è la Kirghisia, nonostante Tremonti

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“Il lavoro mi perseguita, ma io sono più veloce”, ripete Lupo Alberto, il protagonista scansafatiche della striscia creata da Silver. Eppure il ministro Tremonti non l’ha citato quando da Washington – a margine dei lavori del Fondo monetario internazionale – ha rispolverato con la consueta e appuntita enfasi delle grandi occasioni, un classico come la disoccupazione giovanile. Era successo già due anni fa, quando ci toccò assistere, increduli, all’elogio del posto fisso. Questa volta, se possibile, l’inquilino di via XX settembre ha osato di più, avvalendosi di un nuovo strumento retorico, quello dell’“immigrato prêt à porter”: dove è possibile, meglio respingere il clandestino, altrimenti si può sempre utilizzarlo a guisa di comoda statistica per giustificare politiche fallimentari e obiettivi mancati.

C'è lavoro a tre euro l'ora

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Ieri mattina ho saputo che F., amica "di cani", che frequenta lo stesso nostro parchetto, ha lavorato per un mese, a tre euro l'ora e dunque in nero, nel minimarket di quartiere: faceva la cassiera e sostituiva la compagna del proprietario. Quando ha saputo che avrebbe iniziato a lavorare, era raggiante: il negozio è un 'no logo' ed ha molta merce di provenienza romena, è economico e, di questi tempi, sempre affollato. F. si sentiva una bella responsabilità e sperava che quella sostituzione diventasse qualcosa di più.