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Il gioco delle somiglianze

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Un vecchietto mi ha fermata per strada stamane. Passeggiavo con il mio cane per le stradine strette vicino casa, attendendo nervosamente che facesse i suoi bisogni alla svelta. Sulle prime, ero certa volesse rimproverarmi qualcosa: Totò faceva una pipì lunghissima sul lampione riverniciato da poco e l'idea di contribuire a sporcare qualcosa che è di tutti, mi solleva sempre sensi di colpa esagerati. Inutili. E invece questo signore rugoso mi fa: "Ma lei, signorina, è figlia della buonanima di Enzo?". Io, presa di sprovvista e già pronta alla controffensiva, rispondo - al contrario - indebolita: "Sono io! Lo conosceva?". E lui, un po' commosso: "Sì, era sempre gentile e sorridente: faceva molto bene a tutti". Al che io l'avrei abbracciato a prescindere: per ringraziarlo di avermi offerto un ricordo di mio padre. Mi sono trattenuta per non metterlo a disagio ma ne ho approfittato: "Come ha fatto a capire che sono sua figlia? Manco da ta...

Il corpo

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L'altro giorno, in treno, mentre mi godevo la stanchezza per la notte insonne e ragionavo sulla bellezza dello stare al mondo senza, per questo, essere sempre presenti a se stessi, ho visto sfilare per il corridoio, stretto tra le due file di sedili, una madre e una figlia. Si somigliavano molto: stessa paura della realtà, che le faceva muovere con accortezza; identico sguardo un po' perso, di chi vive difendendosi continuamente. Si muovevano con circospezione, attente a non sporcarsi, a scansare gli ostacoli, le persone, il mondo che viaggiava su quello stesso treno. Tutte e due  senza colore, diafane, esili: la figlia, in questo, superava la madre. Era un filo d'erba, con due gambe e due braccia che sembravano non avere spessore. Era ammalata, anoressica.