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Visualizzazione dei post con l'etichetta tempo

Invecchiare, con onestà

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La vitalità ci proviene dalle nostre risorse di insensato. [E.Cioran] Sono quaranta. Q-U-A-R-A-N-T-A. Potrei dire che non me li sento, che in fondo non cambierà nulla, che a quarant'anni ci sono ancora tante cose fiche da fare, che ho la certezza di aver vissuto come volevo vivere, un po' spericolatamente, senza strategie (e questo è stato spesso un male), senza convenzioni (mi sono estranee) e, purtroppo, costantemente animata da quell'idea di purezza che nulla ha a che fare con la realtà, vera responsabile di scelte insensate e pesanti. Come altro concludere se non che questa è stata la vita che mi sono meritata?

Il tempo delle rughe

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Deve essere così: tu sai che il tempo passa, solo perché lo osservi dall'esterno, come se fosse una questione che riguarda gli altri e mai te. Ci ho pensato tante di quelle volte in questi anni.  La verità è che, a un certo punto, come se non ci fosse gradualità alcuna, come se avessi fatto il triplo salto mortale carpiato nel tempo, ti ritrovi col collo non più liscissimo (me ne sono accorta alle  10.30 di due martedì fa, in boutique, con un collega che mi guardava divertito come se fossi matta!), alle prese con un corpo serenamente (lui!) poco contemporaneo. 

"Scusate il ritardo"

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Mi sembra di non riuscire a star dietro ai cambiamenti. A tenergli testa, a governarli e neppure a seguirli a distanza. Arrivo sempre dopo, a cose decise, sentimenti provati, appuntamenti mancati, senza neppure chiedere scusa per il ritardo inflitto al mondo. Sono stufa di arrivare dopo, stufa di tutto questo spreco di tempo, terrorizzata all'idea che quando accadrà quello che deve accadere, sarà troppo tardi. Tempo scaduto.

Di ulivi e famiglie

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La mia famiglia vive all'ombra degli ulivi. Quando, anni fa, andai via da lei, sapevo che sarebbe stato per sempre, anche se ad alta voce ripetevo "per ora". Il tempo mi aspetta a casa e solo qui: ogni volta che torno, come in questi giorni, ripristino il contatto con il tempo che passa. Solo qui lo "misuro": perché rallenta fino a fermarsi. E si fa cogliere. Ne vedo i segni: lo leggo sul viso di mia madre, nella lentezza di gesti che un tempo erano lesti, lo rintraccio negli sguardi bassi dei miei nipoti, per l'emozione e per quella speciale timidezza dei bambini. Che li assale quando gli adulti si assentano a lungo e vorrebbero, al ritorno, ristabilire un contatto, abbracciare i loro corpi come se nulla fosse.